Gemme dell’Impressionismo. Dipinti della National Gallery of Art di Washington

Scritto da  Adele Maddonni Domenica, 10 Novembre 2013 

Per la prima volta a Roma i capolavori della collezione impressionista e post impressionista della National Gallery of Art di Washington, fondata nel 1941 grazie alla donazione e ai finanziamenti del magnate Andrew W. Mellon. Dal 23 ottobre al 23 febbraio, al Museo dell’Ara Pacis in mostra i dipinti della collezione di Ailsa Bruce Mellon e Paul Mellon, che andarono ad arricchire il nucleo originario della galleria fondata dal padre, opere, tra gli altri, di Manet, Monet, Cèzanne, Pissarro, Sisley, Gauguin, Van Gogh.

 

 

 

 

 

 

 

 

La mostra, “Gemme dell’Impressionismo. Dipinti della National Gallery of Art di Washington”, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, National Gallery of Art di Washington e organizzata da Zètema Progetto Cultura, è a cura di Mary Morton, responsabile del Dipartimento Pittura Francese della National Gallery, con il coordinamento tecnico-scientifico per la Sovrintendenza Capitolina di Federica Pirani. Il prestito è stato possibile grazie ad uno scambio tra Istituzioni all’interno del progetto Dream of Rome. Per questo la “Rotunda” della stessa National Gallery of Art di Washington ospiterà la maestosa statua del Galata capitolino dai Musei Capitolini, iniziativa che rientra in 2013 – Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti.
Divisa in cinque sezioni tematiche, è un’occasione preziosa per ammirare riuniti insieme tanti dipinti di grandi impressionisti di cui abbiamo la possibilità di mettere a fuoco le peculiarità stilistiche e tematiche, pur all’interno dell’adesione allo stesso movimento artistico.
L’opera che apre il percorso espositivo è Argenteuil (1872) di Monet, che potremmo considerare una sorta di manifesto della pittura “en plein air”, a cui è dedicata la prima sezione. Lo è per la luce dorata che avvolge il paesaggio e per la località che, dopo la fine della guerra franco–prussiana divenne vivace centro di soggiorno per i parigini che amavano partecipare e assistere alle regate veliche che si svolgevano sulla Senna. Monet vi soggiornò dal 1871 al 1878, ritraendola in circa 170 dipinti, e la cittadina divenne un vero e proprio luogo di ritrovo e sperimentazione per il nuovo gruppo di artisti, grazie all’ambiente naturale che permetteva di studiare i mutamenti di luce nelle varie ore della giornata – grazie alla presenza del bacino della Senna, anche il riverbero della luce e i riflessi di oggetti e persone nell’acqua – , e per la vivace comunità di abitanti di cui poter ritrarre aspetti della vita quotidiana.
La sezione dedicata alla pittura all’aperto è quella più corposa e, del resto, fu una delle novità più rivoluzionarie introdotte dal nuovo gruppo di pittori, quel desiderio di far uscire il pittore dallo studio e farlo lavorare all’aperto, con il proprio kit di pennelli e colori portatile, alla ricerca della resa perfetta sulla tela dell’ “impressione” prodotta dal paesaggio, dalla sua luce – quella specifica del momento del giorno in cui si sta osservando – sull’occhio del pittore.
Preceduti da un’ampia selezione di luminosissime marine di Eugène Boudin, precursore della pittura all’aperto e maestro di Monet, dipinti che rappresentano le assolate spiagge bretoni di Deauville e Trouville ritrovo del bel mondo, troviamo esposti uno accanto all’altro, Cogliendo fiori e I vendemmiatori di Renoir dai colori vividi, lucidi e densi; i toni più delicati e soffusi di Sisley (Inondazione a Port-Marly, 1872) e Pissarro; la vivacità dei soggetti di Degas (Le corse, 1871) affascinato da tutti gli aspetti della società moderna, la Lotta d’amore di Cezanne (1880), i rarefatti Paesaggi bretoni di Redon e un prezioso dipinto di Van Gogh, Campo di Tulipani, del 1883, forse uno dei primi momenti di contatto del pittore olandese con la nuova pittura impressionista, in cui i fiori variopinti sono resi con piccoli tocchi di colori pastosi.


La seconda sezione è dedicata ai “Ritratti e autoritratti”, genere che conosce nuova fortuna nella Parigi impressionista, come momento di affermazione della nuova comunità di artisti e anche dei loro committenti, il pubblico di riferimento cui la nuova pittura era indirizzata: i collezionisti borghesi il cui gusto iniziava a delinearsi meglio proprio in quegli anni. Insieme agli autoritratti di Degas, Fantin-Latour e Gauguin, spicca in questa sezione il bellissimo Ritratto di Claude Monet, (1872) realizzato dal suo amico Renoir.


La terza sezione è dedicata alle “Donne, amiche, modelle”, protagoniste della nuova pittura in accezioni completamente nuove rispetto al passato. Le donne ritratte nei dipinti impressionisti, infatti, non sono più dee o eroine della letteratura o della storia antica ma ballerine, attrici, sartine, lavandaie o addirittura prostitute, cioè le donne che animavano a diverso titolo la società francese dell’epoca, ritratte nei loro abiti e gesti quotidiani. Apre questa sezione Sorella dell’artista alla finestra (1869) un intenso dipinto di Berthe Morisot, pittrice che dal 1874 inizia ad esporre con gli artisti impressionisti. In un tipico interno borghese dell’epoca, la protagonista è ritratta in espressione assorta, con un bellissimo vestito bianco dai riflessi cangianti grigio-azzurri che restituiscono l’effetto di leggerezza e morbidezza del tessuto. Nella stessa sezione troviamo luminosi ritratti di Renoir, tra cui la Giovane donna che si pettina (1876), il cui incarnato diafano è esaltato dal contrasto con i capelli dai riflessi ramati e il fondale scuro e poi Madame Monet e suo figlio (1874), dipinto che ritrae la prima amatissima moglie del pittore amico di Renoir, morta prematuramente di malattia dopo aver dato alla luce il loro secondo figlio.
Altro piccolo gioiello della sezione il Ritratto di Carmen Gaudin (1885) di Henry de Toulouse Lautrec. La giovane lavandaia, incontrata per caso dal pittore, ne divenne la modella preferita, soprattutto grazie alle bellissime chiome ramate e disordinate che affascinarono l’artista. Nel piccolo ritratto, appunto, nella predominanza dei toni cupi con cui sono dipinti gli abiti della giovane e il fondale, risaltano i folti capelli rossi e le labbra sensuali e carnose, sempre dello stesso colore acceso.


Si passa poi alla sezione dedicata alla “Natura morta”, genere che permetteva agli artisti di cimentarsi con l’osservazione del reale ma, più che l’attenzione nella resa del dettaglio pittorico, era interessante per loro soffermarsi sui problemi legati alla percezione e alla rappresentazione. Nella Natura morta con ostriche di Manet (1862) o nella Natura morta con pesche di Fantin-Latour (1868) le scelte cromatiche e la contrapposizione tra toni cupi e zone di luce riescono a rendere la matericità degli oggetti; mentre nella Natura morta con brocche e frutta di Cezanne (1900) gli oggetti sono modulati riportandoli alla semplicità di figure geometriche come la sfera o il cilindro.


L’ultima sezione si propone di analizzare due autori che raccolgono l’ “Eredità dell’Impressionismo”: Pierre Bonnard ed Edouard Vuillard, fondatori del nuovo gruppo dei Nabis (dall’ebraico “Profeti”) che riscoprono l’autenticità di un tratto e di un colorismo primitivo, riprendendo pitture a prospettiva piatta come quella giapponese o egiziana. I tagli delle composizioni si fanno audaci e in convenzionali, con i protagonisti o gli oggetti centrali della rappresentazione spesso relegati ai margini della composizione o addirittura tagliati dal margine della tela, come avviene alla figura dell’artista nel dipinto Lo studio dell’artista (1900) di Pierre Bonnard . Con loro la pittura non si limita più a registrare le impressioni prodotte dagli oggetti e dalla luce sull’occhio dell’artista, ma l’io prende decisamente il sopravvento sulla realtà e ne diventa filtro, mescolandola a ricordi e suggestioni interiori: “Ho tutti i miei soggetti in mano. Li guardo, prendo nota, poi rientro in me e prima di dipingere, rifletto, sogno” (P. Bonnard).


Nella parte finale del percorso, un interessante allestimento di pannelli luminosi riporta delle brevi biografie di tutti gli artisti incontrati, fornendo quindi una sorta di galleria dei pittori uno di seguito all’altro, permettendo al visitatore di portare via con sé una sintesi delle esperienze di ciascuno, seguendo l’evoluzione dalla poetica della resa dell’impressione reale (Manet: “C’è solo una cosa da ricordare: dipingi subito quello che vedi. Quando l’hai colto, allora ce l’hai. Quando l’hai acquisito, solo allora puoi cominciare a dipingere”) alle teorizzazioni del gruppo Nabis e, in particolare di Gauguin, che ribalteranno invece completamente il rapporto tra pittore e realtà rappresentata: “Un consiglio. Non dipingete troppo dal vero. L’arte non è che un’astrazione”.


Gemme dell’Impressionismo. Dipinti della National Gallery of Art di Washington
Museo dell'Ara Pacis, Nuovo spazio espositivo Ara Pacis
Orario
Dal 23 ottobre 2013 al 23 febbraio 2014
Martedì-Domenica 9.00-19.00 (la biglietteria chiude un'ora prima)


Articolo di Adele Maddonni


Grazie a Gabriella Gnetti – Zètema Progetto Cultura

 

 

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