Alla mia età mi nascondo ancora per fumare - Teatro Carcano (Milano)

Scritto da  Domenica, 09 Dicembre 2018 

Variazioni di bianco fino al nero per raccontare una realtà tutta al femminile, simbolo del mondo arabo, lo hammam, luogo di protezione, fuga, confessione, trasgressione, per uomini e donne, evasione, dove l’eco della politica e del terrorismo islamista della décennie noire in Algeria, sessuofobo, si mescola a storie private. Crudo, ironico, soprattutto solidale, con quell’allegria sfrenata che nasconde il dolore e stordisce, propria della danza araba. Lo spettacolo è assolutamente realista pur se sembra folle, grazie anche a interpretazioni molto spontanee. Al centro la dialettica in chiaroscuro tra pubblico e privato, in mezzo il corpo delle donne, raccontato dall’algerina Rayhana per la regia di Serena Sinigaglia.

 

ALLA MIA ETÀ MI NASCONDO ANCORA PER FUMARE
di Rayhana
traduzione Mariella Fenoglio
con (in o.a.) Matilde Facheris, Carla Manzon, Annagaia Marchioro, Giorgia Senesi, Irene Serini, Marcela Serli, Chiara Stoppa, Sandra Zoccolan
costumi Federica Ponissi
scena Maria Spazzi
disegno luci Roberta Faiolo
regia Serena Sinigaglia
Produzione ATIR Teatro Ringhiera|Theater tri-bühne Stuttgart

Personaggi e interpretiLouisa /Matilde Facheris; Nadia e Myriam/ Annagaia Marchioro; Aicha/Carla Manzon; Madame Mouni /Giorgia Senesi; Samia /Irene Serini; Fatima/ Marcela Serli; Zahia/Chiara Stoppa; Latifa/Sandra Zoccolan


Testo corale, tutto al femminile, per otto attrici brillanti e versatili che si prestano a momenti tragici, ironici, a tratti quasi una commedia in musica, scritto dall’autrice algerina Rayhana, “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare” narra una storia vera, semplice, diretta, piena di vita e contraddizioni. L’azione si svolge ad Algeri, probabilmente negli anni bui del terrorismo, gli Anni Novanta, almeno da quanto si intuisce, sebbene un cellulare nello hammam forse sia un richiamo all’attualità più spinta.

Un’ora e quarantacinque senza intervallo, intensa, all’interno di un hammam, nel giorno riservato alle donne. Un giorno diverso dagli altri, nel quale una donna incinta, contro il parere dei genitori, è costretta a nascondersi per sfuggire alla furia omicida e punitiva del fratello che vuole lapidarne la colpa. Proprio quel Mohamed partito per la Francia rasato e tornato barbuto e bigotto che, nel nome di Dio, è disposto ad uccidere sangue del suo sangue. Il problema si allarga ed è un cenno alle derive dell’emigrazione, alla posizione della donna, senza mai diventare teatro giornalistico. Siamo in uno spazio intimo di dialogo e di emozione dove ci sono donne, tutte molto diverse, a disegnare un puzzle di mille colori, ognuna con una storia: donne che si stimano e anche donne che non si condividono ma che, nel momento del bisogno, sono solidali e fanno muro, pure con un escamotage, per fuggire alla furia maschile. Donne dure con gli uomini, critiche, ma che non rinunciano a sognare e ad amare perché l’amore è possibile anche se raro e vero forse solo nelle leggende.

Suggestiva la cornice, fra lenzuola, drappi e vapori, in variazioni di bianco, in uno spazio confinato che fa emergere pregi e difetti di ognuna e confessioni, in un territorio di grande intimità, dove spogliarsi diventa una metafora di mettere a nudo la propria anima e la propria vita. Ogni personaggio ha il suo punto di vista ed è diverso dall’altro per età, condizione sociale, destino più o meno sfortunato, speranza, disillusione, convinzioni religiose e in qualche modo anche per le proprie ragioni, con al centro il grande bisogno d’amore e la realtà della violenza che chiama altra violenza.

Una scena tutta frontale costringe lo spettatore a immergersi fino in fondo in questo punto di vista prismatico, senza le “distrazioni” che nel cinema offre la camera e che impongono invece al teatro un ruolo di grande realismo. Bello il movimento di donne avvolte nei loro haik, come vestali bianche, a parte una vestita di nero, che salgono e scendono dal palcoscenico: sotto il velo che le omologa, le schiaccia e in certo qual modo le protegge, appare la loro diversità che è messa ancora più in risalto dal contrasto con l’involucro esterno.

Lo spettacolo propone un’immersione nella società algerina e nella difficile convivenza delle donne con la cultura patriarcale, estremista, bigotta, violenta e repressiva dei loro uomini e una spinta alla libertà che spesso è ribellione, trasgressione ed eccesso ad ogni costo. In tal senso il testo è estremamente fedele a quel tipo di società che è poi in qualche modo il ritratto di tutto il Mediterraneo. Molto significativa ad esempio la vera e propria “moda” del divorzio in Algeria tra le donne, considerato un segno di emancipazione, così come lo sguardo verso la Francia fatto di rivalità e sogno ad un tempo. Il linguaggio è crudo, diretto, a volte con qualche eccesso che suscita ilarità e che interrompe ma annacqua anche la forza emozionale.

È un viaggio che ci commuove e ci smuove e ci fa riflettere - spiega la regista Serena Sinigaglia - e anche una denuncia, perché nessuno al mondo dovrebbe essere costretto a sposarsi a dieci anni, a rinunciare agli studi, a diventare terrorista per riscattare una vita fatta di abusi e ingiustizie”.

Uno spettacolo totalmente al femminile anche nel “comparto collaborazioni”: scene, costumi, foto e luci sono infatti firmati tutti da donne. Prodotto da ATIR Teatro Ringhiera e Theater tri-bühne Stuttgart, “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare” è tornato a Milano per dieci recite al Teatro Carcano dopo gli “esauriti” al Teatro Ringhiera nel 2014 e 2016. Rayhana Obermeyer è lo pseudonimo di un’autrice algerina, non un nome d’arte, ma uno scudo protettivo assunto dalla scrittrice per poter continuare a scrivere ciò che scrive e pensare ciò che pensa, nonostante viva in un paese libero come la Francia. Nata nel 1963 ad Algeri, è un’attrice, autrice, drammaturga e regista femminista, franco-algerina, residente in Francia dal 2000. E proprio in Francia, mentre si recava a teatro, Rayhana è stata aggredita da un gruppo di integralisti islamici. Il perché si desume da questo suo lavoro, che tocca temi di grande attualità con la sapienza di chi li conosce bene per averli vissuti sulla propria pelle e una leggerezza che restituisce forza ed incisività alla scena. La donna del resto è il nemico numero uno dell’integralismo, sebbene il Corano le assegni un posto sacro; come dice che la donna deve obbedire al marito, asserisce anche che un marito deve soddisfare sessualmente la moglie e, a seconda dell’impegno, conquisterà un posto nel Paradiso, che per il mondo islamico è sotto i piedi delle madri.

 

Teatro Carcano - Corso di Porta Romana 63, 20122 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02 55181377 - 02 55181362, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: mercoledì, giovedì e sabato ore 20.30; martedì e venerdì ore 19.30; domenica ore 16
Biglietti: poltronissima € 34, balconata € 25, ridotto over 65 € 22/18/17/14.50, ridotto under 26 € 15/13.50

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Brunella Portoghese, Ufficio stampa Teatro Carcano
Sul web: www.teatrocarcano.com

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