Dal 31 gennaio al 19 febbraio. Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta dimostrano di essere una coppia ideale e interpretano alla grande un testo, che però non brilla per originalità e novità barcamenandosi tra classici come “Sunset limited” e “La vita è meravigliosa”.
La Contemporanea Mismaonda presenta Giobbe Covatta, Enzo Iacchetti in NIENTE PROGETTI PER IL FUTURO scritto e diretto da Francesco Brandi scene e costumi Nicolas Bovey musiche Cesare Picco disegno luci Christian Zucaro Alla fine dello spettacolo, tra sudati e meritati applausi, Giobbe Covatta e Enzo Iacchetti si abbracciano e si affratellano, dopo due ore di schermaglie fluviali sulla scena, invertendosi i nomi: Enzo Covatta e Giobbe Iacchetti. E questo strano ibrido, "Giobbe Iacchetti", alza i pugni al cielo in segno di gioia e soddisfazione per l'impresa, riuscita sul loro versante, di aver condotto in porto uno spettacolo più difficile e sofferto (per colpa di un testo déjà vu e di una regia ridotta all'osso, ne parlo tra poco) di quanto si possa immaginare. Ed ha ragione ad essere felice l'"Enzino", famoso per la conduzione di "Striscia la notizia", che dimostra di saperci fare anche in teatro: perché creandosi un personaggio più drammatico che comico, più ironico e autoironico che ridicolo e seguendo l'istinto brutale e ancestrale, barbarico e giullaresco dell'immenso Giobbe Covatta, riesce a vivere non solo di luce (e comicità) riflessa. Non resta insomma in ombra, ma si delinea umanamente con una vena di quell'istrionico sarcasmo che gli scorre nel sangue nei confronti dell'esistenza. Veniamo alla commedia. Tobia - un alter ego più "sfigato", ma fino ad un certo punto, del suo interprete - è, neanche a farlo apposta, un personaggio televisivo caduto in disgrazia e in deficit di share, costretto a sposare una "velina" per rilanciare la propria immagine. Questa "velina" dal nome un po' brasileiro ed ambiguo di "Morena" ("sarà mica un trans?" stuzzica il suo becero antagonista Ivan che di mestiere fa il garagista notturno e guarda solo la tivvù) provoca in Tobia, proprio nel giorno del suo matrimonio-farsa ad uso e consumo del gossip, una crisi esistenziale di ampie proporzioni. Tanto che il sipario si apre su un ponte di ferro dal quale Tobia, scolandosi l'ultima bottiglia di champagne della festa, sta per gettarsi. Senonché viene interrotto da un altro suicida con una pesante pietra appesa al collo: per suicidarsi, porca miseria, bisogna mettersi in fila (e avere delle buone ragioni per farlo, aggiungeremmo noi). Da questo punto scaturisce la classica situazione del suicidio (duplice nella fattispecie) eternamente rinviato per tutta una serie di contrattempi, qui pro quo, colpetti di scena, telefonate e chi più ne ha più ne metta - perché il testo sketchettone dura troppo, oltre due ore, a scena e situazione fisse e con pochi cambi luce -, al punto che rischierebbe di diventare stucchevole e ripetitivo se non ci fossero "Giobbe Iacchetti" ed "Enzino Covatta" a tenerlo in piedi, - chiedo venia per il puzzle di nomi che spiegano però la strana e tragicomica ibridazione dei personaggi che avviene come per magia e bravura degli attori sulla scena. Dicevo che il filo drammaturgico è esile, già "sentito". La sensazione è che il testo di Francesco Brandi (premio Flaiano 2009) rimastichi, soprattutto negli spunti biblici, i riferimenti a Dio, agli angeli custodi eccetera, interi blocchi di dialogo di “Sunset limited”, romanzo in forma drammatica come si legge sulla copertina dell'opera pubblicata in Italia nel 2008 da Einaudi, del Premio Pulitzer Cormac McCarthy (autore anche delle narrazioni che hanno generato i film “The Road” e “Non è un paese per vecchi”). Dal “romanzo drammatico” di McCarthy è nato poi un film prodotto e interpretato da Tommy Lee Jones e Samuel L. Jackson. Ripropongo per maggiore chiarezza la scheda di Paolo Calcagno su MyMovies: “Sunset Limited” è il treno della metropolitana di New York: il professore universitario Tommy Lee Jones aspettava sui binari di venirne investito, quando le grosse mani nere dell’ex carcerato Samuel L. Jackson lo avevano afferrato e strappato a morte sicura. E’ un flusso inarrestabile e avvincente di dialogo tra i due personaggi e si svolge interamente all’interno di una cucina, intorno a un tavolo, dove siedono il Bianco e il Nero. Al centro del tavolo, una vecchia Bibbia che accende la fede dell’evangelista Jackson (l’ex detenuto esalta la vita e afferma di aver ascoltato la voce di Dio). Ma il Bianco resiste, opponendo la deriva della sua delusione e della sua depressione di uomo di cultura che non crede più in nulla. Spirituale, emotivo, profondamente religioso, il Nero; irriducibile picconatore di qualsiasi ragion di vivere, il Bianco. Entrambi sostengono con passionale vigore le loro convinzioni nel tentativo di una reciproca conversione, dando vita a un duello filosofico-esistenziale senza esclusione di colpi dialettici. E come non pensare anche ad un altro famoso film, "La vita è meravigliosa" con James Stewart? Qui (continuo a citare pagine online) in preda allo sconforto assoluto ed alla certezza del fallimento lavorativo e familiare, George cerca di togliersi la vita gettandosi nel fiume. In quel momento esatto Clarence, un angelo inviato dal Dio, però, lo salva in extremis... Risparmio al lettore di questa nota una analisi filologica del testo di Cesare Brandi lasciando, a chi desideri approfondire la questione, la briga di andarselo a confrontare da solo, battuta per battuta, situazioni, personaggi ecc., con i "modelli" che ho appena citato. Resta il fatto che questo "Niente progetti per il futuro" inzuppa senza dubbio il pane in una minestra già ben riscaldata. Conosco il ritornello: tutto è stato già detto, tutto è stato già scritto. Ma da un testo premio Flaiano ci si attende pure un briciolo di orginalità, di novità, che vadano oltre l'inserimento di “dotte” citazioni dei testi delle canzonette pop. Le quali danno perfino luogo ad un dimenticabilissimo finale, in cui i due aspiranti suicidi passano - finalmente per loro, e per noi ché siamo ormai esausti, esauriti come gli attori in scena - a miglior vita per un banale incidente, e così tornano impagliacciati da improbabili angeli vestiti di bianco citando i “Cugini di Campagna”! Pensa un po' che il nome del gruppo musicale è l'ultima battuta del testo: si tratta di un alleggerimento di un copione già leggero che così si dissolve, per scarsa consistenza drammatica, nel nulla. Non c'era niente di meglio da escogitare? E' davvero di Brandi questo finalino lattemiele o al sapore della nota pubblicità del caffé in paradiso? Facciamo a capirci: Brecht può anche riscrivere "L'opera del mendicante" e farne "L'opera da tre soldi", nessuno sta a chiedergli rendiconti e giustificazioni, perché si tratta di una rilettura drammaturgica coi controfiocchi. Dario Fo, faccio un esempio eclatante, riprende in "Mistero Buffo" i Misteri del teatro tardomedioevale senza nascondere le manine, anzi riuscendo perfino a far ridere - se è anche questo che si vuole ottenere - con intelligenza su argomenti mistici. E per sgombrare l'ombra da ogni dubbio, qui mi faccio un po' di pubblicità come editor, mi si lasci anticipare che sto pubblicando un volume di opere teatrali di Mario Moretti intitolato “Teatro "da"” in cui c'è pure quel "Diario di un pazzo" di Moretti da Gogol che lanciò Flavio Bucci. Quindi non ho nulla contro il "da" - a condizione della correttezza (teatrale) dell'operazione, che qui invece mi sembra, per le ragioni che dicevo, un po' furbesca e para-televisiva. Nuoce infatti al copione, che annaspa proprio laddove vorrebbe essere originale, una eccessiva adesione al personaggio reale, televisivo di Enzo Iacchetti: troppo facile, scontato, ma anche troppo deviante e pure un po' incredibile. Ma come, Tobia-Enzino ha appena risolto i suoi problemi di share e popolarità sposando una "strafiga" che oltretutto lo ama sinceramente, nonostante la momentanea crisi di popolarità (come ci fa sapere il testo), e sta lì a buttarsi dal ponte? “Ma sei scemo?”, si chiede il suo compagno di sventura Ivan anticipando e cercando di svelenire qualche dubbio sorto anche nel pubblico. Né bastano i colpetti-etti di scena a dare sprint alla situazione comico-drammatica (che si regge esclusivamente, ripeto, sulla bravura e simpatia del duo) e che non cambia (si resta sempre su quel ponte trampolino) tra il primo e il secondo atto. Il buon Giobbe-Ivan si starebbe suicidando perché cornificato dalla moglie Angela che, quando si dice il caso!, fa la sarta proprio negli studios televisivi in cui imperava Tobia-Enzino. E “buongiorno e buonasera, buonasera e buongiorno” una bella sera avviene il fattaccio: è proprio Tobia ad impalmare Angela cornificando il poveretto che poi si ritrova al suo fianco sul ponte con la corda al collo. E che responsabile della sua crisi matrimoniale sia proprio colui che sta cercando di salvare, Ivan lo apprende da una telefonata della moglie verso la fine dello spettacolo, che ha così il suo bel coupe de theatre minimalista. Da amore e morte si passa al cornuti e mazziati, scapoli e ammogliati e via di questo passo. E così ci rendiamo conto di essere alle prese con uno “sketchettone” tirato, pur se abilmente da parte degli attori, esageratamente per le lunghe. Bisogna anche dare atto che Brandi delinea, in qualche passaggio sporadico, un'ipotesi di lavoro interessante: Ivano, il garagista cornuto con la pietra al collo che ha passato la vita a vedere cazzate in tivvù e Tobia, che di quello strumento è complice e ne viene ora a sua volta stritolato, vorrebbero e potrebbero sviluppare un tema ben più consistente di “vittima e carnefice”, dove il male non è il tradimento dell'uno, né la crisi di ascolti dell'altro, ma l'essere entrati in simbiosi come un vampiro che si attaccano reciprocamente al collo. Tobia infatti ha bisogno di un pubblico idiota, di cui dunque è vittima pur essendone il carnefice, ma Ivano da buon idiota che si ribella al suo ruolo, affronta il suo “mito televisivo” accorgendosi di esserne stato finora vittima incosapevole. Ma mi accorgo che sto filosofeggiando, elucubrando su un testo che potrebbe condurre a questa interpretazione, epperò cambia strada sul più bello per passare al ritornello del “chi si butta per primo?”, quando abbiamo capito, già a metà del primo atto, che non si butterà nessuno: è tutta una commedia anzi un pretesto, come dicevo, per fare spettacolo. Perché la “crisi”, cioé il determinarsi di una situazione che deve portare il pubblico a “vivere insieme” quanto avviene sulla scena, in realtà ci lascia tanto sorridenti, per la mimica dei comici, quanto indifferenti per i loro casi esistenziali. Di quei due, insomma, non ce ne può fregare di meno, al di là del fatto che si dànno da fare per il nostro divertimento, - fine ultimo, ma non sufficiente della serata. Cosa manca insomma al testo? Proprio quello che denuncia il titolo, "Niente progetti per il futuro": si resta nell'ambito di una sit-com che sembra costruita col copia-incolla per essere affidata al duo di attori come canovaccio comico, ma da cui non traspare un chiaro progetto drammaturgico. Un senso. Perché la comica disperazione di Ivan, cialtronesca e arruffona, confusa e bizzarra, sproloquiante (molti qui pro quo linguistici, come il genere vuole) non ha un vera struttura esistenziale, al di là delle corna. E' lo stesso Tobia, a parti invertite, a sospettare dubbi nel pubblico: “E che? Mo' tutti quelli che ci hanno le corna debbono buttarsi da un ponte?”. Lui lo dice, ma noi già lo pensiamo da un bel pezzo. E ci chiediamo, anche in questo caso, perché? Insomma, al di là del pretesto comico, non segue un testo che sostenga con una iniezione di umanità “vera”, tangibile, sensibile, i personaggi che restano stereotipati e sospesi nel vuoto. Ma non quello che hanno sotto ai piedi, che si ritrovano intorno o che si portano dentro, bensì “vuoto” inteso come mancanza di un vero e proprio nucleo drammatico. Non dimostrano semplicemente ragioni umane per cui si trovano in quella (disperata) situazione che diventa pertanto “banale” nella sua non-drammaticità, causata anche -insisto - da una fissità della scena e della situazione che così potrebbero reggere al massimo un atto unico di poco più di un'ora (il secondo tempo, teoricamente, dovrebbe evitare di ripetere il primo). La regia in questo contesto si affida (e lascia fare) al repertorio comico di Giobbe Covatta, tra i migliori in questo genere in circolazione, e all'istinto teatrale di Enzo Iacchetti, bravo a dare un senso di disperazione esistenziale al suo personaggio. Ai due attori in smagliante forma va pure riconosciuto il non insignificante merito di aver sostenuto e creduto in un testo di autore italiano contemporaneo. Speriamo che insistano. Alla fine applausi sudati e meritati anche per l'autore e regista. Ma si è fatto veramente tardi e il pubblico, divertito fino ad un certo punto per i limiti dell'impresa cui accennavo, si affretta all'uscita. Fuori piove e c'è aria di crisi. Teatro Quirino - via delle Vergini 7, Roma Per informazioni e prenotazioni: numero verde 800013616, biglietteria 06/6794585, mail
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Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19 Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45 giovedì 2, mercoledì 8 e 15 febbraio ore 16.45, tutte le domeniche ore 16.45 Biglietti: platea € 33 (ridotto € 28,50), I balconata € 28,50 (ridotto € 24,50), II balconata € 23,50 (ridotto € 20,50), galleria € 18 (ridotto € 15) Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Paola Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino Sul web: www.teatroquirino.it |