Amleto FX - Teatro dell'Orologio (Roma)

Scritto da  Domenica, 26 Ottobre 2014 

Dal 21 ottobre al 2 novembre. Nella cornice sotterranea del Teatro dell’Orologio, nella piccola e accogliente sala Gassman, un uomo sta bruciando la sua immagine di profilo Facebook e tutto ciò che rimane delle sue origini regali, per rinchiudersi nella sua camera solo con se stesso e il suo mondo virtuale, per analizzare in luce contemporanea quei dubbi amletici ed esistenziali che abbiamo sentito tante volte proclamare ma che, stavolta, hanno la capacità di far ridere e commuovere insieme.

 

AMLETO FX
di e con Gabriele Paolocà
aiuto regia Michele Altamura, Gemma Carbone
scene Gemma Carbone
tecnica Edoardo Bozzo
foto Valerio Polici
produzione VicoQuartoMazzini, Progetto Goldstein, Teatro Orologio

 

Povero Amleto tutto triste e solo nella sua cameretta, si presenta con una lunga parrucca nera - un po’ emo - e un vestito da principe del ‘600, tiene in mano dei lunghi rami che posiziona - quasi preparasse un falò - sotto ad un cappio, al quale, in maniera simbolica, appende gli abiti regali che iniziano a dondolare come il corpo di un impiccato.

Gabriele Paolocà ci offre la sua personale interpretazione di Amleto, un bambino che aspetta invano il padre, un adolescente in cerca di attenzioni e con manie di suicidio, un uomo chiuso nel suo dolore che cerca conforto in Pierpaolo Pasolini e Luigi Tenco. Si trasforma prima in un bimbo che con una voce acuta e cantilenante ci ripete la poesia di Pascoli, come tante volte accade ai pranzi di famiglia, ma recitata dal piccolo Amleto, da pochi mesi orfano di padre, "La notte di San Lorenzo" si carica di significato e così, quel padre morto sulla strada con le bambole in dono per i figli, diventa ancor più commovente visto dagli occhi di questo bimbo, di questo principino che attende il ritorno a casa del papà.

E già si ha un primo stacco, il mac presente in scena inizia ad emettere i suoni ben noti delle chat online, Bernardo poi Orazio scrivono ad Amleto di venire alla festa in serata ma lui è triste e vuole restare chiuso in camera sua con il suo lutto, i suoi biberon a base di spritz e le canzoni rivisitate degli Iron Maiden. Molto abile nell’interpretare con diverse voci e posture i vari personaggi che si alternano, Paolocà abbandona Amleto e diventa il re Claudio suo zio, poi Gertrude sua madre che con una frivola nonchalance continua a dirgli come tutto ciò sia normale, che la morte è un passaggio dovuto della vita e che non è l’unico al mondo a soffrire per un lutto; questo però non fa sentire Amleto meno abbandonato, anzi la rabbia e il desiderio di vendetta aumentano mentre Claudio e Gertrude vanno a fare un giro in barca a Forte dei Marmi.

Ma l’Amleto di Paolocà non cerca vendetta, non importa chi e come abbia ucciso suo padre, il problema è che ciò avvenuto e non riesce ad accettarlo. È lui il centro del suo dramma e seppur sospinga al di fuori di sé il suo impeto distruttivo, non è concentrato sull’odio per Claudio ma sul suo male di vivere e l’ossessione della morte; come fosse il vero dono, la fine di ogni dolore e non un mezzo di vendetta, lo concede solo a se stesso e alla sua amata Ofelia.

Tutto lo spettacolo è intriso di argute citazioni, tratte da film, dalla letteratura, da modi di dire ma anche da quadri: la sua cameretta infatti è realizzata con delle veneziane bianche su cui è ritratto il celebre dipinto “La camera di Vincent ad Arles”, immagine forte che indica la profonda introspezione di questo Amleto, la chiusura in se stesso come fece il grande pittore, ma anche il fatto che dentro quella camera potrebbe esserci chiuso chiunque di noi. La chiusura in se stessi e questo senso di inadeguatezza verso il mondo esterno non possono non prendere spunto da figure più che mai moderne, persone che abbassano le tapparelle della loro camera e aprono le chat online creandosi una vita parallela, un non luogo in cui la depressione è alimentata da continui spunti di morte che vengono poi sdrammatizzati dall’attore nei suoi tentativi non riusciti, lasciando infine emergere un’immagine positiva della vita e dell’istinto di sopravvivenza che è più forte del fango che ti tira a fondo.

Poi avviene il salto nel buio: il monologo più celebre della storia del teatro, l’Essere o Non Essere, diviene traccia per un calderone di collegamenti attuali, una poderosa critica alla società intrisa di riferimenti e citazioni, capace di spezzare con la risata ma che con il suo crescendo arriva nel finale del monologo a far mancare il fiato e a coprire totalmente il testo shakespeariano. Un passaggio che lascia un'ottundente amarezza dovuta al constatare quanto la superficialità che ci circonda tenda a ricoprire le cose importanti e belle della nostra vita e come l’immaginario comune sia fondato su convinzioni anche errate; ad esempio il monologo dell’essere o non essere è spesso associato alla presenza del teschio, che Paolocà ricrea utilizzando uno screensaver al computer, ma che in realtà non è presente nel grande classico se non nell’ultimo atto ambientato nel cimitero. E dopo scene seducenti alla Marilyn Monroe e quelle comiche nelle mani di Rosencrantz e Guidenstern - pronti a tutto per la patria - nelle quali viene fuori il carattere istrionico e più vicino alla commedia dell’arte della sua formazione attoriale, Gabriele Paolocà nel momento più buio di Amleto fa arrivare un messaggio, la sua ultima speranza, l’ancora di salvezza, la persona che se riuscisse a capirlo e a stargli accanto potrebbe farlo uscire dal suo tunnel di depressione e barbiturici: Ofelia.

Ofelia scrive in chat con il linguaggio ultra pop e abbreviato che tanto ci disturba ma di cui difficilmente riusciamo a fare a meno e così tra ‘k’ che sostituiscono ‘ch’ e faccine sorridenti e puntini puntini, la loro conversazione arriva alla descrizione della morte di Ofelia, una delle pagine più poetiche della tragedia, che Paolocà ha l’abilità di trasmettere quasi integralmente ma con delle piccole aggiunte che rendono ancora più angosciante il suo lento essere risucchiata nelle acque scure del fiume. E così la potenza evocatrice di immagini e parole e l’attualità di questa morte che viene suggerita da Amleto ad Ofelia per attirare l’attenzione come fine massimo della loro esistenza, riesce proprio nel contrasto a commuovere attore e spettatore.

Nel finale Amleto torna ad indossare i panni da principe che pendevano per tutto lo spettacolo davanti ai nostri occhi, torna in sé, e torna dove sente di dover essere, su quel cappio, con un mix di alcolici e medicinali nello stomaco, con le vene tagliate orizzontalmente, con un colpo di pistola alla testa e quando tutto sembra finito, quando la morte sembra la decisione definitiva, un messaggio di Orazio che cita "Ecce Bombo" priva la tragedia della sua epicità e la riporta alla sua bassezza umana, in cui l’acquisire maggiore visibilità decidendo se non andare o andare e isolarsi alla festa di Orazio diventa il vero dubbio amletico della società. Inutile dire quanto sia coraggioso portare oggi in scena una rivisitazione originale dell' Amleto dopo tutto ciò che è già stato sperimentato in passato, e quanto sia difficile rendere il suo dramma interiore sostenendo con un monologo tutto lo spettacolo, ma la prova d’attore di Gabriele Paolocà è riuscita grazie alla totale generosità dell’interprete che offre tutto il suo eclettismo per mantenere sempre desti l’interesse e la curiosità dello spettatore; belle inoltre le immagini create e rese ancora più intense da un buon disegno luci che accompagna e sottolinea i continui sbalzi di umore e addirittura di personaggio che avvengono nello spettacolo.

 

Teatro dell'Orologio (Sala Gassman) - via dei Filippini 17/a (Piazza Navona), Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal mercoledì al sabato ore 21.15, domenica ore 17.45
Biglietti: biglietto ingresso unico € 10,00

Articolo di: Chiara Girardi
Grazie a: Stefania D'Orazio, Ufficio stampa Teatro dell'Orologio
Sul web: www.teatrorologio.it

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