A Christmas Eve - Teatro Lirico Sperimentale (Spoleto)

Scritto da  Domenica, 27 Settembre 2015 

L'algido pallore di una corsia ospedaliera, atroci reminescenze del passato che affiorano implacabili sino all'inevitabile, estrema resa dei conti: una famiglia dolorosamente simile a tante altre, dilaniata da anni di efferati abusi, è protagonista di "A Christmas Eve", l'opera a quattro voci e lisoformio che sancisce il debutto dell' ensemble ricci/forte nell'impervio territorio della lirica, magistralmente accompagnati dalla pregiata ricercatezza musicale del compositore Andrea Cera. Lo spettacolo nasce come commissione del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto che da alcuni anni, accanto alle tradizionali opere di repertorio, incalza giovani artisti e drammaturghi affinché si interroghino su scottanti tematiche sociali e di attualità; quest'anno l'argomento centrale del progetto "Opera nova" è rappresentato appunto dall'abuso sui minori e Stefano Ricci e Gianni Forte lo declinano con la loro consueta potenza visionaria, attenuando la componente visceralmente fisica da sempre parte della loro cifra stilistica, per privilegiare un'indagine psicologica tanto impietosa quanto necessaria, ammantata di emozionante simbolismo.

 

Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto "A. Belli" presenta
nell'ambito del progetto Opera Nova 2015
A CHRISTMAS EVE
opera a quattro voci e lisoformio
musica Andrea Cera
drammaturgia ricci/forte
direttore Marco Angius
regia Stefano Ricci
assistente alla regia Liliana Laera
con la partecipazione di Anna Gualdo e Giuseppe Sartori
cantanti del Teatro Lirico Sperimentale: Beatrice Mezzanotte (mezzosoprano), Candida Guida (contralto), Marco Rencinai (tenore), Alec Roupen Avedissian (baritono)
ensemble strumentale dell'O.T.Li.S.
orchestra del Teatro Lirico Sperimentale

 

A Christmas Eve"A Christmas Eve" nasce dal desiderio dell'ensemble ricci/forte di affrontare un argomento strettamente legato alla contemporaneità come quello delle sordide violenze perpetrate in seno al nido familiare, con un linguaggio distante anni luce dall'insaziabile voyeurismo mediatico imperante: anzitutto rifuggendo con decisione uno sguardo cronachistico, non aggredendo episodi privati e le loro martoriate vittime con uno sguardo consumistico da titoli in grassetto, rimbombo immediato e altrettanto repentina dimenticanza dopo l'affievolirsi del clamore. I due registi e drammaturghi romani, al fine di centrare questo obiettivo, approcciano il tema dell'abuso frapponendo quarant'anni tra questo odioso crimine e l'intreccio narrativo portato sul palcoscenico, per dimostrare come questo dramma non si esaurisca: si parte dal crollo delle certezze familiari, di un luogo protetto, per raccontare come poi la ferita virulenta si incancrenisca con il passare degli anni auto-alimentandosi. Lo spettacolo prova a raccontare come una piccola ma gigantesca frattura emotiva inferta nell'infanzia possa irrimediabilmente spostare l'orizzonte dell'intera esistenza di un essere umano.

Vigilia di Natale, il bianco abbacinante di un nosocomio pressoché deserto accoglie le ultime ore agonizzanti di un anziano malato sul proprio letto solitario (ne veste i panni Giuseppe Sartori, con evidente discrepanza anagrafica che non inficia in alcun modo la credibilità dell'interpretazione), con l'unico conforto delle cure distratte di un infermiere (il baritono Alec Roupen Avedissian). Candore disinfettato di maioliche asettiche, glaciali luci al neon aggrediscono questi tormenti, mentre un imponente albero di Natale si staglia con le sue luci intermittenti in un angolo ed una stampa gigante del corpo umano campeggia sul fondale. Seduta su di una panca sul proscenio appare una donna (il contralto Candida Guida) avvolta in un sacco a pelo rosso, vermiglio bozzolo protettivo dalla brutalità del mondo esterno: scopriremo di lì a poco che anche lei è un'infermiera, oltre ad essere figlia del moribondo paziente ricoverato in questo mortifero giorno di festa. Ecco però irrompere burrascosamente dal fondo sua sorella (Anna Gualdo): indossa una pelliccia ed arranca determinata ma traballante, come oppressa da un macigno che non le concede requie; ad ogni rovinosa caduta estrae dalle proprie tasche delle arance, liberandosene come briciole di Pollicino per alleggerire la propria tormentosa marcia verso i fantasmi più inquietanti che infestano la sua psiche. Anna è ormai da numerosi anni lontana, dove l'ha condotta la rovinosa fuga intrapresa assieme a sua madre dopo le "vergognose", "infamanti" accuse con cui ha apostrofato il proprio padre, integerrimo pater familias dinanzi all'opinione pubblica ma disumano aguzzino al riparo da occhi indiscreti; il carnefice ovviamente conobbe solo per un breve istante il meritato ludibrio per la sua condotta infame, immediatamente riabilitato grazie alla macchina del fango innescata nei confronti dell'indifesa vittima, liquidata come paranoica delatrice.

A Christmas EveL'infermiera tenta di ammorbidire l'inflessibile fermezza della sorella maggiore appellandosi ad argomenti stantii come la fiducia cieca in un'esistenza ultraterrena e in un Dio saggio che allevierà le sofferenze degli afflitti, o come i legami di sangue che uniscono per sempre una famiglia. Per Anna però è ormai "bruciato tutto, cenere depositata sotto le unghie, tra i ventricoli, nonostante siano trascorse ere geologiche"; guardandosi allo specchio vede un "condannato a morte perenne, ecco la trasformazione alchemica" e si domanda con astio ferino se il suo persecutore "ha avuto il buon gusto di schiattare" prima del suo arrivo. Tra le due donne un'invalicabile muraglia innalzata da quarant'anni di silenzio e distacco. Non basterà all'infermiera sfoderare una foto di famiglia di qualche decennio prima per intenerire il furibondo livore di Anna: una madre liofilizzata, un padre totalmente incapace di calzare questo ruolo e due bambine inermi certamente non rappresentano un paradigma di famiglia serena, specialmente quando dietro un elegante cappottino, le trecce composte, i sorrisi domenicali e i variopinti fiori nei vasi si celano in realtà l'ombra cupa dell'abuso, "puzzo di morte, pastarelle di cemento armato e petali collassati"; ora come allora Anna avverte la necessità di colmare le sue tasche - un tempo di sassi, oggi di turgidi frutti - per restare ancorata a terra, "trattenere il tempo presente che invece le sfugge, riavvitandola al passato, cancellando ogni traiettoria di futuro".

L'infermiere dischiude a questo punto il sacco a pelo posto sulla lettiga e ne fuoriesce l'anziano agonizzante vestito da medico con tanto di camice e stetoscopio, pronto ancora, un'ultima volta ad ergersi come fulcro di un sistema solare, attorno al quale iniziano ad orbitare come pianeti, ieratiche nella loro lentezza, le due figlie. Attendeva con trepidante ansia il ritorno della sua figliola prodiga ed ora l'entusiasmo e l'appagamento emotivo sono così incontenibili che il suo cuore "si agita dentro lo sterno come un timpano ingordo di vita". Annichilita dal confronto Anna si accascia sulla panca, immediatamente raggiunta da Giuseppe alle spalle che inizia a dirigerne i movimenti a mo' di marionetta inebetita, correggendone con veemenza la postura di schiena, gomiti, volto e dita. Improvvisamente per Anna sembra che sia trascorso appena un istante dal lontano momento della separazione, dall'ultimo incontro tra vittima e persecutore, "come se il tempo lontano da te, non fosse mai uscito dal collo della bottiglia". Piramidi di libri da posizionare sul capo delle figlie per imporre loro un contegno consono, un incedere elegante, ed eccole nuovamente sepolte sotto la ferrea autorità paterna, che si concreta in grida rabbiose e sussulti incontrollati.

A Christmas EveGiuseppe smonta le brillanti decorazioni dell'albero natalizio e le avvolge intorno ad Anna, tramutandola in un improbabile totem luccicante. La sua segreteria telefonica vomita messaggi di odio verso lei che "non è accompagnata dal timore di Dio" e si era sino ad allora rifiutata di accorrere al capezzale paterno; le si rimprovera che "l'orgoglio è una qualità finché non diventa ostinazione", ulteriormente aggravata da "tutte le macerie di imposture che ha grandinato addosso" all'integerrimo e premuroso genitore.

Una neve soffice ma sempre più copiosa, sino a sotterrare ogni dettaglio, si adagia come un lenzuolo di freddo su queste vite irreparabilmente frantumate: niente più sentimenti autentici o speranza di redenzione, solo odio, solo la reminescenza tangibile, umida, viscida, l'impossibilità di costruire un'esistenza o la benchè minima parvenza di relazione affettiva... "ho smesso con l'amore, ho smesso di leggere, ogni parola sembrava falsa, ingannevole, come le parole che mi raccontavi per addormentarmi". Traiettorie di arance, massicci pesi che la tengono inchiodata alla sua infanzia martoriata, convergono da Giuseppe verso Anna che le taglia a metà con un coltello risoluto di accanito rancore, lasciandole riverse attorno a lei. Non meno feroce è il risentimento vergognoso che dal padre morente tracima sulla sua vittima predestinata: "hai annerito per sempre l'anima mia, quella di tua madre e tua sorella, ti voglio bene ma confido che tu non venga mai perdonata, che tutti ti voltino le spalle, prego che tu non sia mai felice, da tua zia ho fatto accendere candele in chiesa, per questo non ti permetterò di dimenticare". In una claustrofobica prossimità, anticamera del passaggio verso l'aldilà, il padre si avventa per l'ennesima, ultima volta sulla figlia, tormentosamente ancora succube della sua volontà, sfiorandole il corpo con arance che lasciano un rivolo di umida, appiccicosa colpa sulla sua pelle troppe volte violata, strofinandole sempre più vicino ai seni e al sesso di Anna, tentando di infilarla nella bocca di lei che infine con un ultimo rigurgito di coscienza si divincola liberandosi dalla morsa paterna.

A Christmas EveDi ineffabile suggestione e struggente dolore l'epilogo. Anna e la sorella infermiera indossano delle ali di plastica, protese inutilmente verso qualcuno che ci salvi, verso un luogo dove sentirci finalmente al sicuro, verso qualcosa da abbracciare che non sia solamente impalpabile pulviscolo. Desideri che ovviamente saranno destinati a rimanere totalmente ignorati. Nel frattempo Giuseppe dispiega attorno a loro un tappeto di letterine di Natale sfavillanti di porporina, come infinite lapidi di un cimitero militare, ultimo approdo di militi ignoti violati e sepolti tra le "rassicuranti" mura familiari. Anna e Giuseppe restano mano nella mano volgendo la schiena al pubblico, i due infermieri si aggiungono alla loro catena umana, con lo sguardo fisso sulla distesa di lapidi con porporina. Un buio opprimente precipita sui quattro protagonisti, nessuna illusione di affrancamento dagli spettri del passato, neppure la morte del carnefice potrà portare quiete allo spirito di martiri cui non sarà dedicato alcun altare, né il rispetto e la doverosa attenzione alle loro istanze che una società minimamente civile dovrebbe garantire.

La drammaturgia di ricci/forte in questo primo sposalizio con le peculiarità del linguaggio lirico preserva il proprio crudele nitore, capace di sintetizzare con stile assolutamente personale un toccante lirismo con la lucidità di una denuncia sociale che non concede attenuanti. In un impianto registico che mira all'essenziale, ad intridere la coscienza dello spettatore con un messaggio diretto e lancinante, sfrondando la messinscena di ogni orpello decorativo o provocazione visiva, ad erigersi mastodontico ed emozionante è il testo, talmente prezioso e denso di embrioni di riflessione da interiorizzare, da richiedere più letture anche dopo lo spegnersi dei riflettori. Anna Gualdo e Giuseppe Sartori sono ormai alfieri irrinunciabili della poetica riccifortiana e anche in questa circostanza incarnano il dramma familiare di "A Christmas Eve" con la consueta solidità, forza e generosità; al loro fianco, il baritono Alec Roupen Avedissian ed il contralto Candida Guida vestono con precisione e trasporto l'intelaiatura musicale disegnata con ricercatezza da Andrea Cera ed eseguita dall'Ensemble dello Sperimentale guidato dal direttore d'orchestra Marco Angius.

Un plauso vigoroso al Lirico Sperimentale di Spoleto per il coraggio di scommettere ogni anno su progetti così innovativi e indissolubilmente legati alla contemporaneità; un lavoro artistico pregiato, nonché assolutamente meritevole di tornare al più presto in scena, questo frutto della sinergia tra l'ensemble ricci/forte e Andrea Cera, affilato nell'affrontare un tema sociale di scottante attualità ma al contempo viscerale e commovente come solo l'arte più sincera ed ispirata può essere.

 

Teatro del Complesso Monumentale di San Nicolò - piazza G. Bovio 1, 06049 Spoleto (Pg)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 0743/220440 - 0743/221645, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: venerdì 11 e sabato 12 settembre ore 20.30, domenica 13 settembre ore 17.00
Biglietti: settore I € 20,00 - settore II € 15,00 - settore I under 26 over 65 € 10,00
Durata dello spettacolo: 1 ora e 40 minuti, atto unico

Articolo di: Andrea Cova
Foto di: Piero Tauro
Grazie a: Paola Filiani, Ufficio stampa Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto
Sul web: www.tls-belli.it

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