Documentario "Voci di Sassi" - Milano Art Gallery

Scritto da  Daniela Cohen Domenica, 05 Gennaio 2014 

Una piccola ma bella galleria d’arte milanese dal nome poco impegnativo o fantasioso, la Milano Art Gallery di via Alessi 11, espone 36 fotografie spettacolari scattate nel 1973 da Roberto Villa in Medio Oriente, durante la lavorazione del film di Pier Paolo PasoliniI fiori delle Mille e una Notte”. Inaugurata il 23 dicembre scorso, la mostra resta aperta fino all’11 gennaio 2014 e proprio in questa ultima giornata, che cade di sabato, sarà proiettato uno dei documentari più affascinanti che celebra il grande e indimenticabile regista italiano ed i posti dove aveva girato "Il Vangelo secondo Matteo": “Voci di sassi”, Appunti per un film su Matera, ne è una rivisitazione cinquanta anni dopo. Dalle ore 18 c’è l’ingresso libero e a seguire un buffet, degna chiusura di un’esposizione che ripropone splendide immagini che da tempo stanno facendo il giro del mondo, dopo che l’intero archivio fotografico dell’autore è stato donato al Museo del Cinema di Bologna.

 

 

 

 

 

 

 


Ho intervistato Roberto Villa perché la sua presentazione provoca più domande che risposte e trovo che il suo racconto di come avvennero i fatti sia davvero interessante. E comincio proprio da lui e dalla sua vita perché solo così si comprende come abbia potuto convincere un uomo schivo e poco comunicativo come Pier Paolo Pasolini a farlo inserire nel gruppo che avrebbe seguito le riprese di un film per ben tre mesi e passa in paesi stranieri. Lo aveva convinto con una sola conversazione in cui gli chiedeva di discutere con lui l’argomento della comunicazione cinematografica… E nel giro di poco, Roberto Villa viene catapultato nel mondo di Pasolini e nel pieno della realizzazione di un film a cui lui non doveva prendere parte in alcun modo.


“Io sono stato un ragazzino curioso fin da piccolo” mi spiega, rispondendo alle mie domande. ”A 12 anni, nel 1949, ho scoperto cosa fosse la ‘Teoria dell’Informazione’, essendo un amante di elettronica come spesso capitava a tanti altri ragazzini. Solo che io e mio fratello facevamo dei lavori decisamente all’avanguardia, mai realizzati perché nessuno li ha mai considerati. Amavamo smontare oggetti come le radio a valvole ed era una vera passione; studiavamo, con mio fratello Umberto, più piccolo di me di 3 anni, dei prototipi reali. Avevamo costruito una radio piccola, leggera, con tanto di altoparlante e ben funzionate molto prima che inventassero le piccole radio portatili. A quei tempi le radio erano enormi e pesanti!
Cosa c’entra questo? Beh, pare che proprio studiando elettronica si impari presto a confrontarsi con certe teorie, come quella dell’Informazione e della Comunicazione. “Dopo le medie, ho saltato lo scientifico perché ho lavorato come tecnico elettronico, studiando e dando esami da privatista e poi ho scelto di entrare all’Università di Zurigo, a 25 anni, l’unica dove si parlasse italiano e con una cattedra in elettronica”. Roberto Villa ns laurea nel ’68, periodo in cui le lauree venivano considerate come carta da cesso, ma va negli Stati Uniti per diventare sperimentatore della Teoria dell’Informazione al M.I.T. di Boston, in Massachusetts. Ricordiamo che i computers nascevano allora e l’informatica vedrà la luce poco dopo, negli anni ’70. Per Roberto Villa la sfida resta sempre la conoscenza. Diventa esperto di immagini, studioso della composizione e fotografo.


Come si avvicina a Pasolini ce lo spiega così: “Pasolini, a differenza di tanti altri autori cinematografici, è stato poeta, scrittore, polemista su quotidiani oltre che regista, quindi studioso del linguaggio stesso cinematografico. Ho saputo da lui che dialogava con personaggi come Roland Barthes e dissentiva da loro. Scriveva infatti che il cinema potrebbe essere il linguaggio della realtà”. Villa incontra Pier Paolo Pasolini a Milano, dove abita, durante un convegno e, anziché limitarsi a fargli un omaggio, gli propone di dialogare sui linguaggi e la comunicazione. Pasolini gli risponde che purtroppo deve andare in Medio Oriente per lavoro, ma resta colpito da quel giovane pieno di curiosità e aggiunge: “… la produzione potrebbe accettare la presenza di un fotografo esterno, se avesse degli accrediti”.


Villa ne trova, di riviste, tra cui due americane, ottime e molto note e parte, entra nella troupe, viaggia sempre con loro anche su elicotteri che attraversano momenti di piccole guerriglie locali dove gli spari sembrano la normalità, come il sangue e la morte, e assiste a conflitti a fuoco che li sfiorano. Scattando foto per oltre tre mesi, trova ogni giorno il modo di conversare con Pier Paolo Pasolini, che gli da del tu, confidenza data a pochi, e si rivela persona squisita. “Stavamo cercando un incontro tra pensieri diversi: lui diceva che essendo un film una sequenza di immagini reali, è reale. Io ribadivo che le immagini venivano ricostruite seguendo la fantasia anche quando si avvicinavano al neorealismo: rimaneva sempre una costruzione voluta e quindi non reale”.


Il controverso regista cercava di dare un senso a una diversa visione del mondo: inventi un personaggio, la sua famiglia, l’abitazione e crei un personaggio con un volto. Lo vedi, e qui l’invenzione letteraria è lasciata alla fantasia del lettore mentre nel cinema tutto deve essere più esplicito! Roberto Villa entra nel vivo delle loro discussioni: “Ed ecco il problema: lo strutturalismo, nato negli anni ’20 in Francia e Stati Uniti, esprime il concetto di poter analizzare ad esempio un film secondo la trama, cioè il racconto, senza badare alle sequenze, ai tagli, ma c’è il film. Oppure apprezzi proprio la regia, il montaggio, la recitazione ma badi poco al racconto… Pasolini scopre questa teoria, ma già prima faceva dei film difficili per costringere gli spettatori a rivederli più volte per capirli fino in fondo”.


Come in ‘Accattone’, dove due ragazzi si buttano in acqua per salvare un uccellino ma anni dopo cade in acqua un ragazzo e nessuno si muove. “Sono cambiati antropologicamente… cioè sono cambiati i sentimenti dei giovani nel tempo, provocando indifferenza verso la morte”. Ad esempio come in ‘Trilogia della vita’ in cui si fa autocritica sulle proprie esagerazioni con scene di sesso, benevolenti verso la classe operaia, mentre il protagonista proveniva dalla campagna e da una vita agricola diversa, figlio di un ufficiale fascista, lui comunista convinto e indipendente da tutto ciò che gli accadeva attorno. “Tutte le mie foto rispondono a questi canoni compositivi: la prospettiva centrale è la sezione aurea” afferma Villa come se dicesse una cosa ovvia. Lo è, suppongo, ma devo farmela spiegare.


“Parte dal concetto di composizione secondo cui tutti i sistemi standard di comunicazione si basano sulla prospettiva centrale, come la messa a fuoco di un obiettivo fotografico; mentre la sezione aurea, in Occidente, è a forma di chiocciola, in Oriente è in diagonale a salire, come si vede in tanti quadri giapponesi e cinesi. Questi sono codici di una nuova visione del mondo, oltre che di lettura dell’immagine che distingue l’arte e la tecnica fra Occidente e Oriente”. E a questo punto andate a vedere le foto di Villa esposte nei pressi della Darsena, sabato 11 potrete anche ascoltare il regista Stefano Consonni e il regista Luca Servidati che, assieme a Roberto Villa, commenteranno il magnifico documentario dedicato a Matera dal grande Pasolini.


MILANO ART GALLERY Spazio Culturale
Via G. Alessi 11, 20123 Milano
Tel. 02.76280638
www.milanoartgallery.it


Articolo di Daniela Cohen

 

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