Altri Amori, Anteprima (?) Garofano Verde - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 28 Giugno 2014 

Il punto interrogativo che campeggia nel titolo di questo articolo non rappresenta uno spaurito refuso o il frutto della prima cocente calura di una stagione estiva che non cessa di farsi desiderare. Lo definirei piuttosto un segno dei tempi. Quelli in cui la politica culturale di una città si articola con fulminei bandi a dir poco bizzarri, postille, ricorsi e lotte intestine. Quelli in cui una rassegna storica e dall'indubitabile valore artistico come il "Garofano Verde", giunta alla ventunesima edizione, sembra condannata all'oblio dettato dalla crisi economica e soprattutto dall'ottusa cecità degli operatori culturali; invece di sostenere, promuovere e valorizzare gli strenui sforzi degli organizzatori di una rassegna che non solo ha ospitato nell'intima cornice del Teatro Belli alcuni degli artisti che hanno contribuito a definire la drammaturgia e l'arte attoriale italiana con maggior vigore negli ultimi due decenni (un elenco inevitabilmente lacunoso include ricci/forte, Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, Andrea Baracco, Valter Malosti, Massimo Verdastro, Luciano Melchionna, Maria Paiato, Valentino Villa e Giovanni Franci) ma ha anche instancabilmente propugnato ideali di uguaglianza, partecipazione e integrazione sociale, l' inestimabile ricchezza di questo patrimonio viene dimenticata a cuor leggero e tutto sprofonda nel silenzio. Così nella speranza di un, tardivo, rigurgito di assennatezza da parte delle istituzioni rivolgiamo lo sguardo a quella che avrebbe dovuto essere una mera anteprima della rassegna, ospitata sul prestigioso palcoscenico del Teatro Argentina, e che ha visto protagonisti Pippo Delbono, con uno studio tratto da "La notte poco prima della foresta" di Bernard-Marie Koltès, e Antonio Latella, con la mise en espace del testo di Federico Bellini "Caro George", magistralmente interpretato da Giovanni Franzoni.

  

4 giugno 2014
LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA
di Bernard-Marie Koltès
studio
con Pippo Delbono 

8 giugno 2014
CARO GEORGE
di Federico Bellini
mise en espace
con Giovanni Franzoni
regia di Antonio Latella
proiezione del film di Jean Genet
Un Chant D’amour 

 

Nella serata di apertura di questa anteprima teatrale, Pippo Delbono si impadronisce del palcoscenico in totale solitudine, accompagnato unicamente dalle note dal fascino ipnotico della chitarra accarezzata da quello che ci viene presentato come una amico smarrito da lungo tempo e recentemente ritrovato; prima di immergersi, con la sua consueta e personalissima cifra stilistica intrisa di tensione emotiva e incontenibile trasporto fisico, nel magma incandescente del monologo di Bernard-Marie Koltès, instaura immediatamente un dialogo diretto e personale con lo spettatore, condividendo la lettera a lui indirizzata da François Koltès, fratello dell’autore morto nel 1989 a soli quarant’anni di Aids nonchè unico detentore dei diritti sulle sue opere. Riscontrando in Delbono una sensibilità straordinariamente affine a quella del defunto Bernard-Marie ed apprezzando con entusiasmo il suo percorso di sperimentazione teatrale, gli affida senza riserve - consentendogli con totale fiducia di operare stralci, cesure, divagazioni, rielaborazioni - il suo celeberrimo atto unico “La notte poco prima della foresta”, accolto da uno straordinario successo sia in occasione del debutto al festival off di Avignone nel 1977 che quattro anni dopo nella prestigiosa cornice del Petit Odéon di Parigi; gli racconta inoltre in tono affettuosamente confidenziale dei suoi giorni trascorsi in una Sicilia dicotomica nel suo contrapporre superbe meraviglie naturali allo sgomento suscitato dagli sbarchi dei migranti, le cui disperate condizioni non possono non atterrire e indurre a una doverosa riflessione.

Migrante ed errabondo è anche il protagonista del torrenziale testo declamato in maniera intimistica, cruda e viscerale; una sola frase di quaranta pagine, emessa quasi in un unico fiato, con una partitura priva di rassicuranti soste o punti fermi che minaccino d’interrompere il vibrante ed urgente flusso di coscienza. Similmente nomade ed inquieta si rivela l’attitudine artistica di Koltès e dello stesso Delbono, che ne raccoglie l’eredità spirituale ed innalza un grido lancinante, narrando con contorni sfumati e notturni una vicenda di emarginati e sofferenti, in una continua sotterranea intersezione col proprio vissuto personale. Tra luoghi di incontro discutibili, la fuga dall'alveo familiare e la conseguente ricerca affannosa di un riparo in stanze d'albergo rigorosamente spersonalizzanti ed asettiche ed un pessimismo cosmico che sotterra ogni ideale finanche politico e civile, il tutto finisce per sublimarsi in una costante, inconscia, bulimica ricerca d'amore, che traccia tra Bernard-Marie/Pippo e la madre, tra autore/interprete dolorosamente inquieto e la benpensante società che lo circonda una cortina di fuoco del tutto invalicabile.

La serata conclusiva della rassegna - dopo il secondo capitolo costituito dallo studio “Thérèse e Isabelle” tratto dal romanzo "Devastazioni" di Violette Le Duc, con la regia di Valter Malosti ed Isabella Ragonese come protagonista - presenta invece come incipit la proiezione del controverso cortometraggio “Un chant d’amour” di Jean Genet. Pellicola muta, a più riprese caduta sotto le implacabili rasoiate della censura per la torbida sensualità delle fantasie omosessuali tratteggiate dall’autore in una sintesi inscindibile di sesso e violenza, lirismo e sentimento, intricate dinamiche carnefice-prigioniero e simbolismo, colpisce profondamente per la vividezza delle immagini, per il pathos carnale, per la dirompente modernità e la sensibilità che trasudano da ogni singolo fotogramma.

L'atmosfera è densa di suggestione al termine della visione di quest'unica testimonianza cinematografica dell'immaginico universo artistico di Genet; sale dunque sul palcoscenico, totalmente spoglio ad eccezione di una semplice sedia, una bottiglia di vino rosso ed un calice di vetro, il superbo traghettatore che ci accompagnerà tra le pieghe oscure di una lancinante storia d'amore e morte. Giovanni Franzoni è il superlativo, intensissimo interprete del monologo "Caro George", confezionato dall'estro drammaturgico di Federico Bellini e dalla magistrale regia di Antonio Latella e presentato in questa circostanza nella forma di una mise en espace. Il testo trae ispirazione da tragiche vicende biografiche realmente accadute: il pittore irlandese Francis Bacon aveva ormai raggiunto l'apice della sua consacrazione artistica, tanto che il suo genio creativo venne celebrato con una retrospettiva al parigino Grand Palais nell'ottobre del 1971; lo scintillio di questa sontuosa affermazione professionale acuì però la sempre più incolmabile frattura tra l'artista ed il suo amante e modello George Dyer che, forse in un disperato tentativo di attirare l'attenzione e di ribellarsi a una solitudine sempre più ottundente, si tolse la vita ingurgitando dosi pantagrueliche di barbiturici nell'anonima, glaciale camera d'albergo che ospitava entrambi.

Franzoni percorre con chirurgica nettezza e sorprendente trasporto emotivo gli stati d'animo dell'artista intimamente devastato da questa perdita, in uno straniante intersecarsi tra l'acclamazione pubblica a lui tributata e l'abisso senza fine in cui è repentinamente precipitato il suo vissuto più intimo. Gli innumerevoli dipinti in cui aveva immortalato Dyer si tramutano pertanto in specchi deformanti ad imperitura testimonianza del suo fallimento umano, in una roulette russa al massacro che si traduce in un'eruzione verbale rabbiosa ed incontenibile, un soliloquio che sotto il manto della venefica invettiva cela un rimorso che non potrà mai conoscere balsamo lenitivo. Ecco che però, avviandosi verso l'epilogo dell'opera, Bellini e Latella disvelano repentinamente l'altra faccia della medaglia dando voce agli ultimi strazianti vaneggiamenti di George, in un rallentamento progressivo del concitato ritmo sino a sprofondare in un silenzio che è mutismo, contorsione, smorfia disumana ed agonizzante che condurrà il suicida a riverberare le distorte sembianze che più e più volte aveva assunto sulle tele baconiane.

La simbiosi tra la ricercata drammaturgia di Federico Bellini, la possente direzione registica di Antonio Latella e la vivida interpretazione profusa da Giovanni Franzoni, capace di avvolgere progressivamente lo spettatore in una spirale ineluttabile di amore annientato dalla devastazione della morte, costruiscono un frammento di grande verità e pregiata arte teatrale. E ritornando all'introduzione, fanno domandare, con ancor maggior sdegno e fastidio, per quale recondito motivo non potremo accorrere al Teatro Belli per celebrare la ventunesima edizione del Garofano Verde, rassegna che da sempre si è fatta portatrice di un teatro di indiscussa qualità e di una tenace lotta contro le discriminazioni, l'omofobia e la violazione dei diritti civili. Evidentemente trattasi di argomenti di marginale importanza agli occhi dei nostri illuminati politicanti... 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: ore 21
Biglietti: 15,00 € - 10,00 €


Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio Stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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