Arborea Carmina Life - Teatro Carcano (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 15 Luglio 2015 

Da venerdì 10 a domenica 12 luglio il Teatro Carcano si è tramutato in un crocevia di esperienze ed emozioni, narrate attraverso quello che Martha Graham amava definire “il linguaggio nascosto dell’anima”, ovvero la danza. In "Arborea Carmina Life" le coreografie sono appunto ispirate alla grande madre della danza contemporanea Graham, interamente dedicate alle associazioni nazionali A.B.A. e Green Cross Italia, due fra le più importanti associazioni nazionali che si occupano di Nutrizione, Ambiente ed Energia.

 

ARBOREA CARMINA LIFE
coreografie e testi Elena Albano
regia Aldo Masella
con Alessandro Fortarezza
scenovideografie e luci Salvo Manganaro
danzatori Arianna Balestrieri, Francesca Cislaghi, Stefania Coloru, Denise Farina, Federica Gatti, Silvia Grande, Giulia Lops, Alessia Montagnese, Noemi Perelli, Giada Soldo
costumi Etoile Perugia
ideazione e coordinamento Micaela Masella
trucco e acconciature Barbara Nicodemi

 

Martha Graham, riferendosi al retaggio trasmessoci dai nostri antenati attraverso la memoria del sangue e ai gesti e pensieri istintivi, inaspettati ad essa correlati, scrive: «Provengono forse da una profonda memoria di un tempo in cui il mondo era caotico, quando, come dice la Bibbia, il mondo non era. E poi, come se una porta si fosse leggermente aperta, luce fu. Rivelò cose meravigliose. Rivelò cose terrificanti. Ma luce fu» . Queste parole risuonano costantemente in LIFE. Luce fu. Una luce più antica del mondo stesso, testimoniata da raggi e particelle che si propagano anche nei più reconditi angoli dell’universo e della nostra anima, in grado di dialogare con gli elementi. Questa opera d’arte è una luce fisica, ma anche una luce dello spirito, in grado di illuminare le coscienze, passando per vie non mediate dal raziocinio.

Il Centro Studi Coreografici Teatro Carcano e la compagnia Teatro Totale, in collaborazione con Green Cross Italia e A.B.A., hanno offerto Arborea Carmina: quattro serate dedicate a temi di assoluto rilievo quali cultura, energia, persone, cibo. Due spettacoli e diverse conferenze dedicate ad intenti comuni, connessione che testimonia il legame tra l’uomo e il pianeta che abita, un pianeta che sembra affetto dagli stessi disturbi che affliggono l’uomo e da quest’ultimo causati, in una situazione di grave squilibrio che minaccia la nostra stessa esistenza. Un pianeta che offre il nutrimento di cui l’uomo abusa, in ogni sua forma e a spese di entrambi.

In occasione della prima dello spettacolo LIFE, l’intervento del Maestro Aldo Masella accompagna il pubblico alla fruizione, sottolineando l’intento prezioso di “favorire la cultura oltre lo spettacolo”. Due proiezioni video presentano l’attività delle due organizzazioni sopracitate. Green Cross si occupa di promuovere la sostenibilità ambientale e prevenire i conflitti legati all’accesso alle risorse naturali. A.B.A. si occupa di ricerca e assistenza in merito ai disturbi alimentari con l’intento di “celebrare il più sacro dei doni: la vita”.

All’apertura del sipario, il nostro pianeta è proiettato sul fondale e parla all’uomo attraverso la sua personificazione, Alessandro Fortarezza, accompagnato dalla voce del Maestro Aldo Masella, che a mio avviso interpreta quella forte memoria che siamo soliti chiamare “tempo” attraverso citazioni tratte dal nostro patrimonio culturale. Il pianeta sceglie tre parole per descrivere le condizioni estreme a cui l’uomo lo ha sottoposto: “io sono stanco”. Il pubblico è immediatamente accolto da pochi elementi, completi nella forza della loro evocazione: sul fondo una danzatrice, Atlante, regge il mondo con le sue braccia. È immediatamente chiara la connessione tra uomo e pianeta, il legame indissolubile che li unisce: non a caso Atlante, il titano che secondo la mitologia greca regge il mondo, è anche il nome della prima vertebra della colonna vertebrale, quella che sostiene il cranio. Una luce che richiama l’alba dell’esistere, svela ai nostri occhi questa potente suggestione, una rotazione vitale sostenuta con forza e fatica.

La sezione successiva ci accompagna in “quell’enorme ribollire da cui esplose l’universo”, presentandoci i pianeti che vi orbitano con semplice grandiosità, un’esplosione di vita, trionfo di creazione crescente, perpetuata dall’attrarsi e il respingersi di queste forti individualità. Collocato dopo l’origine dell’universo, il testo poetico più antico della letteratura italiana, il Cantico delle Creature, loda il Creatore per aver generato la madre Terra, “per l’acqua, il fuoco che illumina la notte…” e introduce Ombra mai fu, la prima aria dell’opera Serse, composta da Händel, originariamente cantata dal protagonista guardando l’ombra di un platano, che noi ritroviamo alle spalle di tre danzatrici, le quali muovono l’aria con la concreta leggerezza dell’ossigeno che ci riempie i polmoni, come un respiro fiorito ai piedi di questo grande albero. Tre corpi che cantano l’aria di Händel. Gli alberi sono una presenza ricorrente, per non dimenticare il prezioso dono da loro offerto quotidianamente, quello che consente il miracolo misterioso del respiro, elemento primario nella tecnica Graham.

Il successivo intervento del pianeta rivolge all’umanità una preghiera poetica mentre una danzatrice si muove davanti a colline variopinte in cui l’estate si immerge nell’autunno, come se stesse creando l’immagine con le sue mani o stesse, tramite esse, conoscendola nella sua realtà più profonda e invisibile. Vigne rosse è allegria, suono di pura gioia, una fertile dimensione giocosa, poesia di luce e colore proiettata da una danza vorticosa. Questa pienezza reclama il nutrimento della pioggia e, grazie a suggestioni dannunziane, “non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane” mentre gli alberi risuonano “d’arborea vita viventi”. Con la dolcezza di un ricordo di infanzia le danzatrici aprono la bocca per assaggiare la pioggia, aprono le mani come se la incontrassero per la prima volta, un caro ricordo di gioie che forse i nostri figli non si potranno permettere perché “la pioggia sembra la stessa ma non lo è più”… Le danzatrici, come riverberi di luce con una ciocca bionda e ricami dorati su un braccio, conducono il nostro viaggio verso il mare, in un infinito vivente introdotto da una delle mie tele preferite, il “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich, facendo danzare la tela con le loro ombre. Sono luce che arriva ovunque, dicevo, persino nelle profondità del mare, dove avanzano e defluiscono con il suo respiro, come onde con la risacca e a sostegno di esse che, smarrite, si muovono in un luogo che non riconoscono più.

Indugianti in questo pensiero siamo subito redarguiti “c’è vita laddove nessuno si intromette”, appena prima che questi esseri misteriosi di luce, che porta su di sé i marroni della terra e i rosei riflessi dell’alba, ci avvolgano con ritmi calpestati ed espirati, con picchi di intensità che solo la terra può comprendere, nel suono primordiale di tutto ciò che germoglia con forza, nell’impertinenza dei fiori che crescono nel deserto e si fanno strada tra l’asfalto. Ci si chiede se sia la musica a palesarsi nei corpi o se siano gli stessi corpi a dare vita alla musica con il loro pulsare. Il pianeta si confida con l’uomo: “non c’è più nessuno che ci ascolti, siamo soli, affamati ma non di cibo, affamati di uno sguardo”, ricorda quanto è rara la condizione di ascolto che non coinvolge meramente l’apparato uditivo, bensì tutto l’apparato percettivo corporeo che siamo sempre meno in grado di attivare; ma siamo ancora in tempo, ci rassicura questa solitudine calda e non rassegnata.

La terra straziata canta “hold me” digiuna d’ascolto, in una bulimia di sguardi vuoti e insignificanti, trova conforto in un conclusivo abbraccio che sembra riequilibrare la sua dimensione maschile con quella femminile. Lo sconforto pungente di questo “ti porto in grembo e nemmeno lo sai” muta in una reazione attiva, “io non voglio rassegnarmi che tu sia cieco e sordo, è questo il senso di ogni scossa”, una reazione intensamente inequivocabile resa grazie ad una sequenza di cadute a cui fa eco il fondale di detriti, richiamandoci ad un’urgenza, alla necessità di attenzione. Sono cadute che scuotono nel profondo, cadute che si rialzano ma pur sempre dall’impatto sconvolgente. La terra è presente, con tutta la sua capacità distruttiva, con la forza di un ruggito che non può lasciare indifferenti.

Quella che segue è una lode a tutto il Creato, danzata dall’anima del pianeta sulle note del Locus Iste di Bruckner, tra cielo e terra, la preghiera dal valore “inestimabile” di chi offre tutto e chiede a Dio di non essere dimenticato; ci ricorda che probabilmente l’anima non è un concetto etereo slegato dalla nostra materia, bensì profondamente ancorato e pulsante nella nostra carne e nella terra. A salire, nell’aria, queste particelle di luce lottano decise contro l’oscurità, ricordando il piacere che ci viene donato in ogni sua forma: l’aria che ci avvolge, il calore del fuoco, la luce che nutre di energia, la terra che sostiene morbida i nostri passi, l’acqua che lava via i nostri errori. Il pianeta, stremato dal nostro prendere senza mai donare o restituire, ci presenta una luna che ha a disposizione tutto l’universo per danzare la sua solitudine materna e responsabile di illuminare la notte oscura, una luna madre che tende le sue braccia di luce verso il Creato.

Nonostante tutto, il pianeta non smette di sognare, alimentato dalla danza di “donne scalze e felici”, proferisce parole che incidono la nostra coscienza scuotendola irrimediabilmente: “è questione di memoria e consapevolezza, è questione di futuro, di energia”. E nuovamente, luce fu, e con lei il sole, accecante come questa “Estate” di Vivaldi, travolgente come un desiderio infuocato, implacabile nel suo roteare, è luce che si insinua arrogante e perfetta in ogni dove, è vita che tutto dona e nulla chiede in una spirale ascendente che prosegue eterna oltre la chiusura di qualsiasi sipario. Ma è anche una luce che avverte, si percepisce con essa il grande e amaro rischio che tutto questo, un giorno forse non lontano, se non si interviene possa non esserci più. Un richiamo preciso, braccia che sostengono insieme, braccia che non bastano più, forti ma numericamente insufficienti.

Si tratta di uno spettacolo forte come uno tsunami che avvolge e attira a sé, proprio perché include la fragilità come sede di questa estrema forza. Questi gesti, questi movimenti, in quest’ordine e non in un altro, sono come componenti di un rituale dimenticato che ha il potere di risvegliare al desiderio di vita, di connessione con l’altro, con quell’ignoto potere latente che ci unisce al nostro pianeta.

Ogni dettaglio è necessario, imprescindibile e curato in modo magistrale, credo che questo sia il segreto della qualità, qui così evidente. La sapiente regia del Maestro Aldo Masella supervisiona l’interazione di differenti codici che divengono complementari senza mai essere rispettivamente didascalici o ridondanti; calibrati tra loro dal fil rouge della luce, disegnata in modo incantevole da Salvo Manganaro.

La Maestra Elena Albano non si limita ad essere una straordinaria coreografa, è demiurga che plasma la memoria del nostro sangue come creta, facendolo traboccare di vita, traendone universi inediti ed impercettibili prima del suo intervento e offrendo la loro esistenza come genesi alla presenza degli spettatori. È evidente che questa comunicazione di rara qualità artistica ed umana può avvenire solo non accontentandosi mai di ciò che sembra, di ciò che somiglia, per arrivare in profondità, alle radici, a “ciò che è”, in tutta la sua straordinaria semplicità e grandezza; quello stato di completa semplicità che, per dirla con Martha Graham, “costa niente meno che l’assoluto tutto” .

Una cosa è certa, per illuminare l’intero pianeta stasera sarebbe sufficiente l’energia che è stata generata e donata su questo palcoscenico. Per chi era presente, la pioggia interminabile di applausi, forte come una scossa di terremoto, testimonia il valore dell’omaggio tributato alla Vita, in ogni sua forma.

 

Teatro Carcano - corso di Porta Romana 63, 20122 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02 55181377 - 02 55181362, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: 10, 11, 12 luglio ore 20.30
Biglietti: posto unico numerato € 18,00

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Grazie a: Brunella Portoghese, Ufficio stampa Teatro Carcano
Sul web: www.arboreacarmina.net - www.centrostudicoreografici.net - www.teatrocarcano.com


1. Non mi permetto quasi mai di tradurre il verbo di personalità che non conosco come le mie tasche, in questo caso la mia intenzione è di favorire la comprensione di chi non padroneggia appieno la lingua originale. Mi assumo ogni responsabilità in merito all’interpretazione e traduzione di queste parole. Per chi volesse verificarne la correttezza o gradisse approfondire, rimando all’autobiografia di Martha Graham, Blood Memory, Washington Square Press, 1992; pp. 9-10.

2. Ivi, p. 17.

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