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Mea Culpa - Teatro Franco Parenti (Milano) Stampa E-mail
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Recensioni spettacoli teatrali/eventi
Scritto da Andrea Dispenza   
Sabato 27 Novembre 2010 11:49
Mea Culpa

Dal 26 ottobre al 19 dicembre. Storie di chiesa e di debolezza. Cinque donne fragili ingabbiate in un cattolicesimo-padrone di ogni loro singola azione, dalla preghiera allo sbaglio. Cinque stupri raccontati in un testo spietato e cinque corpi fatti di parrucche bionde, bellissime gambe, fede smisurata e paura infinita. Cinque sgabelli sulla scena e lacrime agli occhi di Eleonora D'Urso e delle altre attrici ai saluti finali.

 

 

 

 

The Kitchen Company presenta

MEA CULPA

di Eleonora D’Urso

regia di Eleonora D'Urso

scena di Props and Decors

costumi di Sartoria Tirelli

musiche di Pink Floyd, Radiohead, Talking Heads, Queen, The Clash, James Brown, Eurythmics, Arvo Part, Stevie Wonder, Madonna, Fabrizio De Andrè, Depeche Mode, The Cure, Aretha Franklin, B.B. King

luci di Raffaele Perin

foto di scena di Pino Le Pera

Personaggi e interpreti: Daria D'Aloia (Sofia), Fatima Corinna Bernardi (Gabriella), Silvia Pietta (Rossella), Silvia De Grandi (Vittoria), Eleonora d'Urso (Anastasia)

 

Un singhiozzo.

Mea CulpaPer il troppo male. Per i continui scatti con cui il dolore viene raccontato. Per quel fastidio che lo spettatore prova e che non riesce a far passare. Per la volontà di fare qualcosa.

Singhiozzano gli sgabelli, le parrucche bionde, le lacrime. Un accento rumeno, Like a Virgin di Madonna che si sente solo un attimo, Suor Palla – chiamata così perché il suo fisico è abbastanza... abbondante. E poi singhiozzano i Pink Floyd, un aborto, la macchina di una prostituta tra due fari in un posteggio dove il protettore riesce a controllarla e eventualmente ad intervenire. Ma anche, fastidio dopo fastidio: conventi, crocefissi, la devozione totale – eccessiva, comica – nei confronti di Padre Pio, le preghiere a voce alta così il Signore ascolta meglio, la volontà di pregare tutti assieme così Dio ci sente più uniti, i tentativi di pregare quando si è in pericolo così Gesù non si arrabbia.

Prendere tutto questo, metterlo al buio per rendere tutto quanto cieco, smontarlo e rimontarlo, esporlo a episodi violenti– cinque monologhi che si passano il testimone senza troppi fronzoli intorno – e non avere paura di mostrare pregi e difetti di chi ama, a prescindere, la religione e il suo universo. Un argomento tosto, quello dell'ingerenza della chiesa che non è in grado di riconoscere eventuali drammatici errori. Aggiungere l’abominio dell’abuso sessuale e il tutto diventa ancora più spinato.

Mea CulpaRicordi e ferite delle cinque protagoniste che bruciano più del sale; soprattutto nel momento in cui tirano fuori non solo il loro credo vitale, ma anche i minimi dettagli di quando Don Luigi le ha stuprate. Tutte e cinque. Quelle gambe, quelle braccia, quel ventre esposto dalla loro mise – in cinque si dividono un unico frack, forse un simbolo di unione – tutto brucia perché è stato tatuato da quel gesto. E così ce l'avranno addosso per sempre.

La regista Eleonora D'Urso, nelle vesti anche d’attrice, alla fine della pièce si leva la parrucca e su quei tacchi senza speranza racconta la rabbia, la delusione, la sofferenza e la voglia di un riscatto. Che nell’opera non si compie, ma il concetto è molto chiaro: via la maschera: la religione non è più solo un messaggio d’amore, ora è sinonimo di dominazione delle anime e di potere.

Quanto accade prima, beh, è un improvviso – e potente – cazzotto nello stomaco. A cui ne segue un secondo, e poi un terzo. Fino ad arrivare a cinque. Una rumena reduce da una scopata senza preservativo, una ragazza che vende il suo corpo a una persona di troppo, una fragile fanciulla con le gambe aperte davanti alle suore che si occupano di lei e di un medico che le dice di essere incinta, una minorenne un po’ svampita adescata dalla figura spirituale di fiducia, una moglie ricca in cerca di conforto ma che trova solo l’inganno. Un solo uomo, con un colletto bianco al collo: un prete. Con un linguaggio ancora più diretto, senza troppe mezze misure, come se lo spettatore fosse, all’improvviso, posto di fronte alla realtà dei fatti. Una doccia gelata che arriva come un jingle sexy e seducente sulle note di una canzone di Madonna e poi scompare. Quella realtà che, se assorbiti dalla più profonda persuasione, e magari con un rosario in mano, non si è in grado di vedere.

Mea CulpaChi osserva viene avvicinato piano piano e ne resta inevitabilmente coinvolto, ma quel dolore – intelligentemente – non viene mai spettacolarizzato: nessun trucco particolare, non una maestosa scenografia, nessuno spavento eccessivo che faccia passare il singhiozzo messo in scena. Delle luci, della musica, delle parole che rivivono una vita all’interno di una prigione: quella di un’educazione sbagliata, di un’illusione di una vita migliore, di una certa ignoranza che è molto più forte della bellezza.

Quando si decide di raccontare qualcosa di così delicato l’unica arma necessaria è quella della parola: efficace quando diventa un grido abbattuto, e accade spesso, ancora più efficace negli ultimi pochi minuti in cui un tono più profondo esce dagli schemi – dallo stereotipo della bionda che cede alla tentazione e crede a qualsiasi cosa le sia stato inculcato da sempre – e infine quando questa confessione onesta e sentita – se pur parte della sceneggiatura – si trasforma in lacrime. Volute o meno, non importa. Nascondono tutta una storia, quella di una società che troppo spesso si lascia cullare così sottomessa.

E se il teatro possa mai servire per spronare ad agire quanto è stato troppo taciuto nella storia, se può portare ad un tentativo di ribellione, ben venga.

Abusi sessuali, stupide dottrine di cui si deve necessariamente avere fiducia, senso di credo eccessivo da risultare quasi ridicolo. E se qualcuno si sente offeso, mea culpa: nulla a che vedere con la personalissima – e pura – fede di ogni uomo, madre o prostituta o spettatore che sia, e non importa neppure verso cosa: ognuno ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere, purché nessuno lo deturpi, approfittandosene.

Singhiozzo, commozione e applausi finali.

 

Teatro Franco Parenti (Sala 3) – via Pier Lombardo 14, 20135 Milano

Per informazioni: biglietteria 02/59995206 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Orario spettacoli: dal martedì alla domenica ore 19.00

Biglietti: intero €15,00, ridotto studenti over 60/under 25 €10,00, possessori Card Con Altri e abbonati Imparentatevi €8,00

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Chiara Fontana e Tiziana Cusmà, Ufficio Stampa The Kitchen Company

Sul web: www.thekitchencompany.it - www.teatrofrancoparenti.com

 

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