Aspettando Godot - Teatro Parioli Peppino de Filippo (Roma)

Scritto da  Martedì, 02 Febbraio 2016 

Dal 14 al 24 gennaio, al Teatro Parioli Peppino de Filippo di Roma, Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo ed Enrico Bonavera sono stati protagonisti di "Aspettando Godot” di Samuel Beckett, prodotto dal Teatro Carcano di Milano. La regia è di Maurizio Scaparro, uno dei maestri della scena italiana e internazionale, alla sua seconda collaborazione con il Carcano dopo l’eccezionale exploit de "La Coscienza di Zeno" della stagione 2012/13 e alla sua prima messinscena beckettiana.

 

Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano presenta
Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo ed Enrico Bonavera in
ASPETTANDO GODOT
di Samuel Beckett
e con Michele Degirolamo
scene Francesco Bottai
costumi Lorenzo Cutùli
regia Maurizio Scaparro

 

Aspettando Godot debutta nel 1952, stesso anno in cui viene ultimata la sceneggiatura del capolavoro di Fellini La strada (uscito in sala nel 1954), scritta in collaborazione col drammaturgo Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Il parallelismo di queste due opere, così intrecciate tra loro, non solo perché coeve ma anche per temi e personaggi che vi si incrociano, Zampanò e Gelsomina da un lato e Vladimiro ed Estragone dall'altro, giustifica la richiesta di una riconsiderazione e riequilibrio dei valori delle due opere. Infatti, senza nulla togliere alla grandezza del capolavoro di Beckett, va pur detto che un pezzo di gloria letteraria andrebbe trasferita dal drammaturgo di Dublino trapiantato a Parigi, non tanto a Fellini che di gloria ne ha goduta nella giusta misura, ma principalmente a quel grande autore di teatro che è il "nostro" Tullio Pinelli. Bisogna infatti ricordare che il soggetto de La strada di Pinelli risale al 1949 e si ispira ad un suo testo del 1943, La pulce d'oro.

Presentando in prima persona la raccolta delle sue opere da me curata (Editori & Associati, Roma 1996) lo stesso Pinelli svela un significativo particolare:

La Strada nasce da quello stesso mio interesse al mondo dei vagabondi, mitizzato e favoloso, che si trova in altra versione della Pulce d'oro; un mondo che fin da giovanissimo andavo a cercare e a studiare nei mercati e nelle fiere di paese.

Quando dunque debutta - dopo alcune vicissitudini e incomprensioni - Aspettando Godot i giochi sono già fatti: nel cinema ovviamente la bombetta del vagabondo Charlot è ineguagliabile, mentre in teatro il filone è occupato fin dai primi Anni Quaranta dall'opera di Pinelli che contribuisce in maniera determinante al capolavoro di Fellini. Alle spalle di tutti c'è ovviamente il caposaldo del teatro elisabettiano, L'opera del mendicante di John Gay del 1728, poi ripresa da Brecht ne L'opera da tre soldi (1928).

Si obietterà che, a parte temi e personaggi "on the road" portati ad esprimere tutto il senso di solitudine "esistenziale" della loro vita "border line", Aspettando Godot presenti fin dal titolo una questione nuova, filosofica: l'attesa di qualcosa o qualcuno che dovrebbe arrivare per salvare l'umanità dalla disperazione, o per dare un senso al tutto, ma si tratta di un'Entità che non arriverà mai perché questo "tutto" non ha senso come nella canzone di Vasco Rossi. Non voglio deludere gli appassionati di questo schopenahuerismo a scoppio ritardato - un secolo dopo - ma è utile ricordare che l'argomento dell'attesa del demiurgo che non arriva mai per nessuno era stato precedentemente trattato da Pirandello.

Non ho qui la possibilità di un confronto testuale, ma un accenno lo posso fornire a proposito de I Giganti della montagna, opera che l'Agrigentino si portò dietro per molti anni fino alla morte nel 1936, e che fu rappresentata postuma e incompiuta dell'ultimo atto nel 1937. Basta citare qualche battuta di Cotrone per capire il busillis:

Non bisogna più ragionare. Qui si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebullizione e chimere. Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso soltanto nell'arbitrario in cui per disperazione ci viene di cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza, Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo aria favolosa. (...)

Naturalmente in Pirandello prevale il "gioco del teatro", della finzione che prende il posto della realtà come per magia di specchi: lo spettacolo della vita andrà mai in scena sul "palco" dei Giganti? Verranno i Giganti a vedere la "rappresentazione" di queste effimere realtà che sono gli esseri umani e a commuoversi per le loro disgrazie? Il capolavoro di Pirandello è incompiuto: ma Stefano Pirandello ricostruisce il terzo atto mancante spiegando che i Giganti, nelle intenzioni del padre, non sarebbero mai arrivati.

Naturalmente non è una novità che alcune radici del Teatro dell'Assurdo riaffiorino in abbondanza rivangando l'opera di Pirandello o di altri drammaturghi soprattutto italiani come ad esempio Chiarelli. Di conseguenza il pirandellismo di Beckett è difficilmente negabile, ad esempio nel riferimento diretto al teatro-nel-teatro di Pozzo che - sembra di sentire Cotrone nei Giganti - chiede: Non siamo per caso nella località chiamata Il Palco? Realtà o finzione teatrale, dunque? Siamo sulla strada della vita, come in Pinelli-Fellini, o sulla strada delle illusioni, come vuole il Cotrone pirandelliano? O siamo a metà strada, come io piuttosto ritengo, tra gli estremi di un teatro che si fa vita e di una vita che si fa teatro?

Maurizio Scaparro deve essere giunto più o meno a queste conclusioni quando afferma nelle note di regia che l'opera di Beckett è il frutto di diverse atmosfere e ambiti culturali che circolano nell'Europa della seconda metà del Novecento. L'allestimento che ne deriva è come volutamente improntato a "smascherare" Beckett, mettendolo a nudo, mostrando da quali zolle le radici del testo traggono linfa. Ad esempio, Vladimiro ed Estragone con bombette e abiti lisi (i costumi sono di Lorenzo Cutuli) richiamano alla memoria personaggi della Grande Crisi, per esempio i "vagabondi" di Chaplin e Buster Keaton. Si tratta di una retrodatazione di un'opera che aprì le porte alla sperimentazione nei primi anni Cinquanta che in parte mi spiego, ma sulla quale non concordo. I due poveracci in attesa di Godot, gli eccellenti interpreti Antonio Salines e Luciano Virgilio, potrebbero benissimo essere due reduci della Grande Crisi, sì, non del 1929, ma di quella molto più recente dei "derivati". Invece sembrano uscire da un piccolo mondo antico che, a differenza delle intenzioni di Beckett, non fa né caldo né freddo alla borghesia di oggi.

Il "padrone" negriero Pozzo - bravissimo nel ruolo Edoardo Siravo - deve assumere invece fin troppo prevedibilmente le sembianze di direttore di un circo equestre (ricordo il costume analogo in una rappresentazione di Aspettando Godot allo Schauspielhaus di Zurigo degli anni Novanta), un "travestimento" non necessario, anzi stereotipato, che fa pensare subito al circo Saltanò di Fellini. Troppo facile e certamente non indicato da Beckett che descrive pochi elementi nelle didascalie: dice "cappello" e non bombetta e "cappotto", per Pozzo, che invece indossa la divisa sgargiante del domatore con tanto di alamari. Se così fosse Aspettando Godot sarebbe un testo nato vecchio, superato ad esempio dal commendatore Mobi, il simil-Berlusconi di Miracolo a Milano, il film di De Sica del 1950 tratto da un romanzo di Zavattini del 1943, Totò il buono. E aggiungo per la cronaca che Carlo Fruttero nella prefazione all'edizione Einaudi di Aspettando Godot parla del "candore" dei personaggi beckettiani, senza accorgersi che l'idea del "candore" era venuta prima a Zavattini e a Tullio Pinelli. E anche al Bontempelli di "Minnie la Candida" del 1927.

Ma torniamo a questo Aspettando Godot. Lo spettacolo come dicevo è ben registrato, fila che è un piacere, bravi tutti ed esilarante Enrico Bonavera, da applausi a scena aperta nel ruolo di Lucky, il servo. Ma c'è polvere antica, forse troppo antica sul palcoscenico inclinato - non originalissima la scena di Francesco Bottai già vista in alcuni spettacoli anni Settanta e Ottanta (nel Novanta una identica segnò il debutto di Giuseppe Marini alla regia). Così il testo, che comunque ha tanto da dire ancora a noi contemporanei, resta incastrato, imbalsamato in un deja vu che il cinema, da Chaplin a Fellini, e il teatro italiano, da Pirandello a Pinelli, hanno già ampiamente sfruttato. Ciò nonostante si tratta di un'opera fondamentale che potrebbe essere ancora giovane, sperimentale, ma che così codificato - e Beckett ripeto non ha mai scritto che i suoi protagonisti debbano rappresentare i tipi del clochard dell'inizio dell'altro secolo - diventa improvvisamente "superato", o per dirla con Artaud: un classico d'altri tempi.

Ma questo è proprio quello che Aspettando Godot non vuole e non può essere: un classico, poiché la sua ratio, al di là dei riferimenti storici e dei richiami e contaminazioni di cui parlavo, è nell'attualità. Se smette di essere attuale, se smette di parlare al pubblico di oggi, cessa anche di essere, dal momento che il discorso frammentario, la comunicazione continuamente interrotta, il fare a non capirsi del testo, lungi dall'essere "belli" o profondi o significativi (non significano appunto nulla, e il loro significato sta proprio in questo loro non averlo il significato) assumono un senso solo se riferiti ai nostri comportamenti quotidiani. Alla nostra vita e alla disperazione di tutti noi reduci da ideologie e religioni nel flusso travolgente di una storia che corre verso il nulla.

Salviamoci in corner, come si dice nel gergo calcistico: la vivacità degli attori e la dinamica della drammaturgia beckettiana tollerano bene anche qualche grammo di polvere e qualche sentore di naftalina che peraltro il pubblico un po' attempato digerisce pazientemente e alla fine applaude prima di raccogliere dalla sedia il cappotto di Pozzo e proseguire la sua corsa verso il nulla.

 

Teatro Parioli Peppino De Filippo - via Giosuè Borsi 20, 00197 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/8073040, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: platea 27 euro; galleria 22 euro

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio stampa Maurizio Quattrini
Sul web: www.teatropariolipeppinodefilippo.it

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