456 - Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi (Roma)

Scritto da  Domenica, 16 Dicembre 2012 

456Dall’11 dicembre al 6 gennaio. Dopo l’adattamento televisivo ospitato nel programma di Serena Dandini “The show must go off”, torna in teatro lo spettacolo di Mattia Torre, che ricordiamo fra le altre cose come autore della serie “Boris” e del testo teatrale “Migliore” interpretato da Valerio Mastandrea.

 

 

 

 

 

Nutrimenti Terrestri/In Teatro/Walsh presentano
456
testo e regia Mattia Torre
con Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino, Michele Nani
disegno luci Luca Barbati
aiuto regia Francesca Rocca
scene Francesco Ghisu
costumi Mimma Montorselli
assistente ai movimenti scenici Alberto Bellandi
produzione Maurizio Puglisi e Ninni Bruschetta

 

 

La coda interminabile al botteghino del Piccolo Eliseo questa sera parla chiaro: le attese sul lavoro di Mattia Torre sono alte. E come potrebbe essere diversamente, dal momento che il giovane si è fatto più che conoscere dagli italiani per la sua ironia e capacità di innovazione, facendo entrare un po’ di aria fresca nel panorama televisivo italiano obsolescente; è a suo nome, infatti, la scrittura del programma di Serena Dandini “Parla con me” e quella della (fuori)serie televisiva (poi divenuta anche film) “Boris”, che scimmiottava, deridendole, le fiction italiane ormai tanto di moda.
Le aspettative vengono confermate se non avvalorate dal lavoro di Torre, che ci proietta in un contesto che, al di là di una precisa collocazione spaziale e temporale, è quanto mai attuale e rispecchia la situazione del nostro Paese tutto, e del Sud in particolare, immobile e statico, incapace di guardare oltre se stesso, in cerca di cambiamento ma incapace di adoperarsi concretamente per ottenerlo, in perenne combutta con se stesso, battaglia che potrà essere sedata solo con la morte.
Alzatosi il sipario, le sapienti luci di Luca Barbati coprono e scoprono le immagini chiave di questa scenografia: tre sedie ed una tavola spartana di legno al centro della stanza sulla quale troneggia una cesta colma di noci, un cucinotto a gas con sopra una pentola fumante, un baule di legno, un orologio a cucù – che si trasformerà più volte in facile bersaglio dell’ira e della frustrazione dei protagonisti – e, a scandire tempo ed umori, un salame che pende dall’alto, proprio al centro del tavolo, come un lampadario.
La stanza è buia, squallida, claustrofobica, percezione destinata solo ad aumentare man mano che gli attori entrano in scena: i loro volti sono preoccupati, sfiniti dalla stanchezza di una realtà quotidiana demoralizzante, i loro vestiti poveri, i dialoghi aggressivi e mai realmente affettuosi. Iniziano a parlare e la loro lingua è un dialetto inesistente, una commistione di tutti i principali dialetti del sud, di espressioni arcaiche attinte dal latino, di sonorità vetuste. Così come i personaggi, anche gli attori non hanno vie di fuga, entrano in scena dalla platea ed escono rimanendo sul palco, il viso rivolto verso le pareti nere, illuminati da una luce che, pur nascondendoli, li mostra al pubblico. Le persone in platea sorridono ai primi dialoghi, ma ancora non sanno perché, non hanno pienamente compreso lo studio linguistico svolto da Torre, ancora credono si tratti solo di un gioco; ridono per le trovate, per la mimica facciale dei tre bravissimi attori, per il profumo di minestra che si diffonde nel teatro, quello proveniente da una sorta di ‘sugo perpetuo’ messo a bollire dalla nonna defunta già da quattro anni “l’anima d’a nonna riviv’ dint’ o suc’”. In assenza di sottolineature drammatiche della regia, si ride del perenne stato di aspettativa in cui versano tutti e tre i protagonisti, che si traduce per il figlio, vecchio nell’aspetto seppur giovane nell’età, nella ricerca di un’occasione lavorativa per evadere dallo squallore della quotidianità, per la madre nell’attesa del ritorno di una ‘tiella’, una padella prestata alla ‘francisa’ e mai più riavuta indietro, per il padre nell’attesa, più definitiva e tragica, della morte come unico rimedio.
Ed è proprio la morte che avrà la meglio su questa vicenda, facendo il proprio ingresso in scena nei panni dell’ultimo protagonista, l’ospite atteso, che porrà fine ad ogni speranza, annunciando al capofamiglia di essere riuscito nella missione commisionatagli: acquistare, con tutti i loro risparmi, ‘u gruzzuletto’, i tre migliori posti al cimitero, per l’appunto il 4, il 5 e il 6. Si tratta di una morte di lusso per porre fine ad una vita di miseria, perché, come cerca di spiegare il protagonista Ovidio al figlio incredulo, ‘in stu paisi l’unica cosa che ha da serviri è ‘na degna sepoltura’.
Una commedia nera che funziona, riesce a magnetizzare il pubblico, giocando sul livello semantico, interpretativo, sull’originalità del tema trattato, sulla contemporaneità della satira sociale – l’ospite confesserà di stare per diventare ‘omo de semichiesa: l’ultima volta che pagai l’Iva sentii la chiamata’ -, partendo proprio da uno dei capisaldi della cultura italiana, la famiglia come nucleo sociale primario, tradizionale nei valori ma con una struttura minima (sole tre persone) che la rende ancora più vicina al mondo contemporaneo.
Un ottimo lavoro di sapiente regia innovativa ed interpretazione impeccabile, in perfetto equilibrio tra tragedia e commedia.

 

 

Piccolo Eliseo Patroni Griffi - via Nazionale 183, 00184 Roma 
Per informazioni e prenotazioni:
telefono botteghino 06/4882114 – 06/48872222, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45; mercoledì, domenica ore 17; sabato 15 e 19 dicembre ore 16.30 e 20.45; sabato 22 dicembre e 5 gennaio solo ore 20.45; 24, 25 dicembre e 1 gennaio riposo
Biglietti: €22 e €16, ridotto under26 €16 e €14
31 dicembre ore 20.00 recita + brindisi, biglietto posto unico 25 €

 

 

Articolo di: Serena Lena
Grazie a: Benedetta Cappon, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.it

 

 

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