Alice Underground - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 12 Dicembre 2012 

Dal 3 al 31 dicembre. Con la giusta quantità di immaginazione la coppia Bruni e Frongia insegue il coniglio bianco in un paese delle meraviglie e di incubi deliziosi. Viaggiano assieme al Signor Spazio e al Signor Tempo e danno vita alla loro fantasia contagiata dalle follie racchiuse nei romanzi di Carroll, a tempo di nostalgici stacchetti al pianoforte. Trecento acquerelli dipinti da Bruni diventano un film animato da Frongia che avvolge completamente le avventure di Alice tra il Brucaliffo, la Regina di Cuori e il Cappellaio Matto ma anche tra le musiche dei Beatles e dei Rolling Stones.

 

 

 

 

 

 

 

 

Produzione Teatro dell’Elfo presenta
ALICE UNDERGROUND
da Lewis Carroll
uno spettacolo scritto, diretto e disegnato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
direzione e arrangiamento delle canzoni Matteo de Mojana
scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
con Elena Russo Arman (Alice), Ida Marinelli (lo spazio, il piccione, la duchessa, il ghiro, il due di cuori, la capra, dammelo, la regina bianca), Ferdinando Bruni (il tempo, il bruco, il lacchè pesce, la cuoca, il gatto, il cappellaio matto, la regina rossa, il controllore, dimmelo, humpty dumpty, la voce dell'unicorno) e Matteo de Mojana (il coniglio bianco, il lacchè rana, la lepre marzolina, il sette di cuori, l'uomo di carta, il cavaliere bianco, l'unicorno)
luci Nando Frigerio
suono e programmazione video Giuseppe Marzoli
assistente alla regia Filippo Renda
assistente scene e costumi Giorgio Raiola
capo macchinista Giancarlo Centola
datore luci Michele Ceglia
sarta Ortensia Mazzei
foto Luca Pica
progetto grafico Plum

 

 

Perdindirindina (parola perfettamente traducibile in francese, a detta della Regina Bianca), quant’è difficile, ora, tirare delle somme. Difficile quanto l’indovinello del Cappellaio Matto: che differenza c’è tra un corvo e una scrivania? (Io ci sono arrivato dopo almeno due anni di grattacapo e con le giuste documentazioni). Il viaggio psichedelico di Alice di Charles Lutwidge Dogson, diventato poi Lewis Carroll dal 1856, ha ispirato una quantità industriale di forme d’arte. Dai libri alla pittura (Salvador Dalì, per dirne uno), dalla musica (Aerosmith, Tom Waits) all’animazione, certo, come fece Betty Boop nel 1934. Infine il cinema, dal richiamo in The Matrix dei fratelli Wachowski al musical porno (lo sapevate?) Alice in Wonderland di Bud Townsend, 1976. Oggi, invece, è la volta del teatro.
La crew dell’Elfo Puccini, come sempre una certezza, più una piacevolissima sorpresa, Matteo De Mojana (Il Coniglio Bianco, la Lepre Marzolina, l’Unicorno e altri personaggi ancora) giocano con questa ‘moltezza di suggestioni’, come gli stessi registi la definiscono. Nonsense e magnetismo di un trip creativo e underground. Ma underground, così come suggerisce il titolo, non è da intendere nel suo significato di indipendente o eccessivamente anticonformista. È come una sorta di ritorno alle origini.
Il nome della prima stesura di Carroll, pensata per la piccola Alice Liddel, era proprio Alice Underground, per sottolineare il viaggio sottoterra, tra il mistero, il sogno e l’inconscio, alle radici del mondo e degli uomini che lo animano al di sopra, loro così maledettamente dotati di senso. Gli attori quindi ‘giocano’, appunto, non a caso, si divertono e recitano, non a caso, ancora, nella lingua inglese i due verbi, giocare e recitare, si traducono allo stesso modo. E questo ritorno alle origini è il leitmotiv pensato da Frongia e Bruni per stuzzicare il pubblico con la loro Alice. Sono più di trecento i disegni dipinti ad acquerello e realizzati a mano proprio da Bruni (sulla scena, anche, tra le altre cose, nel ruolo de il Bruco, il Cappellaio Matto, la Regina di Cuori) e animati da Frongia, che prendono possesso di tutto il palcoscenico e dai quali Wonderland piano piano, illogicità dopo illogicità, perfetta, prende forma. Il bosco, la scacchiera, lo Stregatto, il rocambolesco macchinario dell’ora del the, che non si può arrestare perché l’orologio è sempre fermo alle cinque del pomeriggio. Scenari, parole, protagonisti, sogni, stanze, porte e chiavi, tutto decisamente sovrastante e fiabesco, sospeso tra un nostalgico ricordo di un’idea di artigianalità di una scena visibilmente fatta a mano e la moderna tecnologia. Questo stratagemma permette di accompagnare la bambina nel suo viaggio, di precipitare con lei verso un mondo parallelo. All’assurdità magnifica del Paese delle Meraviglie lo spettatore associa un qualcosa che profuma di rasserenante passato. I colori, i disegni di una locomotiva o di una valigia legata con lo spago riportano chi osserva in una dimensione dell’infanzia dell’adulto di oggi.
Poetico e piacevolissimo, ma difficile, a mio avviso, da inquadrare. Sia nella prima parte – una rapsodia di eventi per non sfuggire troppo alla natura del testo – che nella seconda, dove la fantasia schizza ovunque, come la vernice rossa con la quale le carte dipingono le rose bianche. Tutto questo meccanismo proiettato a mo’ di video disperde un pochino. È vero che le illustrazioni sono impeccabili, è vero che funzionano nel loro intento di ricordarci com’era il mondo prima e come sarebbe, se solo avessimo avuto l’astuta ingenuità di Alice, ma ci si confonde e non si ha più la sensazione di essere a teatro e non a causa di un forte pathos e senso di trascinamento. Forse voluta, per dare la percezione di smarrimento come quella sperimentata dalla bambina, ma la continua, incessante, imponente animazione sul palcoscenico dà più l’idea di essere seduti al cinema che in platea, ad ammirare un’opera ibrida. Si ha una profonda nostalgia di quel rapporto fisico che appartiene solo al teatro, del movimento corporeo e scenografico concreto che solo il teatro stesso può dare e che fa sentire lo spettatore vicino e parte di questa forma d’arte, senza barriere davanti. È la destrezza di Elena Russo Arman, un’Alice mora e riccia, originale e adeguatamente distante dal luogo comune, che riporta alla concretizzazione dello spettacolo dal vivo. Di lei, così preparata, folle e onomatopeica, rimane tutto il sapore favoloso (proprio della favola) ma, non mi trattengo, anche un’unica nota negativa, un pugno nell’occhio rispetto all’irrazionalità del contesto: un paio di riconoscibilissime Converse All Stars ai piedi.
Detto questo, adesso ditemi: che differenza c’è tra un corvo e una scrivania?

 

 

Teatro Elfo Puccini (sala Fassbinder) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30, domenica ore 15.30, lunedì 31 dicembre ore 20:30 (lo spettacolo non andrà in scena dal 23 al 26 dicembre)
Biglietti: intero euro 30.50, martedì biglietto unico euro 20, ridotto<25 anni e >60 anni euro 16, gruppi scuola euro 12; prezzi 31 dicembre intero euro 50 - ridotto<15 anni euro 25
Durata: 90 minuti senza intervallo

 

 

Articolo di Andrea Dispenza
Grazie a: Barbara Caldarini, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

 

 

 

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