Ben Hur - Sala Umberto (Roma)

Scritto da  Martedì, 22 Dicembre 2009 
ben hur

Dal 15 dicembre 2009 al 10 gennaio 2010. Uno spettacolo pregno di significato e all’insegna della più scottante attualità. Immigrazione, razzismo, sfruttamento, disperazione, ma anche ironia, risate e soprattutto una straordinaria prova recitativa offerta da parte dell’intero cast. Tutto questo è Ben Hur, portato in scena, nella duplice veste di regista ed attore, da un poliedrico Nicola Pistoia.

 

 

 

 

Sala Umberto produzioni presenta

BEN HUR

di Giovanni Clementi

Regia di Nicola Pistoia

Con Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Elisabetta De Vito

Scene di Francesco Montanaro

Costumi di Isabella Rizza

 

Sergio è un uomo di mezza età, separato dalla moglie, che vive con la sorella, a sua volta divorziata. Hanno un grande problema comune, quello del lavoro. Lui è un ex stuntman caduto in disgrazia a causa di un infortunio che gli ha causato danni fisici permanenti, patito durante le riprese del film “Salvate il soldato Ryan”; cerca di sbarcare il lunario facendo il centurione romano davanti al Colosseo e facendosi fotografare, a pagamento, con i turisti in visita nella città eterna. È convinto di poter rivendicare dalla produzione americana, o da Spielberg in persona, un risarcimento milionario per i danni subiti durante le riprese del film. Per il momento però si deve accontentare di un lavoro usurante che gli procura solamente una manciata di euro al giorno, a costo di enormi sacrifici e di ore ed ore trascorse davanti al Colosseo esposto a qualsiasi tipo di condizioni climatiche. La sorella, Maria, pur di raggranellare qualcosa è disposta a lavorare come “operatrice telefonica” di una chat line erotica. Passa tutte le notti ad ansimare e ad incoraggiare indomiti “sporcaccioni” a restare al telefono con lei, mentre cerca di soddisfarli da un capo all’altro della cornetta….

La situazione dei due fratelli appare davvero disperata ed è aggravata dal fatto che Maria dopo poco tempo perde il lavoro a causa della repentina chiusura della chat, dopo una retata della polizia. È allora che Sergio, spinto dalla sorella, accetta la proposta di tornare a fare il suo lavoro di una volta, ancora prima della carriera di stuntman, ovvero l’imbianchino. I problemi sono però il tempo da investire e il fisico non più prestante ed energico; come conciliare il lavoro da “centurione” con quello da pittore d’appartamento? Di certo Sergio non potrebbe sostenere due lavori contemporaneamente. L’idea allora è semplice. Prestare il vestito da antico romano a un altro disperato, che copra Sergio davanti all’Anfiteatro Flavio, mentre il nostro protagonista si dedica alla tinteggiatura delle case altrui. Il tutto con un vago sfruttamento del nuovo centurione, che sarebbe costretto a pagare una quota di affitto del vestito a Sergio, che così continuerebbe a guadagnare qualcosa anche dal suo vecchio lavoro. Ed è proprio a seguito di questa brillante idea che fa la sua comparsa in scena Milan, un immigrato clandestino bielorusso che, come racconta a Sergio, è disposto a fare qualsiasi cosa pur di lavorare e di mandare qualche soldo alla sua famiglia. Sergio, dopo un iniziale scetticismo, accetta di consegnare la propria divisa da legionario romano a Milan, dietro la promessa che i guadagni del bielorusso saranno così ripartiti: 70% a Sergio e 30% a Milan. Il povero immigrato appare entusiasta all’idea di poter guadagnare ed accetta la proposta del cinico datore di lavoro.

Dopo pochi giorni però, Sergio si accorge di non riuscire ad affrontare fisicamente il lavoro da imbianchino e, osservando attentamente la propensione al lavoro di Milan, che in realtà è un laureato in ingegneria e si dimostra capace di svolgere qualsiasi mansione, decide di affibbiargli anche la sua parte di lavoro. È così che la situazione di Sergio cambia drasticamente rispetto a quella delle fasi iniziali dello spettacolo. Da derelitto e sfruttato, assoggettato ad un lavoro faticoso e poco remunerativo, si ritrova ad essere lo sfruttatore di un disperato immigrato dell’est Europa, che pur di lavorare accetta due mansioni al giorno, lavori faticosi e usuranti. Milan in poche settimane si ambienta perfettamente nel clima di Roma, inizia a parlare in romanesco e pare avere un certo feeling con Sergio, il suo salvatore-sfruttatore. Lo stesso protagonista sembra affezionarsi al bielorusso, con un affetto paternalistico, in un certo senso cinico, di certo finalizzato allo sfruttamento. In tutto ciò Maria appare inizialmente scettica nei confronti di Milan, lo accetta a fatica e mal lo sopporta.

Pian piano però le cose iniziano lentamente a cambiare. Da un lato Maria inizia a nutrire un certo interesse per l’aitante immigrato, mentre Sergio è sempre più entusiasta dell’acquisto; un uomo disperato che fa due lavori per lui e che riesce a mantenerlo ancor meglio di quando il lavoro lo faceva personalmente. Milan poi partorisce anche una brillante idea: perché non costruire una biga da portare al Colosseo per far compiere degli appassionanti giri ai turisti? Una biga del genere visto in televisione nello storico film “Ben Hur. Un’idea geniale, che potrebbe garantire, e garantirà, dei guadagni enormi, sempre spartiti in modo a dir poco iniquo tra il romano e l’immigrato. È così che inizia questo nuovo tipo di collaborazione; ma certamente questo idillio non potrà durare all’infinito e arriveranno delle novità che creeranno turbamento nello splendido equilibrio nato dall’idea di Milan, portando la storia ad un finale inatteso, non scontato, decisamente intenso ed impegnativo.

Il racconto è di quelli che toccano profondamente l’anima dello spettatore. È una storia amara, difficile, cinica, aggressiva; è vero, il pubblico in sala spesso ride, applaude trascinato dalla brillantezza e dalla verve comica degli attori, ma il più delle volte le risate sono amare, sono prive della serenità e della spassosità di quelle che scaturirebbero dall’assistere ad un semplice spettacolo comico. In questa storia c’è di più, c’è molto di più di una semplice risata. Vi è impegno sociale, vi è la volontà di portare all’attenzione dello spettatore la drammaticità della condizione di molti immigrati che si trovano ad aver a che fare con persone infinitamente ciniche e sfruttatrici che, dimentiche della disperazione patita fino a poco prima, non si fanno scrupoli a sfruttare per il proprio tornaconto personale degli esseri umani che non hanno nulla da perdere e non possono quindi permettersi il lusso di rifiutare. È una storia che ribalta la disperazione, da disperato a disperato, ma che non riesce a dare a chi da sfruttato si ritrova sfruttatore la piena vittoria e la serenità dei giusti.

Davanti ad un cast eccezionale e ad un testo toccante e profondo, il pubblico in sala non può che lasciarsi trasportare nella storia, rendendosi partecipe quasi personalmente delle disavventure dei protagonisti, sciogliendosi poi in un caldo e sonoro applauso al chiudersi del sipario. Nicola Pistoia, oltre che firmare la regia, porta in scena un Sergio duro, cattivo e spietato, ma anche ironico, divertente e sfrontato e lo fa con la maestria e la naturalezza tipiche di un attore navigato e caratterizzato da uno straordinario talento interpretativo naturale, che non finisce mai di stupire positivamente. Degna di nota è la prova dell’ottima Elisabetta De Vivo, bravissima, sorprendente nell’interpretare le sfaccettature della condizione di una donna separata, costretta a vivere con il fratello squattrinato, ma soprattutto costretta a fare la cascamorta sexy al telefono pur di racimolare qualche euro necessario per arrivare alla fine del mese. Infine, a dir poco entusiasmante la prova di Paolo Triestino nei panni del bielorusso Milan. Espressivo, coinvolgente, commovente nei panni di un immigrato ingenuo, umile, genuino, riesce a trasmettere a pieno la disperazione, ma anche la profonda dignità, di coloro che, per povertà e fame, si riducono a fare qualsiasi tipo di lavoro, anche profondamente degradante se si pensa che, come nel caso di Milan, si tratta di uomini laureati e di profonda cultura e capacità. A rendere maggiormente ardua e complessa la prova di Triestino il fatto di doversi esprimere con un accento da immigrato dell’est, parlando e cantando, in più di un’occasione, proprio in bielorusso, lingua studiata con l’ausilio di un apposito insegnante.

Le scene sono disegnate per comunicare con immediatezza ed efficacia la situazione di estrema difficoltà economica patita da Sergio e Maria: una scenografia che, nella sua semplicità, riesce a trasmettere le giuste sensazioni allo spettatore e che quindi non può che essere promossa a pieni voti.

In definitiva allo spettacolo portato in scena alla Sala Umberto è davvero difficile trovare dei difetti e pertanto, anche da parte nostra, non può che giungere un applauso convinto; d’altronde non è un caso se questo spettacolo sta riscuotendo un successo eccezionale in qualsiasi teatro venga proposto. Assolutamente da non perdere.

 

Sala Umberto – via della Mercede 50, Roma

Informazioni: telefono 06/6794753

Botteghino: dal lunedì al sabato ore 10.30–19, domenica ore 14–17

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17.30, secondo mercoledì ore 17

Biglietti: poltronissima 30,00€, poltrona 25,00€, galleria 20,00€

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa SVS

Sul web: www.salaumberto.com

 

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