Bestia da stile - Teatro Studio "Eleonora Duse" (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 11 Novembre 2015 

Dal 9 al 16 novembre al Teatro Studio "Eleonora Duse" debutta lo spettacolo "Bestia da stile", di Pier Paolo Pasolini, saggio di diploma dell' allievo regista Fabio Condemi. Pubblicato nel 2005, questo testo, a cui Pasolini lavorò a più riprese a cavallo del ’68, rappresenta una riflessione sulla difficoltà di raccontare i conflitti della modernità. La vicenda si svolge negli Anni ’30 in Boemia e ha come protagonista Jan, doppio del poeta e ispirato allo studente cecoslovacco che si diede fuoco durante la Primavera di Praga. Pasolini ripercorre le tappe della sua formazione letteraria e politica e al tempo stesso affronta e subisce l’ingiuria della storia, la guerra, la dispersione e la degradazione degli affetti. "Bestia da Stile" è l’evoluzione del progetto "Pier Paolo - Poeta delle ceneri", rappresentato alla Pelanda lo scorso aprile, e diretto del docente di regia Giorgio Barberio Corsetti con il coordinamento di Daniela Bortignoni.

 

Accademia Nazionale d´Arte Drammatica "Silvio d´Amico" presenta
BESTIA DA STILE
di Pier Paolo Pasolini
Saggio di diploma dell´allievo regista Fabio Condemi
con gli attori diplomati dall´Accademia Gabriele Portoghese, Valeria Almerighi, Arianna Di Stefano, Paolo Minnielli, Xhuljo Pethushi
e gli allievi Carmelo Alù ed Emanuele Linfatti
scena Bruno Buonincontri
costumi Gianluca Falaschi
luci Sergio Ciattaglia

 

La cifra dello spettacolo è emblematicamente sottolineata dalle scritte iniziale (VIVA LO STILE) e finale (ABBASSO LO STILE): il passaggio ideologico simboleggia l'originalità dello scrittore che finisce per rinunciare a se stesso e alla propria natura iconoclasta in cambio del successo e del riconoscimento da parte dell'ideologia dominante. Pasolini fu del resto un convinto neorealista/formalista (Se il neorealismo è morto/seppellitemi lì nella sua bara, scrisse nel poemetto In morte del neorealismo) con Calvino, Bernari, Zavattini laddove i "contenutisti" volevano soggiogare il neorealismo e la letteratura in genere agli interessi del realismo socialista nei primi anni Sessanta. Ma al di là del simbolo, del contesto e della polemica letteraria, Bestia da stile è un atto d'accusa contro tutto il teatro italiano - nessuno escluso - che Pasolini definisce "ributtante".

Non posso negare che ha suscitato in me molta curiosità l'annuncio che il saggio di diploma dell'allievo regista Fabio Condemi dell'Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico sarebbe stato dedicato a Bestia da stile. Non che non mi aspettassi un'opera di Pasolini nel quarantennale della morte, ma proprio questo testo messo in scena proprio - e sottolineo il "proprio" ripetuto - dai giovani dell'Accademia poteva e doveva considerarsi un ossimoro, una contraddizione nei termini, una sorta di conflitto ideologico e culturale.

Nell'attesa che iniziasse lo spettacolo continuavo a domandarmi: ma lo diranno o non lo diranno il prologo dell'opera con cui Pasolini avverte che Bestia da stile non è un testo teatrale, ma al contrario rappresenta un testo contro il teatro ufficiale?

Così quando allo spegnersi delle luci è comparso il Prologo mi sono detto con soddisfazione: ecco, vedi?, lo stanno dicendo, e tu che non ti fidavi. Poi però il prologo si è interrotto a metà, lasciandomi basito: visto che non lo dicono? Come potevi aspettarti che lo dicessero proprio loro che vengono istruiti (e sono bravi) e preparati (lo sono eccome) per andare a fare il mestiere nei teatri "ufficiali", negli "stabili", nei "circuiti", nelle grandi compagnie di "giro" da illustri docenti e da un'Accademia che nasce in funzione di questa ufficialità?

Sono certo di aver suscitato curiosità nel lettore che ora vorrà sapere, senza andare a riprendersi il testo in mano, che cosa avrebbe scritto di tanto iconoclasta Pasolini in quella parte che i giovani dell'Accademia hanno evirato. Cito a stralci:

Il Teatro italiano... si trova culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il Teatro nuovo - che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del Living Theatre (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) - è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. È la feccia della neoavanguardia e del '68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra. Quanto all'ex repubblichino Dario Fo, non si può immaginare niente di più brutto dei suoi testi scritti... Tutto il resto, Strehler, Ronconi, Visconti, è pura gestualità, materia da rotocalco.

Ovviamente Pasolini non risparmia nessuno - e ce ne ha per tutti come si vede - ma l'attacco non è fine a se stesso, non è uno sfogo d'autore, quanto piuttosto spiega la motivazione profonda, culturale e psicologica, del suo testo. Infatti aggiunge: è naturale che in un simile quadro il mio teatro non venga neanche percepito.

Dalle parole di Pasolini omesse - e capiamo perchè - dai giovani dell'Accademia d'arte drammatica risulta tutto il potenziale distruttivo del testo nei confronti di questa stessa arte drammatica che non è altro - secondo Pasolini - che "una Gerusalemme di cui mi auguro non rimanga presto pietra su pietra".

Le difficoltà del difficile equilibrio tra un testo che tira da una parte e una impostazione che spinge dall'altra fanno però apprezzare gli spasmi di un ottimo Gabriele Portoghese nel ruolo di Jan che riesce a lavorare dialetticamente la sotterranea e sottocutanea sofferenza causata da una crisi di identità. Perchè con Bestia da stile è come se i giovani dell'Accademia remassero contro corrente, facessero a pugni contro se stessi, contro la stessa natura dei loro insegnamenti, come lo Jedi che passa dalla Forza del Bene al lato Oscuro della Forza per usare una metafora pittoresca.

Ne scaturisce un progetto che non posso non dire onesto, che non posso non dire pulito, in cui le musiche sono appropriate, le luci di Sergio Ciattaglia professionali, gli attori recitano bene (a tratti strepitosa la madre di Valeria Almerighi) secondo canoni "ufficiali", la regia imposta il compito di animare e far vivere un testo complesso, pericoloso, sempre a rischio di impasse se non lo si prende per il suo verso di antidramma. E ancora: i pannelli trasparenti della scena di Bruno Buonincontri compongono e ricompongono ambienti con perfetta geometria, tutto sembra funzionare e "girare" con esattezza, con precisione, come un orologio. Insomma il saggio - se voleva dimostrare la capacità di queste promesse (e tali sono, non mi si fraintenda, anzi in un paio di casi si tratta di certezze) del teatro italiano di essere pronti per la "grande" scena - può dirsi riuscito.

Ma chi se ne frega, aggiungerebbe il Pasolini che questo teatro onesto, pulito, fin troppo politically correct, trasgressivo al punto giusto (con tanto di immancabile sega a due mani, spopolava ai tempi della trasgressiva sperimentazione e vedo che ancora ci si batte sopra) e storicizzato oh sì assai storicizzato - vuole piuttosto abbatterlo, come scrive, "pietra su pietra". Dove sta "cazzo" (il termine lo mutuo dal testo) la rabbia? La voglia di sfondare "il culo" (idem) alla cultura italiana? Abbonda la tecnica, la teoria, latita l'incazzatura al di là della terminologia pasoliniana. E giovani non incazzati rischiano di fare proprio quella fine che Pasolini paventa nel suo testo: di vendersi al potere, di mettere la loro arte al servizio della necessità, del realismo e del contenutismo che distrugge lo stile formale che dovrebbe invece trasformare l'artista in un distruttore instancabile di scuole, accademie, istituzioni.

Peraltro lo stesso allievo regista Condemi si rende conto di questo condizionamento di cui siamo tutti vittime, ma ancor di più la nuova generazione, quando nel programma di sala ammette con grande onestà e acume: "noi siamo il frutto di quella omologazione e di quel mutamento antropologico di cui parlava Pasolini." E forse allora ciò che manca alla rappresentazione è proprio questo riconoscimento problematico del non siamo abbastanza "incazzati" al di là di un formalismo registico di cui è vittima anche il mentore Giorgio Barberio Corsetti, quando afferma che la Poesia (con la P maiuscola, ahimè nel programma) del testo di Pasolini "è magma oscuro e bruciante" senza aggiungere che cosa Pasolini volesse veramente bruciare: il teatro italiano. Anche il teatro di Barberio Corsetti, tanto per intenderci, visto che per Pasolini non si salva nessuno (tranne Carmelo Bene).

Tutto ciò spiega quindi la scelta drammaturgica della "riduzione" dell'opera, una scelta che punta più alla celebrazione dello scrittore nel quarantennale della morte che alla riproposta della polemica contro il teatro italiano. La dimensione autobiografica di Bestia da stile - in questo seguendo alla lettera la prima parte, quella recitata, del Prologo - funge da filo conduttore di una narrazione drammaturgica che potrebbe avere un equivalente nel Mephisto di Klaus Mann, ma che in questo caso serve a reggere l'oretta di spettacolo in cui lo Jan-Pasolini cade progressivamente nella sua afasia, nei suoi silenzi sempre meno dialoganti (nel testo la battuta che si ripete è: JAN ....). Un silenzio compiacente e autocompiaciuto, di silente accettazione del "mondo così com'è", che comincia a sapere di tradimento ideologico, a puzzare di ipocrisia culturale e intellettuale. Un pericolo, quello rappresentato dalle sirene del potere, di cui Pasolini del resto era ben conscio. Mi sembra che Enzo Biagi in un'intervista che deve essere pure su Youtube pose allo scrittore il dilemma dell'artista che per fare film e realizzare le sue opere deve scendere a compromessi, fare patti e contratti col diavolo del cinema e della televisione. Pasolini rispose che l'artista deve sapersi servire di questi strumenti e non servire qualcosa o qualcuno.

 

Teatro Studio "Eleonora Duse" - via Vittoria 6, Roma
Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti esclusivamente all’info-line 366.6815543 (Attivo dal 4 novembre ore 10.30-13.00 e 14.00-16.00 )
Orario spettacoli: dal 9 al 16 novembre, ore 20.00

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio Stampa Alma Daddario & Nicoletta Chiorri
Sul web: www.accademiasilviodamico.it

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