66/67, un concerto di Alessio Boni e Omar Pedrini - Teatro Ciro Menotti (Milano)

Scritto da  Sabato, 05 Ottobre 2019 

Dal 1 al 3 ottobre il Teatro Menotti ha ospitato “66/67”, un concerto di Alessio Boni e Omar Pedrini, con Larry Mancini (voce e basso), Carlo Poddighe (voce, chitarra e tastiere) e Stefano Malchiodi (batteria), su testi di Alessio Boni e Nina Verdelli. Il progetto musicale, nato dall’unione artistica tra Alessio Boni e Omar Pedrini, apre la stagione 2019/2020 del teatro milanese, salvato dal rischio chiusura e recentemente ristrutturato, che conferma la sua vocazione di radicamento territoriale anche grazie a una riuscita iniziativa di crowdfunding. Un susseguirsi in scena di musica, visual, recitato e cantato per coinvolgere il pubblico, con lo scopo di trasmettere la poeticità dei testi, resi poi canzoni grazie alla musica. Brani potenti ed emozionanti della storia della musica, letti e cantati in lingua inglese, che dagli anni ‘60 ad oggi hanno composto la colonna sonora della vita di tanti: John Lennon, Lou Reed, Pink Floyd, Simon & Garfunkel, David Bowie, Bob Marley ed altri ancora. Un teatro-canzone capace di tracciare un excursus su 40 anni di musica che hanno incantato una generazione, dal 1963 al 2003: storia di un’amicizia e di tante emozioni.

 

Infinito Srl Produzioni presenta
66/67
Un concerto di Alessio Boni e Omar Pedrini
con Larry Mancini (voce e basso), Carlo Poddighe (voce, chitarra e tastiere), Stefano Malchiodi (batteria)
testi Alessio Boni e Nina Verdelli
progetto musicale Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Lo spettacolo nasce da un’amicizia e da una serie di coincidenze: due amici sullo stesso lago d’Iseo che separa il bresciano dal bergamasco e un anno. Boni nasce nel 1966 sulla sponda bergamasca e Pedrini nel 1967 su quella bresciana, da cui il titolo. All’epoca della scuola si scambiano quasi senza dirselo i sogni, rispettivamente di rockstar e di attore. I due amici, cresciuti con gli stessi riferimenti musicali, che in quegli anni erano determinanti nel percorso di formazione con un senso del collettivo molto forte, sono entrambi convinti che alcune canzoni siano poesie. Poesie spesso perdute, perché i testi sono per la maggior parte in inglese e non tutti li comprendono.

“Lo scopo di questo concerto - ha spiegato Boni - è raccontare il contesto, spiegare il testo di una canzone, per poi farlo apprezzare appieno con musica e canto. L’augurio è che, capendo di più, si gusti di più”. In questo senso il teatro rispetto alla formula del concerto ha un’interattività didascalica, non solo emozionale. Il viaggio parte idealmente dal 1963 per arrivare al 2003 ed è su un doppio binario: Boni infatti conduce lo spettacolo, legge i testi tradotti in italiano e li racconta; Pedrini canta e suona.

L’apertura è con Blowin’ in the wind” di Bob Dylan, contro la guerra del Vietnam che l’attore ritiene lo abbia forgiato, nell’impegno civile; e ancora i Supertramp, i Pink Floyd e David Bowie, mentre altri saranno previsti nel sequel che è già in programma. Siamo nell’anno dell’assassinio di Kennedy e della marcia di Martin Luther King dove la protesta sposa il sogno e l’utopia.

L’excursus si conclude con uno dei simboli del teatro-canzone, che sintetizza i due percorsi dei protagonisti Boni e Pedrini: Giorgio Gaber di cui nel 2003, poche settimane dopo la sua scomparsa, esce “Io non mi sento italiano”, un manifesto-testamento critico sull’Italia e i suoi aspetti insieme grotteschi e sublimi, che oggi si conferma drammaticamente di grande attualità.

Con ritmo e tono colloquiale lo spettacolo-concerto segue la formazione musicale di due ragazzi della fine degli anni Sessanta che è anche quella di una generazione, dal folk rock di Dylan appunto a Simon & Garfunkel del Queens, New York, due ragazzi che diventano un duo nel 1965 mentre impazza il beat dei Beatles e raccontano la solitudine nella massa, l’incomunicabilità come in “The sound of silence”.

Impossibile non citare i Beatles, ma Boni lo fa con un brano insolito, “Mother”, che John Lennon scrive, dopo mesi di terapia per cancellare i traumi dell’infanzia legati all’abbandono familiare, quando muore la madre travolta da un poliziotto ubriaco. Il brano è un grido di dolore, di rabbia senza rassegnazione.

Tra i grandi del Novecento, genio maledetto e grande poeta trasgressivo che, come disse un critico, mise la poesia nell’eroina, come non annoverare Lou Reed, ebreo di New York, con una biografia difficile: figlio di un contabile e di una casalinga che a 14 viene sottoposto all’elettroshock perché aveva manifestazioni bisessuali. L’esperienza lo segnerà profondamente ed entrando nella Factory di Andy Warhol ne vedrà di tutti colori, come raccontato nel pezzo del 1972 in concerto.

A metà degli anni Sessanta a Londra nel frattempo si erano costituiti i Pink Floyd che hanno cambiato il rock e di cui abbiamo ascoltato “Wish you were here”, commovente ballata per il compagno Syd Barrett non più parte del gruppo, pensando al quale Roger Waters disse che la band senza di lui non sarebbe stata più lo stessa ma con lui la musica sarebbe stata impossibile. Ancora una scelta di repertorio originale.

Altra icona David Bowie, artista globale e trasformista, che alla fine diventò il Duca Bianco, con tante personalità dentro di sé, tanto che dette vita al cosiddetto glam rock, non senza eccessi che gli procurano anche dissensi a cominciare dalla moglie quando sostenne che Hitler è stata la più grande rockstar della storia. Al Teatro Ciro Menotti abbiamo ascoltato “Heroes”, il grido dell’ultimo dei romantici, sorpreso da un bacio sotto il muro di Berlino.

Nel 1980 Bob Marley, figura di riferimento di Alessio Boni, rasta, seguace di un cristianesimo nato in Etiopia legato al pacifismo, muore per un tumore che lo distrugge già quando nel 1979 scrive “Redemption Song”. Negli anni Ottanta a Londra si apre invece una nuova esperienza con gli Smiths, nome che scaturisce dal cognome inglese più comune, perché il gruppo voleva presentarsi appunto come la voce dell’Inghilterra comune. Il successo, folgorante per una vita artistica di soli cinque anni, è legato a quel mix inconfondibile di rock e post-punk.

Nello stesso anno nascono i REM, con il loro invito ai giovani a non mollare mai perché “Everybody hurts, come recita il titolo della loro celebre ballad. Infine nel 2000 spopolano gli Oasis: nel 1995 era uscita una delle canzoni fiore all’occhiello del gruppo, “Wonderwall”, disco di platino, scritta da Noel Gallagher, uno dei brani che hanno consacrato il gruppo come leader del movimento brit-pop e come una delle più influenti band del palcoscenico europeo.

 

Teatro Menotti - Via Ciro Menotti 11, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36592544, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì e venerdì ore 20.30, mercoledì e sabato ore 19.30 (salvo diverse indicazioni), domenica ore 16.30, lunedì riposo
Biglietti: intero 30€ (+ 2€ prevendita), ridotto over 65/under 15 15€ (+ 1.50€ prevendita)

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Linda Ansalone, Ufficio stampa Teatro Menotti
Sul web: www.teatromenotti.org

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