Verdi a Roma - Accademia dei Lincei

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 02 Febbraio 2014 

Verdi a Roma - Accademia dei Lincei


Dal 3 dicembre 2013 8 febbraio 2014
Prorogata di un mese


La prima volta per Roma di un binomio poco conosciuto ma importante per varie ragioni. Una mostra documentaria, ricostruita con un lavoro di cesello per una serie di prestiti, dal tono scientifico e didattico, di grande profilo narrativo, prerogativa della biblioteca dell’Accademia del Lincei. Un’esposizione da ascoltare e guardare per gli splendidi costumi verdiani e i bozzetti e incisioni delle prime delle opere, oltre che per una serie di documenti. Dalle prime composizioni di Verdi a Roma fino all’inaugurazione nel 1938 del Teatro di Caracalla, nel segno del grande compositore. E’ l’occasione per ripercorrere un secolo di storia d’Italia attraverso la cultura musicale e il mondo del teatro, che a Roma racconta inevitabilmente l’intreccio non sempre felice con la politica.

 

 

Verdi a Roma, un argomento che per la prima volta viene presentato, dopo tante mostre sul compositore e dopo che altre città gli hanno offerto un tributo come Milano e Venezia, eppure della Capitale fu cittadino onorario e deputato. Per altro vero è che il rapporto del grande personaggio con la città fu contrastato e a fasi alterne, certamente critico. L’Accademia ha svolto un lavoro di grande impegno, grazie anche al contributo del Ministero dei Beni Culturali, con un taglio storico-scientifico prorogando di un mese l’esposizione del successo, superiore alle aspettative. Lo sforzo non è trascurabile perché siamo pur sempre in una Biblioteca dove le persone vanno per raccogliersi e studiare. La mostra è dedicata al musicologo linceo Pierluigi Petrobelli, che sottolineava come la concezione drammatica del compositore prendesse le mosse da un impulso figurativo: “Verdi ‘vede’ i suoi personaggi in azione mentre compone la musica delle sue opere; ‘Vede’ e avverte come essenziale lo spazio in cui essi agiscono”.


La ragione di questa mostra è anche l’esposizione di un cospicuo fondo di lettere verdiane che, acquistato a più riprese tra il 1930 e il 1940, rende ragione dell’uomo Verdi e delle sue collaborazioni. In particolare si ricorda il carteggio con De Sanctis, Piroli e Giuseppina Strepponi che ci rivela una serie di impegni nel teatro che non si conoscevano per via diretta.


Inoltre nella città ci sono quattro prime importanti, I due Foscari (1844), La battaglia di Legnano (1849), Il Trovatore e l’Otello al Teatro Argentina, allora detto di Torre Argentina. Altro luogo importante dove Verdi fu presente è il Teatro Apollo (in zona Tordinona).


Verdi introduce a Roma, di ritorno dalla Francia – Stato del quale è nato cittadino perché Busseto (Parma) era nel Ducato di Taro, sotto i Francesi – l’esperienza della parola scenica e cerca di imporre un sistema produttivo e organizzativo teatrale più agile; non solo ma è, in parte suo malgrado, coinvolto nelle vicende politiche e spesso osteggiato per un problema di censura, svelandoci quindi la difficile dialettica tra arte e governo. Si nota infatti un vero spartiacque con il 1861.


La mostra è organizzata a partire dalle testimonianze della città a cominciare dai costumi del Teatro dell’Opera che nasce nel 1880 come Teatro Costanzi; pertanto Verdi storicamente non fu legato a questo teatro. Da quel luogo proviene il più antico costume verdiano, un costume per “Rigoletto”, indossato da Mattia Battistini, con il quale prende avvio la visita della mostra. L’esposizione conserva tra gli altri un costume pregiato perché raro della sartoria Caramba, di Luigi Sapelli, uno dei primi a dar vita ad una sartoria teatrale professionale: è il costume di un cortigiano in seta stampata, con la tecnica della gallenga, appresa probabilmente dalla collaborazione con Fortuny a Venezia. Alla morte di Sapelli, nel 1936, la sua collezione di costumi fu acquisita rispettivamente dalla Scala di Milano, dal Teatro dell’Opera di Roma e da quello di Firenze. In mostra anche il costume di “Rigoletto” indossato dal tenore Tito Gobbi.


Il percorso si articola in tre sezioni: la prima, relativa al XIX secolo, illustra la presenza di Verdi a Roma nelle diverse fasi della fortuna dei debutti, citati, de’ “I due Foscari”, della “Battaglia di Legnano”, del “Trovatore” (1853) e di “Un ballo in maschera” (1859). Tra i documenti spiccano il bozzetto di Alessandro Prampolini, pronipote del futurista Enrico Prampolini, per la prima del “Trovatore”, opera di sintesi, dove la parola acquista un’importanza determinante come nel verso ‘sei vendicata o madre’, risultato di un grande lavoro con il librettista per adoperare i termini che potessero riassumere maggiormente ed essere incisivi così da unire il canto al recitato, al gesto. Lo stesso può dirsi per l’”Aida” dove sul verso ‘Radamès vive’ inserisce solo una nota, diventando quasi superflua la musica. Altri documenti significativi di questa sezione i manoscritti sottesi alla gestazione dell’opera “Un ballo in maschera” perché la vicenda raccontava dell’assassinio del re Gustavo di Svezia nel 1792, per l’appunto durante un ballo in maschera. L’opera si sarebbe dovuta rappresentare al Teatro San Carlo di Napoli, ma richiamava vicende più o meno contemporanee e la censura intervenne sul libretto di Antonio Somma, per altro avvocato che a questo punto chiese di non essere citato. Verdi protestò e ottenne a Roma di rappresentare l’opera con il titolo originale -e non con le proposte di “Una vendetta di dominò/Adelia degli Adimari e il Conte di Gothenburg” - il libretto integrale. Nella vicenda assunse una certa importanza anche il Pontefice Pio IX e si può vedere lo ‘stampone’ di un articolo sul lavoro verdiano che poi la censura non fece pubblicare. La sezione delinea inoltre la politica culturale del Comune di Roma nei riguardi del compositore a cominciare dal 1887, anno della messa in scena dell’”Otello” nel nuovo teatro della Capitale, il Costanzi, sino all’aprile del 1893, quando Verdi a Roma per la rappresentazione del “Falstaff”, è insignito della cittadinanza onoraria. In questo periodo Roma si accorge dell’importanza di legarsi a Verdi che non può restare solo il simbolo di Milano, tanto che Giulio Ricordi stampò degli spartiti ad hoc che donò al Sindaco di Roma.


Tra i documenti, i bozzetti di Giovanni Zuccarelli per “Otello” – le cui scenografie giunsero da Milano a Roma in treno, fatto rivoluzionario – e le immagini che testimoniano anche la vita del compositore a Roma, dalla locanda “Europa” al Teatro Apollo, dalla Stazione Ferroviaria all’Albergo Quirinale, grazie alle foto scattate dal poeta romano Cesare Pascarella. Curioso il Teatro dell’Opera di allora, così come lo vide Verdi, con palcoscenico e orchestra a vista, i palchetti più importanti della platea e senza il buio in sala.


La seconda sezione, dedicata alla fortuna del melodramma verdiano dal Novecento ad oggi, ruota intorno agli allestimenti del Teatro dell’Opera di Roma, alle grandi voci di Antonietta Stella e Tito Gobbi – del quale si celebra il centenario dalla nascita – che fu curioso intellettualmente e si occupò anche di regia teatrale e di costumistica, che ebbero con Verdi un rapporto privilegiato. Tra coloro che collaborarono con il teatro dell’Opera l’artista romano Duilio Cambellotti e il pittore Alfredo Furiga – molto vicino al Regime, preparò tra l’altro l’allestimento per la venuta di Hitler nel 1938 – e il regista Luchino Visconti, scenografo e regista tra l’altro di uno storico “Don Carlos”.


Chiude la mostra una sezione multimediale, che contiene registrazioni storiche provenienti dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani e dalle collezioni private di Antonietta Stella, Sylvia Sass e Renato Bruson, video di messinscene prodotte dal Teatro dell’Opera di Roma e infine documenti e carteggi verdiani ‘a sfoglia libro’.


L’ultima immagine è il manifesto dell’inaugurazione di Caracalla nel 1938 con un’opera verdiana, pensato sulla scia di altre aperture di teatri all’aperto – dopo l’Arena di Verona nel 1913; lo Sferisterio di Macerata, nel 1920 e il Giardino di Boboli a Firenze con la stagione del Maggio Musicale, nel 1932 dedicato al balletto – per un teatro idealmente più popolare e che lasciasse libertà creativa nell’allestimento.


Per Verdi la scena diventa essenziale, testimoniata non solo dal ruolo nuovo che attribuisce alla parola, ma anche dagli schizzi che si trovano nelle sue lettere. Il viaggio in Francia nel 1847 è essenziale perché apprezza l’allestimento scenico e l’organizzazione più snella in particolare i manuali per la mise en scène delle opere del grand Opéra di Parigi: la codificazione avvenne nel 1829 grazie al Palanti, un impresario che rese così possibile replicare in provincia le opere della Capitale. In effetti Verdi si rese conto che, soprattutto a Roma, la produzione teatrale non era particolarmente innovativa anche se nella Capitale l’innovazione entrò grazie a contributi esterni come Alexander e Nicolas Benoît che avevano lavorato per la Scala a Milano.

 

Verdi a Roma

Palazzo Corsini
Via della Lungara, 10 – Roma
Ingresso libero
Lunedì, mercoledì, venerdì: ore 9.00-13.00
Sabato: 9.00 – 14.00


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

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