Andrej, l'assenza di sé - Ex ospedale psichiatrico San Salvi (Firenze)

Scritto da  Sabato, 25 Novembre 2017 

La passione verso l’opera di un grande maestro del cinema, Andrej Tarkovskij, e il fascino esoterico di un altro Andrej, il pittore russo e santo protagonista dell’omonimo film Andrej Rublëv, sono i cardini attorno i quali si inanella “Andrej - l'assenza di sé”, il nuovo spettacolo di e con Francesco Chiantese, che è stato presentato in anteprima nazionale in forma di studio a Firenze, presso l’ex-ospedale psichiatrico San Salvi. Uno spettacolo straniante, come il luogo che lo ospita, che può essere lo spunto per un lavoro interessante quanto intrigante e complesso per l’intreccio simbolico. In scena in realtà il concept è molto semplice e calca sulla presenza scenica dell’attore e il lavoro intorno al corpo.

 

Produzione Accademia Minima del Teatro Urgente / Teatro dei Sintomi
ANDREJ - l'assenza di sé
primo studio
spettacolo di e con Francesco Chiantese
assistente alla regia Matteo Pecorini
consulenza musicale Maurizio Costantini
con la collaborazione di Alessia Cristofanilli per il dialogo e l’Andrej Tarkovsky International Institute

 

Lo spettacolo, ancora in forma di studio, testa il palcoscenico a Firenze nel contesto straniante e un po’ inquietante di questa vecchia struttura, immersa in un parco enorme (vicino all’omonima chiesetta di San Salvi). Si accede tra disegni e volantini che affrontano il tema della malattia mentale e della relazionalità difficile - anche se oggi la struttura conserva solo un presidio sanitario non dedicato alla malattia mentale, residenza artistica e laboratorio di spettacoli - mentre su uno scaffale giacciono vecchie valigie. Inizia così il viaggio che ha qualcosa di visionario e allucinato nell’idea. Francesco Chiantese, attore, drammaturgo e regista toscano di origine campana, dopo “Requiem popolare” e “Cretti, o delle fragilità”, con “Andrej - l'assenza di sé (primo studio)” torna a esplorare il tema dell’assenza completando, così, quella che oggi definisce come la sua “Trilogia dell’assenza”.

Questa prima realizzazione è breve, meno di un’ora, con una considerevole parte del tempo al buio o in penombra, senza il minimo effetto claustrofobico. La scena è ridotta all’osso: due sedie rosse, come fossero capotavola di un tavolo che non esiste; ai piedi dell’una una scodella e delle ciotole di colori e pennelli. Tra le due una lavagna e poi una tela sulla quale il pittore si eserciterà. Da una lampada goccia acqua, un simbolo centrale nella pièce.

Il protagonista, autore e interprete, Francesco Chiantese, scalzo, vestito sobriamente in nero, una lunga barba, una figura che ricorda un monaco oltre che un artista, interpreta il pittore santo russo Andrej Rublëv. Qui vi è un doppio intreccio perché si allude anche ad un altro Andrej, grande maestro del cinema, Andrej Tarkovskij, che ha realizzato il film sul pittore russo che prende il titolo dal suo nome “Andrej Rublëv”, nel 1966, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 1969. Il film rilegge la storia della Russia del Quattrocento, minacciata dall’invasione dei Tartari, attraverso le gesta del pittore di icone Andrej Rublëv che realizzò nel 1422 la sua celebre icona della Trinità. Il concilio dei Cento Capitoli nel 1551 la dichiarò “protorivelata”, cioè ispirata da Dio. Eppure, nel realizzarla, al termine di una lunga ricerca il maestro di icone aveva sovvertito gli usi del tempo. E’ una parabola sul senso dell'arte che vince sulla politica sanguinaria degli uomini. Non piacque alle autorità sovietiche che, vedendo in quella Russia descritta dal film una metafora di quella contemporanea, ne ritardarono l'uscita per 6 anni. La pièce non ha nulla di didascalico ma si ferma alla suggestione emozionale, al fascino esoterico del pittore del quale non si racconta la storia ma si allude al misticismo. Una voce fuori campo, registrata, dello stesso Francesco Chiantese, accompagna lo spettatore e interloquisce con il pittore. In effetti la registrazione racconta altri personaggi che si rivolgono all’artista con la sua stessa voce quasi fosse un dialogo ricordato, una rievocazione o forse una fantasia dello stesso Andrej. E’ la mamma dapprima che si rivolge al figlio rimproverandolo dolcemente di non aver terminato la minestra, totalmente assorbito dalla sua pittura: Andrej non dipinge che acqua e la mamma gli chiede il senso di ritrarre sempre lo stesso soggetto, così difficile, senza colore, oltretutto. Intorno ci sono i boschi autunnali, con la magia delle foglie e dei colori che potrebbero offrire, a suo avviso, una maggior ispirazione. Come si fa a dipingere l’acqua poi? Non ha né forma né colore. E’ vero si può disegnare il fiume che però non è acqua come l’acqua non è fiume.

E’ soprattutto nella seconda parte che la voce interroga e si interroga sul senso dell’arte chiedendo all’artista di non perdere il timore verso Dio e di non essere presuntuoso, pur considerando belli i suoi lavori. All’artista non deve mai mancare infatti la semplicità perché all’uomo è dato solo il compito di conoscere e riconoscere le cose e chiamarle con i loro nomi, quelli dati da Dio, senza sottrarle al loro contesto, quell’ordine fissato dalla creazione. Allora come deve comportarsi l’artista? Ispirarsi soprattutto alla tradizione, anche nei colori, perché la tradizione è più vicina alla verità e a Dio. Rublev è colui che decise, ad esempio, di non rappresentare più, com’era in uso all’epoca, scene di punizioni o di inferni terribili che dovevano suggerire al fedele di mantenere una buona condotta. Iniziò a dipingere delle icone totalmente nuove, lievi, dove non c’è morte ma bellezza, e che, soprattutto, avessero in se stesse la rappresentazione della divinità. L’artista deve quindi quasi annientarsi per mostrare quello che altrimenti non riusciremmo a vedere. Chiantese considera in tal senso anche l’attore.

Se “Requiem popolare” è stato l’esito di un lungo studio sull’assenza dal punto di vista di chi non è più in vita, e “Cretti, o delle fragilità” ha avuto come ossessione la rappresentazione dei segni che l’assenza lascia su chi “resta”, in “Andrej - l'assenza di sé (primo studio)” Chiantese sperimenta la raffigurazione del «divenire assenza», e lo fa attingendo alla profondità di tematiche che affiorano dalla pellicola di Tarkovskij, intessendo tra l’Andrej artista e il santo un legame con l’autenticità e la purezza del teatro d’ispirazione artaudiana. Il testo del dialogo è interessante e forse varrebbe la pena di “farlo esplodere” anche se non necessariamente con le parole, magari espandendo l’azione scenica.

L’autore toscano sottolinea che, come Antonin Artaud, che nel suo Teatro della Crudeltà invocava una forma di trascendenza, di “presenza”, del «corpo senza organi» dell’attore, in opposizione alla “rappresentazione” - che coincide con la simulazione dell’attore nei confronti del personaggio - il pittore Andrej Rublëv viene proclamato santo nella religione ortodossa per la sua capacità di creare delle icone che sono in se stesse delle divinità. Non delle rappresentazioni del divino, dunque, ma il divino stesso. La mise en espace evidenzia questa modernità dell’azione scenica del pittore, che vive sul palcoscenico più che raccontarsi, attraverso il gesto più che con le parole. «Nella vita siamo abituati a questo - afferma il regista - viviamo tutta una serie di esperienze che non riusciamo a comprendere e le accettiamo perché siamo stati educati così. In teatro abbiamo questa pretesa della comprensione totale di una porzione di vita vissuta in quel momento per la prima volta, ma che non può essere interamente compresa. Questo non vuol dire che io racconti cose che poi le persone non comprendono, anzi. Dissemino lo spettacolo di segni leggibilissimi, ma lascio dei vuoti affinché le persone possano colmarli con esperienze tratte dalla loro biografia, costruendo con la propria sensibilità una storia che non necessariamente è quella che avevo intenzione di narrare. Ecco perché lo spettatore ideale dei miei spettacoli non viene a teatro per comprendere quello che io voglio raccontare, ma per sentirsi parte di un’esperienza che potrebbe essere completamente diversa da quella vissuta dallo spettatore accanto».

Francesco Chiantese è regista, attore, drammaturgo e pedagogo teatrale. Approda al teatro da adolescente, lo vedeva come strumento di azione della controcultura napoletana e lo prese in prestito. Nel suo percorso ha avuto modo di incontrare tra gli altri Claudio Ascoli, Laura Curino, Eugenio Barba, Marcel Marceau, Roberta Carreri, Judith Malina, Hanon Reznicov, Franco di Francescantonio, Simona Cieri, Mariaclaudia Massari, Tage Larsen, Yoshi Oida, Torgeir Wethal, Julia Varley, Wes Howord, Moni Ovadia, Mimmo Cuticchio, Mamadou Dioume, Michele Monetta, Eimuntas Nekrosius, Nicolai Karpov, Germana Giannini, Peppe Barra, Armando Punzo. Virgilio Sieni, Mario Barzaghi. È autore di numerosi testi teatrali e del saggio In Limine, Appunti per un Teatro dei sintomi (ed. Lampidistampa). È direttore artistico della compagnia Teatro dei Sintomi e di Accademia Minima, una bottega artigiana teatrale da lui fondata a Poggibonsi (SI); un luogo dove poter incontrare il teatro dal punto di vista dell’attore, guidati da professionisti, alla scoperta del proprio teatro.
Attualmente collabora inoltre con Chille de la Balanza (Firenze); Movimento pansessuale - progetto PanTheatre; Compagnia Francesca Selva (Siena) - progetto l'Ora del Tè; ARCI Siena - progetto di baratto culturale coi Migranti; Cajka Teatro di avanguardia popolare (Modena) come consulente alla drammaturgia; Cooperativa Sociale Pleiades - Progetti per l'infanzia, l'adolescenza e le famiglie www.pleiadesociale.it.; ed ha collaborato con Teatro dei venti (Modena) come consulente alla drammaturgia), Teatro delle apparizioni (Roma), Teatro delle balate (Palermo), Università degli studi di Siena, Centro di cultura italiana in Cluj-Napoca.



Ex Ospedale psichiatrico San Salvi - Via di San Salvi 12, 50135 Firenze
Per informazioni e prenotazioni: telefono 055.6236195, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Articolo di Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Renata Savo

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