Amorosi assassini - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Venerdì, 09 Dicembre 2016 

Valeria Perdonò ha scritto la drammaturgia dello spettacolo “Amorosi assassini” ispirandosi al libro omonimo di autori vari pubblicato da Laterza nel 2008, che raccoglie testimonianze di 13 giornaliste e scrittrici su altrettanti casi di femminicidio accaduti nel 2006. Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Libero, si basa su una serie di considerazioni che la donna fa su un palcoscenico con arredi essenziali, interloquendo di tanto in tanto con un pianista che l’ascolta e talora interviene con qualche breve battuta in risposta a quanto la donna gli chiede. Motivo iniziale del racconto è la storia di Francesca Baleani, l’unico caso di donna scampata all’omicidio, che il primo marito aveva cercato di uccidere in modo barbaro. La donna appartiene a una sfera sociale benestante e culturalmente elevata. Questo a contraddire il luogo comune che i casi di femminicidio accadano solo negli ambienti più depressi, caratterizzati da situazioni socio-culturali infauste.

 

AMOROSI ASSASSINI
facciamo finta di niente, dai…
di e con Valeria Perdonò
al pianoforte Marco Sforza
art director Federica Restani
produzione ARS Creazione e Spettacolo

 

Valeria Perdonò non si limita a raccontare dei fatti, anzi, a parte quelli riguardanti il caso di Francesca Baleani, il suo monologo si sofferma piuttosto sul mettere in luce una situazione che è sempre esistita nella storia, non esitando in questo a richiamarsi a filosofi che ponevano nella scala sociale l’uomo-padrone al primo posto. Del resto Eva, che lei in scena maledice apertamente, fu ricavata da una costola di Adamo, e quindi costituisce una parte di lui, imperfetta, e sulla quale l’uomo pensa di detenere il potere assoluto.

Il più delle volte questo potere dell’uomo, che non ammette ribellione, nasce da una storia che potrebbe apparire d’amore, anzi lo è per la donna; lo può essere anche per l’uomo, a cui però deve essere concesso il dominio assoluto nella gestione del rapporto. Il possesso della donna si traduce nel possesso di un bene materiale rispetto al quale non è possibile avere voce in capitolo.

L’attrice, nel momento in cui sembra voler colpevolizzare la donna per la violenza subita, fino al femminicidio, lo fa con ironia, è anzi una forma di provocazione nei confronti dell’uomo, recita la parte “dell’avvocato del diavolo”, elencando atteggiamenti, costumi e quant’altro la donna possa avere usato per apparire comunque colpevole agli occhi dell’uomo. Lo dimostra anche il pianista che la sta ad ascoltare, quasi divertito, che sembra darle ragione sorridendole per meglio accattivarsene la simpatia (e questo è il sistema che il più delle volte utilizza l’uomo per conquistare la donna e per costringerla ai propri voleri). Sembra assecondarne il pensiero, però non evita di correggere la pronuncia di due parole inglesi da lei proferite, prova che lui è nella coppia quello “che conosce le cose” e quindi detta legge.

E, quando lei racconta un episodio drammatico accaduto a un’altra donna, lui si alza in piedi per recarsi nel fondo scena e suona con il clarinetto, non a caso, “Nature Boy”, come dire che le azioni dell’uomo fanno parte del suo essere naturale ed è quindi lecito. Anche il clarinetto, nella sua forma ben diversa da quella del pianoforte, è un segnale indicativo, per di più suonato in piedi, indicativo di chi è pronto all’attacco, tanto la donna è colpevole comunque perché mangiò la mela proibita e creò il peccato originale.

Nonostante l’apparenza formale della trasformazione della donna nei panni di Jessica Rabbit mentre canta “Why Don’t You Do Right?”, credendo di padroneggiare la situazione con il suo essere sexy, la figura femminile, pur nella sua bellezza formale, è comunque un essere “incompleto” derivante da una parte di cui l’uomo si è privato e per questo lui se ne sente “padrone”… Il fatto di essere desiderabile è un episodio che solo in apparenza gioca a favore della donna e questo l’uomo lo sa; meglio di tutti lo sa l’uomo arabo, in specie quello che ha capito che la parte più sexy di una donna, perché promettente senza mostrare il corpo, è lo sguardo degli occhi, da cui l’invenzione del burka.

La Perdonò continua a elencare i casi di prevaricazione dell’uomo sulla donna, che non si concludono necessariamente con un omicidio. La violenza si manifesta non solo fisicamente o con restrizioni fisiche, ma anche attraverso le parole, e questo tipo di asservimento è in tanti casi ancora più umiliante. Perché, per distinguere il genere di una persona si usano i termini “maschio” e “femmina” e perché il primo termine non è connotato da alcuna accezione negativa come invece frequentemente accade per il secondo? Anche un mascalzone viene guardato con una sorta di benevolenza e l’utilizzo del termine “maschio” costituisce una forma di apprezzamento oltre che essere garanzia di riproduzione (come avviene tra certe specie animali quando sono in calore e devono scegliere il compagno). La “femmina” è invece, specialmente in certi territori più arretrati, chiamata tale con l’intenzione di paragonarla a una donna di malaffare. Perché quando viene ucciso un uomo si tratta di un omicidio, mentre quando viene uccisa una donna non è mai chiamato “donnicidio” (non esiste neanche nel vocabolario)?

Solo contando quest’anno, che non è ancora finito, sono avvenuti 116 femminicidi, così ci racconta la Perdonò, e tutti per causa di quello che impropriamente era stato chiamato amore (da qui il titolo della pièce), negli ultimi anni solo in Italia ne sono avvenuti 1.740! E la giustizia non è stata benevola con la famiglia e la memoria delle donne uccise, giudicando spesso l’assassino in maniera blanda se non addirittura prosciogliendolo dall’accusa.

A un cero punto Valeria chiede all’amico musicista se sa che esiste la parola “femmicidio” oltre che la più ricorrente “femminicidio”. Il primo termine deriva dall’inglese “femicide”, si riferisce all’uccisione della donna in quanto tale che avviene in seguito ad azioni o pratiche commesse dalla donna e malviste da un uomo misogino. Quindi l’uomo non uccide solo per amore creduto tradito o per desiderio di possesso, ma anche a causa della propria debolezza e questo viene talora interpretato dalla corte, chiamata a giudicare, come una forma di perversione non desiderata, spingendola così a ridurre la pena. Qualcosa di simile fu applicato al primo marito di Francesca Baleani, che scontò una pena di sei mesi in una casa di cura e riabilitazione e poi fu messo in libertà e rimandato a vivere nel suo paese, a poca distanza da dove Francesca si stava ancora riprendendo dalle numerose ferite che lui le aveva inferto e che, anche quando clinicamente saranno guarite, non lo saranno mai del tutto nella sua mente.

Lo spettacolo, nonostante l’argomento, riesce a mantenere una forma di leggerezza, grazie allo spirito della rappresentazione e alle canzoni con le quali di volta in volta Valeria Perdonò la contrappunta (De André, Daniele Silvestri, Giorgio Gaber). Non cade nella trappola dell’argomento sul quale ci sarebbe ancora tanto da dire, ma ne parla come un fatto assodato, su cui le donne, prima parte in causa, dovranno ancora lavorare. E certe indicazioni più o meno esplicite l’autrice ed interprete le ha indicate, pur non forzando la mano ma restando nell’alveo di uno spettacolo teatrale. Spettacolo che merita anche di essere visto più di una volta per carpirne meglio i termini più nascosti e decodificare certi simboli che pur sono stati lanciati. Enorme bravura dei due protagonisti, eccellente la drammatizzazione operata dalla Perdonò. Pubblico molto coinvolto emotivamente.

Date tournée:
4 marzo - Padova (Teatro ai Colli)
10 marzo - Reggio Emilia (Teatro Piccolo Orologio)
11 marzo - Carugo (CO) (Sala Don Gianola)
dal 16 al 19 marzo - Roma (Teatro Brancaccio) nella rassegna “Una stanza tutta per lei”

Teatro Libero - via Savona 10, 20144 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: lunedì, martedì, mercoledì ore 21
Biglietti: intero 16 €, ridotto 12 €

Articolo di: Carlo Tomeo
Grazie a: Ippolita Aprile, Ufficio stampa Compagnia; Francesca Romana Lino, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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