Albert - Teatro Litta, La Cavallerizza (Milano)

Scritto da  Domenica, 09 Ottobre 2016 

Nella piccola e suggestiva Sala della Cavallerizza delle Manifatture Teatrali Milanesi, luogo una volta noto come Teatro Litta, ha inizio con una musica intrigante lo spettacolo intitolato semplicemente ‘Albert’. Prodotto e creato da una compagnia indipendente che di solito non trova spazi ufficiali in cui presentare i propri progetti, lo spettacolo è andato in scena nell’ambito di “Hors” (House of the Rising Sun), l’alveo protetto che MTM dedica esclusivamente a queste realtà, una sorta di ‘zona franca’ a loro riservata in principio di stagione teatrale. Hors non vuole essere una rassegna né tantomeno un festival, è semplicemente una “casa”, sicuramente temporanea, ma utile se al suo interno ci si può conoscere e parlare, vedere spettacoli e scambiare esperienze, condividere sogni e aspirazioni per il futuro della scena teatrale italiana. Grande idea, specialmente considerando il valore di questa pièce scritta da Cecilia Campani e diretta da Marco Monzini.

 

ALBERT
di Cecilia Campani
regia Marco Monzini
con Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
sound design Gianluca Agostini
luci Giuliano Bottacin
trucco Sara Rossi
costumi Nicola Mauro
scene Laura Galmarini
immagini Giacomo Galloni
assistente alla regia Selvaggia Tegon Giacobbo
disegni Lydia Giordano
anteprima nazionale

 

Andato in scena solo dal 23 al 25 settembre, “Albert” mostra il muro di mattoni autentico e antico della sala teatrale colma di pubblico, davanti al quale sembra di vedere una statua bianca dalle fattezze simili a quelle del grande fisico del secolo scorso Albert Einstein. Il silenzio improvviso rende più acuta l’osservazione di quella presunta statua, situata dietro a un cordone e collocata vicino a un ritratto di Isaac Newton. Siamo di sicuro in un museo. Quando di colpo la ‘statua’ si muove, solo un movimento impercettibile… gli occhi si spalancano, inizia a respirare, muove un braccio, poi il collo, mentre una voce profonda fuori scena rappresenta i presunti pensieri di un essere intrappolato in una struttura di marmo.

Gli ci vuole un po’ prima di rendersi conto che si trova dentro a una statua e pensa: “No, il monumento no…!”. Imprevedibilmente buffo, decisamente surreale e talvolta irreale ma apparentemente verosimile, lo spettacolo ci consegna alla vivace storia del nostro scienziato preferito che scoprì la relatività e che oggi decide di fuggire dal museo. Purtroppo non ha movimenti facili, è molto rigido, se cade rischia di spezzarsi. Deve essere molto cauto e furbo. Ma ecco arrivare un intruso, un giovane che ha una targhetta col nome OTTO sulla maglietta rossa, ha un telefonino in mano e non dedica neppure uno sguardo a quanto gli sta attorno. Si siede e basta, smanettando col cellulare. Invece i pensieri si susseguono dentro ad Albert, corrono quanto lui resta inerte, granitico.

Otto è un guardiano, è un giovane, indossa una cuffia in testa collegata allo smartphone e non vede neppure la statua tornare lentamente sul suo piedistallo. Ma sente un rumore, si volta, lo guarda, si avvicina, lo spolvera in faccia e torna a sedersi. Quel fazzoletto però era più impolverato del volto di Albert che prova a trattenersi ma infine esplode in uno starnuto fragoroso. Il guardiano fugge, terrorizzato, ma poi torna indietro e gli punta il cellulare: sta filmando e parla, anzi straparla, sembra convinto che queste immagini cambieranno la sua vita. Sarà ricco, famoso, tutti vorranno conoscerlo… meglio che aver vinto al Lotto! Ma Albert non ci sta e i due litigano.

Come pensi di meritarti soldi e fama, cosa hai fatto tu?” gli chiede perentorio l’anziano e defunto fisico. “Io non ho fatto niente, sono uno stagista... ma ora posso diventare qualcuno! Non ho fatto nulla, ho solo avuto culo…” confessa. Ma mentre filma quanto scritto sulla targhetta di Albert, si rende conto che c’è la storia terribile di come, alla sua morte, alcuni scienziati abbiano deciso di asportare dal cranio il cervello dello scienziato e, dopo averlo sezionato e suddiviso in 240 parti, le abbiano consegnate a scienziati di mezzo mondo per vedere chi potesse scoprire cosa ci fosse ‘dentro’ a renderlo così speciale. Il resto era stato messo in un barattolo lì sopra esposto.

Lo spettacolo ha momenti davvero surreali, i dialoghi sono serrati e divertenti benché talora paiano crudi e spietati, come la realtà che qui latita, sostituita da una immaginazione fervida e travolgente. Tra Otto, colpito dal crudele destino post-mortem del celebre fisico, di cui non era a conoscenza per quanto lavorasse proprio in quella sala, ed Albert nasce allora una collaborazione inquietante e divertente, anche grazie a una regia strepitosa che rende possibile, senza che nulla appaia in scena, che il pubblico si senta trasportato in epoche diverse, su treni, su una barca, in acqua, sul lago assieme a questi due improbabili personaggi e alle loro innumerevoli avventure, che ci regalano un viaggio attraverso il tempo e gli spazi, oltre che attraverso la logica.

Rispolveriamo la storia con la S maiuscola quando Albert ricorda i tempi che hanno preceduto la seconda guerra mondiale e in cui, dopo la scoperta della bomba atomica, lui aveva parlato alla Regina del Belgio per convincerla a non vendere ai tedeschi l’uranio che si stava raccogliendo nei giacimenti del Congo Belga, mentre Otto non riesce a pensare ad altro che a bere mohito su immaginarie spiagge piene di belle ragazze in tanga, non appena sarà diventato ricco… insomma uno spettacolo geniale e paradossale allo stesso tempo, tutto realizzato con pochissimi mezzi, due persone in scena ma molti dietro le quinte a lavorare con e per loro due.

Il plot ci racconta che al 490 di Riverside Drive, a New York, nel 1929 fu terminata la costruzione della neogotica chiesa di Riverside, sull’Hudson. La chiesa ospita un evocativo organo e le sue facciate sono ricoperte da innumerevoli sculture. Uno dei portali è interamente dedicato alla commemorazione di grandi studiosi, con una collezione dei più eccelsi cervelli umani di tutti i tempi. Tra questi ci sono Pitagora, Galileo, Faraday e Pasteur ma vi trova posto anche la scultura marmorea di Albert Einstein. I resoconti narrano che nel 1930 Albert visitò la chiesa e, durante la visita, gli fu comunicato che solo un uomo, in quella fitta schiera di menti illuminate, era ancora vivo. Quell’uomo era proprio lui. Cosa sarà passato nella testa ad Einstein in quel momento? Forse da questo incipit nasce il nostro racconto, che però va oltre il comune senso dello spettacolo in quanto costringe a confrontare pensieri, comportamenti e ideali e ad affrontare la banalità del cinismo di chi non ha meriti. Forse però Otto riscatterà il suo atteggiamento infantile e aiuterà il suo statuario amico a fuggire dal museo, mentre nella mente di Albert tornano i ricordi di Hiroshima che cambiò tutto e costrinse a mettere la parola fine alla seconda guerra mondiale.

 

Teatro Litta (Sala La Cavallerizza) - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: venerdì ore 19:30, sabato ore 21, domenica ore 19:30
Biglietti: singolo 10€, doppio spettacolo 15€ (Il Preferito + Albert oppure Erinni O del rimorso + Alice nella giungla)

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Maddalena Peluso, Ufficio stampa Manifatture Teatrali Milanesi
Sul web: www.mtmteatro.it

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