Amleto take away - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Domenica, 13 Gennaio 2019 

Poetico, comico, popolare e raffinato è il “gioco” teatrale che Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari portano in scena con “Amleto take away”, shakespeariano non solo e non tanto nella rivisitazione della vicenda del principe di Danimarca quanto nella poetica e nelle intenzioni. Nel loro Amleto pugliese e provinciale, colto ma di umili origini, c’è la riscoperta del senso del teatro come mezzo per smascherare i colpevoli e come megafono del senso di inadeguatezza dell’uomo contemporaneo.

 

AMLETO TAKE AWAY
uno spettacolo di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
musiche di Davide Berardi e Bruno Galeone
luci Luca Diani
con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
produzione Compagnia Berardi Casolari / Teatro dell'Elfo
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Novelli

 

Se l’Amleto del bardo, emblema dell’uomo moderno spaesato dalla ventata di novità portata dalle recenti scoperte scientifiche e animato da un profondo senso di inadeguatezza, ricorre alla follia e poi al teatro per smascherare il traditore ed usurpatore zio Claudio, il principe di Berardi fa i conti con la scoperta di una malattia che lo porta alla cecità all’età di diciannove anni e con l’inadeguatezza di uomo contemporaneo per cui i social e i nuovi mezzi di comunicazione fanno da paravento ad una profonda solitudine.

L’attore è crocifisso ad un piccolo sipario mobile, dietro una sorta di altarino su cui si stagliano i miti pop della sua generazione: fotografie di Che Guevara e di pornostar convivono insieme all’immagine di Padre Pio e alla maglietta dell’Inter numero nove che l’Amleto da asporto indossa a tratti. Nel monologo di Gianfranco Berardi, in cui non mancano incursioni meta-teatrali, si snoda una storia comica, ironica eppure dolorosa, pungente e delicata.

La vicenda del bardo si intreccia con quella del protagonista: figlio di un operaio dell’Ilva di Taranto si ritrova improvvisamente a fare i conti con la cecità e poi con il senso di inadeguatezza generazionale e artistico, in quanto arde in lui il sacro fuoco dell’arte teatrale. Facendo leva su un’ironia popolare Gianfranco Berardi riesce ad affondare la lama affilata della critica di una società alla deriva in cui il dilemma non è più essere o non essere ma essere o apparire, in cui i social sono diventati lo schermo di solitudini e individualismi ben celati da un protagonismo esasperato, dal proliferare di immagini sorridenti, vincenti, lucenti a mascherare le tenebre del mondo contemporaneo.

Si fa strada la presa di coscienza, la consapevolezza della propria identità che prende corpo con la citazione dei propri maestri, da Danio Manfredini a Pippo Delbono, ai quali rende sì affettuoso omaggio ma da cui si distacca per creare la propria strada inedita e originale. Una poetica in cui assume rilevanza il gioco di parole con le lingue: l’attore passa con disinvoltura dall’italiano all’inglese e al pugliese, facendo leva anche sull’interazione con il pubblico da cui emerge la ricerca forte e passionale di contatto e calore umano, all’interno di quello spazio teatrale in cui ognuno fa i conti con la propria solitudine.

La poesia si mescola alla comicità popolare senza mai assumere contorni ruffiani o consolatori. Al contrario, l’ironia diventa il mezzo per compiere un’analisi lucida e impietosa sul mondo contemporaneo e, in particolare, sul mondo virtuale, sul suo linguaggio fatto di emoticon che decontestualizzato diventa assurdo e povero e sull’individualismo, sulla perdita di valore delle relazioni umane.

A condividere la scena con Berardi una figura femminile delicata e materna, Gabriella Casolari; a lei è riservato il momento di pura poesia della pièce, quasi una parentesi intensa e sentimentale in un gioco teatrale molto ritmato e movimentato. In un legame nutrito di eloquenti silenzi, lei accudisce il Principe di Danimarca, gli lascia lo spazio e il tempo necessari, come in un rapporto d’amore ideale e lo chiama all’azione quando è il momento facendo da contraltare a Berardi, mattatore istrionico e vulcanico dalla potente fisicità.

Ad esaltare la fisicità di Gianfranco Berardi, i costumi: su dei pantaloni scuri una camicia bianca come da tradizione nel vestiario del principe di Danimarca, una veste bianca indossata per rivestire i panni di Ofelia e la maglia dell’Inter numero nove a sancire il legame con il senso di inadeguatezza contemporanea.

Un Amleto da asporto non può che agire su un teatro “povero”, scenografia scarna ma curata nei dettagli: il sipario mobile, altare del disagio dell’uomo contemporaneo, e una panca che viene rovesciata durante il monologo scandendone alcuni passaggi.

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder) - Corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 16.30
Biglietti: intero € 32.50, martedì posto unico € 21.50, under25 e over 65 € 17, under 18 € 12, scuole € 12
Durata spettacolo: 60 minuti

Articolo di: Laura Timpanaro
Sul web: www.elfo.org

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