Dal 24 gennaio al 5 febbraio. Quando si alza il sipario e inizia uno spettacolo di Paolo Poli, da anni l’impressione è di attraversare la dimensione del tempo. Nella Sala Shakespeare dell’Elfo Puccini di Milano riviviamo le atmosfere dei racconti di Anna Maria Ortese grazie all’inimitabile carisma, potenza interpretativa e vigore espressivo dello straordinario artista fiorentino.
Produzioni Teatrali Paolo Poli presenta IL MARE due tempi di Paolo Poli da Anna Maria Ortese regia di Paolo Poli scene Emanuele Luzzati costumi Santuzza Calì coreografie Claudia Lawrence consulenza musicale Jacqueline Perrotin con Paolo Poli e con Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco Ospitalità in collaborazione con il Teatro Carcano Di colpo eccoci a vivere prima della guerra, in mezzo a mamme piene di bambini da educare e sfamare, portare in vacanza, curare mentre i mariti e i fratelli tentano la fortuna magari lanciandosi in avventure oltremare o chissà dove… Avvezzo a rievocare brani di letteratura alta ma allo stesso tempo colma di piccole storie con minuziose descrizioni di cose, persone, paesaggi, fatti ed emozioni, Paolo Poli è ormai per la maggior parte dei suoi fan-spettatori un genio unico nel suo genere e, come tale, da proteggere quasi alla stregua degli animali in via di estinzione. Lui interpreta con passione i suoi personaggi quasi sempre femminili, chiosando nei momenti in cui indossa i panni maschili di uomini sempre elegantissimi, in frac per lo più, dalla voce ben impostata e canta, così, canzoni che risuonano nel dna di una memoria da radio a valvole, quando i transistor manco si sapeva cosa fossero. Sto parlando de “Il mare”, due tempi di Paolo Poli che il Teatro Elfo Puccini ripresenta dal 24 gennaio fino al 5 febbraio, forse perché durante la precedente serie di rappresentazioni il pubblico non si era potuto accontentare. Il tutto esaurito è uno degli elementi costanti per Paolo Poli e che torni con una novità o uno spettacolo già presentato, poco importa. Specie considerando che l’ottuagenario artista ha un rispetto per il pubblico e per il suo mestiere tale che, a sorpresa, molti dialoghi sono diversi da quelli proposti nell’allestimento precedente dello spettacolo, perfino parte dei costumi di Santuzza Calì e delle magnifiche scenografie, dipinte con cura e fantasia dal laboratorio di Emanuele Luzzati, sono nuovi, tanti e magnifici. I quattro attori e collaboratori del grande artista, Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco, dimostrano di stagione in stagione la loro crescita professionale e ormai tengono il palcoscenico con monologhi e siparietti di grande efficacia ed originalità. I testi sono tratti dai racconti di Anna Maria Ortese, scritti fra il 1930 e il 1970, inframmezzati da canzoni da varietà che si collocano nelle epoche correttamente. All’inizio vediamo Poli col frac, il farfallino bianco sulla candida camicia e il cilindro in testa che canta “Fru fru fru” e racconta in musica vizi e virtù di una società scomparsa, che non si sa se rimpiangere o meno; poi i boys abbigliati in sontuose vesti femminili ballicchiano e cantano, lasciando uscire di scena il protagonista che riappare poco dopo, perfettamente vestito da elegante donna di casa, sempre pronta a raccontare nuove storie. E se quella della povera nonna che muore nel deserto e “la mamma non voleva permettere che la seppellissero nella savana, ricordate cos’era accaduto alla povera capra?” provoca una risata sommessa fra gli spettatori, Paolo Poli in modo davvero sbalorditivo esce dal personaggio, guarda il pubblico con occhi colmi di rimprovero e sbotta gridando. “Perché ridete, stronzi?!” ma subito rientra nei panni della signora e continua a spiegare l’avventura vissuta da bambina in luoghi così lontani e affascinanti, minuziosamente descritti.
La gente lo adora quando fa così, forse perché ama farsi strapazzare dall’artista più unico che raro che il nostro attuale panorama teatrale possieda. Scomparsi gli istrioni classici del tempo che fu, non si può scordare che Poli ha lavorato in teatro fin dal 1958 e conosceva bene la sua natura diversa, aspetto costatogli parecchie censure ma che non gli ha impedito di proseguire nella carriera, quasi sempre brillante e interessantissima. Raccontare gli è sempre stato facile, come quando in televisione proponeva belle favole tratte da Esopo e altri letterati; affiancò Sandra Mondaini in una vecchia edizione di Canzonissima, fu intervistato in tv da Arnoldo Foà e non è mai sceso a compromessi. Ha rifiutato di lavorare con Fellini in “8 ½”, ha sciorinato opere di ogni genere e tipo, quasi sempre dissacratorie, fino a prendersi una denuncia per vilipendio alla religione da Oscar Luigi Scalfaro per la storia esilarante che aveva scritto su Santa Rita. Ma negli ultimi anni si contano i suoi pezzi migliori, come la commedia tratta dagli scritti di Goffredo Parise (“Sillabari”) o quella costruita a partire dai materiali di sei prestigiose scrittrici-giornaliste italiane tra cui Natalia Aspesi e Irene Brin (“Sei brillanti”), sempre utilizzandone il meglio per dipingere i suoi acquarelli immaginari, che si colorano nella mente degli spettatori. Che dire poi delle scenette che interrompono il flusso dei racconti, tutti in qualche modo riguardanti il mare. Le epoche si riconoscono anche grazie a quelle canzoni, dai continui cambi d’abito e di scene, da un “Si fa ma non si dice” cantato fuori scena mentre i boys intrattengono il pubblico per riapparire in guisa di donne che sembrano uscite da uno sceneggiato in bianco e nero degli anni ’40. Le parole, sempre pronunciate con perfetta dizione e chiarezza, sciorinano sogni, ricordi, poesia e cultura. Ecco poi una giornalista donna che telefona a Londra e si fa passare il ‘signor Churchill’, ne imita la voce bassa e tonante quando tocca a lui rispondere, mentre si parla di una guerra che continua ma “tutto va bene” lì a Londra… Ogni piccola storia ha i suoi dettagli curiosi e, quando Poli entra in scena vestito da giovane bersagliere, col cappello piumato e i capelli biondi che gli cadono sulla fronte, somiglia davvero a un ragazzo che canta sorridendo, ignaro dei pericoli cui va incontro…la magia della recitazione tocca picchi altissimi, è un vero miracolo dell’arte! Lo circondano poi quattro spose in bianco e tutte col pancione, cantano “Le spose di maggio”, poi “Vado, vinco e torno” diventa “Vinco, torno e sposo”, poiché bisogna riempire le culle vuote. Va davvero sottolineato come, dopo tanti anni assieme ad un simile maestro, i quattro ragazzi siano ormai diventati dei bravissimi compagni di scena e il loro talento potrà consegnarli a nuove avventure più personali; ma adesso Paolo Poli furoreggia nel finale con un vestito alla Abbe Lane, affiancato da un boy vestito da gaucho che balla con lui/lei mentre cantano “Besame, besame mucho…”. Il divertimento è dato dai toni capaci di suscitare ilarità perfino quando nulla appare inappropriato, il che denota la geniale capacità di trasportare il palcoscenico in una sorta di magica macchina del tempo e dello spazio in luoghi che appartengono non al nostro vero ricordo ma all’immagine che possiamo averne, credendo che sia vera. Un eccentrico sabotatore di realtà, ecco chi è Paolo Poli, sempre pronto allo sfottò. Teatro Elfo Puccini (Sala Shakespeare) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano Per informazioni e prentoazioni: telefono 02/00660606 Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 16 Durata: 120' compreso intervallo Biglietti: intero euro 30.50, martedì biglietto unico euro 20, ridotto <25 anni - >60 anni euro 16 - gruppi scuola euro 11 Articolo di: Daniela Cohen Grazie a: Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini Sul web: www.elfo.org |