A Santa Lucia - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Martedì, 17 Aprile 2012 
A Santa Lucia

Dal 10 al 22 aprile. In scena al Teatro Quirino la commedia con musiche “A Santa Lucia”, tra le meno conosciute della produzione di Raffaele Viviani e pressochè inedita, diretta e interpretata da Geppy Gleijeses, con una compagnia brillante e particolarmente affiatata all’interno della quale spiccano Lello Arena, Marianella Bargilli e Gianni Cannavacciuolo. Un affresco intriso di ironia e malinconia, nostalgia e umorismo sferzante, sentimento e vagheggiamento di un passato ormai inesorabilmente tramontato, in una Napoli notturna ed umbratile che vive del difficile incontro tra un caleidoscopio variopinto di viveur indolenti e viziosi, cocotte provocanti, scrittori squattrinati e sonnambule veggenti da un lato e una vivace popolazione di ostricari, venditrici di spighe e barcaioli alle prese con le fatiche della sopravvivenza quotidiana dall’altro.

 

Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino Vittorio Gassman presentano

A SANTA LUCIA

versi, prosa e musica di Raffaele Viviani

con Geppy Gleijeses (Beppe D’Amato, La sonnambula), Lello Arena (Il Poeta Ciocca, Il magnetizzatore), Marianella Bargilli (Fanny), Daniele Russo (Jennariello, Il mendicante), Gigi De Luca (Zì Taniello), Gina Perna (Peppinella, Una signora), Angela De Matteo (Tetella), Luciano D’Amico (Il Barone Gaffa), Gianni Cannavacciuolo (Carluccio, Il portinaio), Gino De Luca (Alberto), Antonietta D’Angelo (Carmenella), Giusy Mellace (Lucy), Salvatore Cardone (Il cantante), Antonio Roma (Il fisarmonicista), Aniello Palomba (Il chitarrista) e Eduardo Robbio (Il mandolinista)

scene Pierpaolo Bisleri

light designer Gigi Ascione

costumi Adele Bargilli

orchestrazione e direzione musicale Guido Ruggeri

regia Geppy Gleijeses

 

Un gioiello dimenticato della produzione di Raffaele Viviani torna a risplendere grazie all’impegno e alla ricercata dedizione di Geppy Gleijeses e del suo Teatro Stabile di Calabria: la commedia in due atti “A Santa Lucia” (il cui titolo originale era “Santa Lucia nova”) fu messa in scena dallo stesso autore per l’ultima volta nel 1943, per poi cadere sostanzialmente nel dimenticatoio tanto da apparire sconosciuta alle attuali platee teatrali. Mentre gli altri due pilastri della drammaturgia partenopea novecentesca, il principe Antonio De Curtis e Eduardo De Filippo, concentrarono la loro analisi rispettivamente sulle dinamiche sociologiche ed emozionali di una nobiltà decadente ed anacronistica e sui vizi e virtù dei ceti borghesi dilaniati da una sconfortante crisi di ideali e da una dilagante grettezza, Viviani affonda la sua ricerca viscerale ed intensissima nelle pieghe della lotta dei ceti popolari e del sottoproletariato per sbarcare il lunario e sconfiggere la povertà, un’umanità disperata ed in continuo fermento. Analfabeta, ma geniale e straordinariamente sensibile, il poeta, commediografo e compositore di Castellamare di Stabia, rifuggendo il sentimentalismo melodrammatico e la retorica positivista, nonostante non potesse vantare una solida preparazione letteraria né una conoscenza musicale di carattere tecnico, scrisse alcune tra le pagine teatrali più pregiate e i più immortali motivi musicali della tradizione napoletana. Tutto questo raggiungendo un’inimmaginabile originalità creativa che per taluni aspetti lo avvicina al percorso sperimentale delle avanguardie, rimodulato alla luce dell’esperienza del teatro brechtiano e dell’avanspettacolo petroliniano. Nonostante la ricchezza ispirata dei suoi lavori drammaturgici solamente un numero esiguo di questi ha raggiunto il meritato consenso da parte di pubblico e critica, mentre la parte restante del suo magmatico universo artistico e la sconfinata galleria di personaggi che lo popolavano hanno finito per essere oscurati dalla polvere del tempo.

E’ esattamente questo il destino seguito da “A Santa Lucia”, che riscopriamo in questo piovoso scorcio di primavera sul palcoscenico del Teatro Quirino: ci troviamo proiettati indietro nel tempo, per la precisione agli anni dolorosi, affannati ed impoveriti del primo dopoguerra, nella suggestiva cornice dell’isolotto di Borgo Marinari, a ridosso del Castel dell’Ovo e collegato da un esile lembo di terra all’elegante lungomare di via Caracciolo. Atmosfera notturna, rischiarata dalle iridescenti luminarie di “Starita”, ristorante à la page dove al calare dei sipari teatrali si raduna la società più effervescente e danarosa che trascorre la propria accidiosa ed inebriante esistenza alle pendici del Vesuvio: facoltosi baroni di mezz’età attorniati da un codazzo di leziose e intriganti popolane civettuole che, mascherando le proprie origini decisamente veraci sotto un manto di vezzosi francesismi, cercano di estorcere loro cene lussuose e preziosi regalini, senza al contempo disdegnare il corteggiamento di affascinanti viveur più giovani e aitanti; poeti squattrinati alla perenne ricerca di un piatto caldo, di una gustosa tazzina di caffè o ancor meglio di un saporito prestito in denaro da richiedere al malcapitato di turno; sinuose ed irresistibili prostitute d’alto bordo che, annoiate dalla solita routine, affilano le proprie unghie per sedurre per puro capriccio giovani ed affascinanti popolani; nobili di provincia che sperperano interi patrimoni tra gioco d’azzardo, avide amanti e lo stordimento dei sensi garantito da valanghe di cocaina. Questi i personaggi che si incontrano abitualmente da Starita, i quali inevitabilmente vengono in contatto, lungo il molo al chiaro di luna su cui si affaccia la veranda del ristorante, con la vasta e colorita popolazione dei “luciani”, gli abitanti del prospiciente quartiere marinaro di Santa Lucia: ostricari, venditrici di spighe, acquaioli, barcaioli, venditori ambulanti spesso privi del necessario per la sussistenza ma strenui difensori della propria dignità e dei propri principi.

Il primo atto, ambientato proprio in questo contesto, ha la funzione di presentare i protagonisti di questo straordinariamente vivace affresco en plein air ed introdurre il filone principale dell’intreccio, costituito dall’incontro carnale e seducente tra la sfrontata e capricciosa mondana Fanny e l’ingenuo barcarolo Jennariello. Nel secondo atto l’azione scenica si sposta invece nel quartiere di Chiatamone, mantenendo però una progressione narrativa contraddistinta da una forte unità temporale: dinanzi a noi si staglia il palazzo dove dimora Fanny, pronta ad accogliere Jennariello per condurre a compimento il suo progetto e soddisfare la sua cupidigia amorosa. Nonostante le sue intriganti insistenze, il giovane popolano non cederà però alle allettanti lusinghe: più che il sentimento nutrito verso la sua devota fidanzata, a dissuaderlo sarà l’abissale divario che separa le classi sociali di appartenenza dei due amanti, un ostacolo insormontabile che codifica con granitica precisione le possibili dinamiche relazionali che potrebbero coinvolgerli. Dinamiche che escludono qualsiasi coinvolgimento di carattere affettivo – o anche semplicemente sessuale; il ragazzo potrà solamente continuare ad offrirle i suoi umili servigi di barcarolo, ma tornerà con gioia a rifugiarsi nell’alveo protettivo e familiare del clan dei “luciani”.

La commedia di Viviani viene proposta in una chiave assolutamente rispettosa della tradizione e filologicamente accurata, ma al contempo estremamente piacevole e coinvolgente anche per le attuali platee teatrali, grazie alla direzione registica moderna, appassionata e dinamica di Geppy Gleijeses che le infonde nuova e prorompente linfa vitale. Gleijeses ritaglia per sé anche due ruoli nel foltissimo parterre di personaggi che affollano questo vitalissimo scorcio di vita popolare partenopea: se inizialmente veste i panni del dissoluto Beppe D’Amato dedito a bagordi, stravizi e lussuria, in seguito regala al pubblico una prova magistrale del suo istrionico talento recitativo dando vita ad una bizzarra ed esilarante veggente sonnambula, accompagnata da un ciarlatano “magnetizzatore” pronto a sprigionare i suoi poteri divinatori (interpretato con grande energia da un Lello Arena in stato di grazia, che a sua volta recita anche nel ruolo dello squattrinato poeta Ciocca). Un siparietto comico semplicemente memorabile. Tra le fila della numerosissima compagnia in scena come non menzionare la convincente prova recitativa offerta da Marianella Bargilli, algida e torbida nei panni dell’implacabile ammaliatrice Fanny, da Gina Perna, spassosissima e travolgente nel caratterizzare la pungente serva Peppinella, e dal sempre ottimo Gianni Cannavacciuolo che in questa pièce ritroviamo nei ruoli del cameriere Carluccio e del portinaio, entrambi declinazioni del prototipo umano del simpaticissimo e funambolico maneggione sempre in cerca di espedienti e trovate geniali per raggranellare qualche centesimo in più. Infine un meritato plauso al giovane protagonista maschile Daniele Russo, che tratteggia il personaggio di Jennariello con sorprendente ricchezza di sfumature ed intensità.

La messinscena viene ulteriormente impreziosita dal magnifico allestimento scenografico (scene di Pierpaolo Bisleri, disegno luci di Gigi Ascione, costumi di Adele Bargilli), ad un tempo realistico e profondamente evocativo tanto da creare dei veri e propri bozzetti paesaggistici di genere che catturano immediatamente la fantasia dello spettatore: nel primo atto lo sfavillante ristorante Starita si affaccia sul molo di via Caracciolo realmente bagnato dall’acqua marina sulla quale si riverberano i raggi lunari, mentre nel secondo segmento della narrazione veniamo condotti per mano tra i vicoli tortuosi di una Napoli irrimediabilmente scomparsa ma saldamente scolpita nell’immaginario collettivo. Di gran pregio anche l’accompagnamento musicale - eseguito dal vivo da Salvatore Cardone (voce), Antonio Roma (fisarmonica), Aniello Palomba (chitarra) e Eduardo Robbio (mandolino) ed orchestrato con sapienza da Guido Ruggeri - che, assecondando la consuetudine caratteristica delle commedie di Raffaele Viviani, contrappunta la narrazione in modo incisivo e struggentemente malinconico.

Uno spettacolo realmente imperdibile per gli amanti della drammaturgia napoletana, denso di lirismo e raccolto dolore, lotta quotidiana per la sopravvivenza e sentimento, nostalgia e speranza. Una pièce che scava in profondità nell’animo umano, raccogliendo un’eredità culturale inestimabile e rivisitandola in una chiave assolutamente godibile ed accattivante.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, Roma

Per informazioni e prenotazioni: numero verde 800013616, biglietteria 06/6794585,

mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, giovedì 12, mercoledì 18 e sabato 21 aprile ore 16.45, tutte le domeniche ore 16.45

Biglietti: platea € 33 (ridotto € 28,50), I balconata € 28,50 (ridotto € 24,50), II balconata € 23,50 (ridotto € 20,50), galleria € 18 (ridotto € 15)

 

Articolo di: Andrea Cova

Foto di: Federico Riva

Grazie a: Paola Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino

Sul web: www.teatroquirino.it

 

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