Dal 27 gennaio al 12 febbraio. Un irresistibile Urbano Barberini dà vita ad un monologo con molti richiami al cinema di Molinaro e Woody Allen in cui si rivela umanissimo e desolato nella sua tragica comicità.
SULLE SPINE Noir psicologico a tinte comiche con Urbano Barberini e con Sergio Valastro testo e regia di Daniele Falleri Urbano Barberini si presenta al pubblico ostentando una dentatura da giraffa e vorticando la lingua tra le labbra proprio come se, di tanto in tanto, dalla sua altezza, dovesse cogliere le foglie più in alto, irraggiungibili, per ruminarle dentro di sé. Di lì a poco, in un susseguirsi di situazioni, che è poco definire esilaranti e, sottolineo - di brillante intelligenza, - scopriremo che la giraffa c'entra eccome in questo "noir psicologico a tinte comiche", come recita il sottotitolo. Non la vedremo mai la donna-giraffa dell'allusione, se non in effige quando il protagonista cercherà di praticarle una makumba, ma si tratta della fidanzata e imminente sposa del fratello Saverio, del quale il nostro è, neanche tanto segretamente, incestuosamente innamorato. E lo è a tal punto che preferirà sacrificarlo brutalmente pur di non vederlo annientarsi dietro ad “una vacca con le gambe lunghe”. Risulta dunque chiaro che tra i tanti travestimenti dietro cui cela la sua vera natura, incestuosamente omosessuale e successivamente assassina, c'è anche il tentativo di trasformarsi, per prenderne il posto, in quella giraffa dal collo lungo e i denti sporgenti alla quale si è incautamente legato e promesso il fratello. La scena si apre con un monologo sul cippo funerario della madre, testé defunta. Lacrime? Macché, è una resa dei conti tragicamente comica di un figlio reso psicopatico dalle manie e dalla cattiveria materna: tanto che per questa mater impietosa, che è sempre stata più fredda del marmo tombale, viene deposto non un mazzo di fiori come si conviene, ma un gigantesco cactus. La storia della personale follia di questo strambo personaggio monologante e dalle mille manie, per il vestire, la linea, il cibo, i modi, il portamento e quant'altro, rivela strada facendo una tendenza sadico-omicida. Egli non si accontenta di provocare un infarto al suo psicanalista, ma dopo aver avvelenato il bulimico pesce rosso nella classica palla di vetro con una scarica di sali per pediluvi, ecco il rivelarsi della zona d'ombra interiore: la morte del padre che segue di pochissimo la dipartita della madre non genera drammi: “meglio così - si tranquillizza maldestramente il novello orfano - perché papà senza la mamma mi restava spaiato. Se ti si rompe l'acetiera, che ci fai con l'oliera? La butti, no?” Ho già detto troppo dello spettacolo e non voglio guastare ulteriormente il piacere di sorprendersi fino in fondo per questo delizioso atto unico che racchiude la trama di un film. In effetti Daniele Falleri cuce sulla pelle di Urbano Barberini un personaggio alla Molinaro (il regista de "Il vizietto"), ma con una doppia derivazione da Woody Allen: quella comica vera e propria (la seduta psicanalitica è aperta propria da una citazione del grande Woody di "Harry è a pezzi"), e quella noir di "Match point", il cui protagonista, autore di una serie di omicidi, riesce a farla franca per uno scherzo del destino che gioca a suo favore. Ma l'abilità di Falleri, autore e regista dello spettacolo, e di Barberini è anche quella di non far calare sul lavoro l'ombra del "già visto e già sentito" rivificando con genialità e bravura un genere, quello del noir psicologico con humour alla Frayen, cioé un genere di collaudata tradizione drammaturgica anglosassone, che trova qui la sua perfetta location tra i palazzi romani, le ombre notturne, le trame di una nobiltà capitolina che ha avuto anche momenti di scelleratezza e si è resa cruda protagonista di efferati episodi, vendette e fatti di sangue. Sarebbe certo interessante sapere se ci sono spunti autobiografici (Barberini porta un nome che ha una impellente valenza nella storia di Roma, a partire da Maffeo Barberini, cioé papa Urbano VIII dal 1623), se tanta ironia nasce anche da una forma “critica” di rappresentazione di un certo milieu nobiliare della Città Eterna. Franca Valeri nell'introduzione dello spettacolo conferma questa mia impressione asserendo che "il testo è nato da un accordo profondo tra l'autore e l'attore, un sodalizio che ha reso vive tante fortunate esperienze". Difficile non pensare dunque ad una collaborazione sul testo tra i due artefici dello spettacolo. Ma al di là di simili considerazioni, resta il fatto che questo “marziano a Roma” per dirla con Flaiano (nei confronti del quale l'autore Daniele Falleri ha pur qualche debito di riconoscenza, se non altro per il sarcasmo, la freddura, l'ironia di certe battute ed anche per il genere) è non solo il figlio, ma anche il prodotto alla "Frankenstein" di una cultura e di una storia che ha avuto momenti luminosi e zone scure (il papato Barberini di Urbano VIII oscilla tra la rinascita della Roma barocca del Bernini e il processo a Galileo Galilei): quel figlio che non poteva fare l'attore perché la mamma e il papà non volevano, ora si trova in scena, bravissimo nell'incarnare il peggiore - anche se in chiave satirica e onirica - degli incubi (matricida, patricida, fratricida, pescerossocida, psicanalistacida, girafficida eccetera). Una lunga scia di sangue e ipocrisia che si conclude con la fuga (in questo caso in aereo, utilizzando cinematograficamente la prenotazione del fratello appena finito a martellate, anzi con un crocefisso, tanto per essere chiari) da se stessi alla ricerca di un identità negata e osteggiata dalla famiglia. Un po' come quell'Urbano VIII che immolò la sua vena poetica e la vocazione artistica al soglio di Pietro per finire, ironia della sorte, vittima delle “pasquinate”. Il pubblico ride e scoppia alla fine in un prolungato applauso che Urbano Barberini accoglie con modestia, - no, meglio dire con l'umiltà e semplicità dell'artista che ha svelato, ripeto però che è una mia interpretazione, qualche segreto del proprio animo, mettendosi in qualche a modo a nudo. Ed è anche in questo ultimo gesto di vera nobiltà d'animo e di grande umanità che si riesce a comprendere il senso (critico) e la poesia (il canto dell'anima, cioè la tragedia) di uno spettacolo vero e sincero, eppure brillante e ricco di colpi di scena, che meriterebbe uno sviluppo cinematografico tra i vicoli di una Roma sempre in sospeso tra il bene e il male. Una nota di merito va a Sergio Valastro, soprattutto per la sua interpretazione mimica dello psicanalista muto che muore per i postumi di una cosmica, e contagiosa per il pubblico, risata. Palazzo Santa Chiara - piazza di Santa Chiara 14, Roma Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875579 Orario spettacoli: venerdì e sabato ore 21, domenica ore 18 Biglietti: da 22€ a 15€ Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Ufficio stampa Silvia Signorelli Sul web: www.palazzosantachiara.it |