Dal 19 al 29 gennaio. La violenza della società borghese e del suo santuario ideologico, la televisione, messe a nudo da una lettura politica del dramma di Camus che smitizza le interpretazioni pseudoletterarie e teologizzanti dello scrittore e filosofo francese, teorico della rivolta individuale.
Produzione Teatroinaria StanzeLuminose presenta LA MADRE di Paolo Fallai liberamente tratto da “Il malinteso” di Albert Camus con Paola Rinaldi e Vittoria Faro scene e costumi di Lorenzo Ciccarelli disegno luci di Danilo Facco regia Alessandro Berdini Albert Camus è un rivoluzionario tout court, per dirla nella sua lingua, alla francese. E lo è talmente, profondamente, visceralmente, costituzionalmente da considerare lo stesso prodotto di ogni rivoluzione sociale come un monolite da abbattere con la violenza individuale. Basti ricordare alcuni passi de “L'uomo in rivolta” ovvero, come recita il sottotitolo, “La ribellione come moralità”: "Nel suo aspetto critico, il movimento rivoluzionario del nostro tempo è innanzi tutto una denuncia violenta dell'ipocrisia formale che presiede alla società borghese [...] Al principio tutto è idillio... Bisogna distruggere quelli che distruggono l'idillio o distruggere per creare idillio. In ogni caso, la violenza investe tutto. Il superamento del Terrore, tentato da Hegel, porta soltanto all'estendersi del Terrore" (Albert Camus, "L'Uomo in rivolta", pp. 152-153, Bompiani, Milano, 1999). La giustificazione storica della violenza e del terrorismo “contro la società borghese” rappresenta la risposta di Camus ad un altro tipo di violenza terroristica, “la violenza propria della società borghese” teorizzata da Stirner ne "L'unico e la sua proprietà". In Camus, l'individuo non ha solo il diritto, ma anche il dovere morale di ribellarsi e sparare ("Terrorismo di Stato e Terrorismo razionale e irrazionale", "Il Terrorismo individuale", "Rivolta e omicidio" sono i titoli di alcuni capitoli dell'opera filosofica edita da Bompiani) per rivendicare e riconquistare “l'idillio perduto”. Mentre Stirner mette in mano al “borghese” una pistola carica per impadronirsi degli oggetti e farne “gli oggetti della sua proprietà”, l'Uomo in Rivolta di Camus insorge contro questa “violenza borghese”. Camus sostiene, senza tanti eufemismi, che bisogna sparare a chi usa violenza per impadronirsi “borghesemente” del mondo, cioè opporre violenza alla violenza insita nella proprietà privata. La proprietà privata rappresenta infatti la rottura dell'Idillio “uomo-natura” - di cui abbiamo letto nella citazione - e va per questo violentemente negata. Naturalmente non si può esaurire in poche righe un discorso così filosoficamente e storicamente complesso, tuttavia è indispensabile tener conto di questo preambolo per non correre il rischio di annacquare il pensiero di Camus cogliendo le chicche letterarie, le bacche più saporite della sua scrittura, lasciando nell'ombra del sottobosco i rovi di spine teorici che vi sono alla base. Il tutto per confezionarne una marmellata mielosa. Insomma, l'opera di Camus non è una passeggiata d'estate nel fresco della natura verdeggiante col libro tra le mani e gli occhiali sul naso: affrontarla nella sua ampiezza e nel suo messaggio “politico” equivale ad uno stare dolorosamente seduti su un cactus.
Con questi pensieri e dubbi ero in attesa dello spettacolo di Alessandro Berdini e Paolo Fallai dal dramma "Il malinteso" di Camus. Cosa potevo aspettarmi da uno scrittore fine, ma pacato, per di più giornalista equilibrato di un giornale “borghese” come si autodefinisce storicamente "Il Corriere della Sera", come Fallai, e da un regista che conosco da decenni e che so sperimentalmente all'avanguardia, ma politicamente moderato, come Berdini? La sensazione, che si è rivelata errata, era quella dell'ennesima lettura intellettualistica un po' snob che tollera anche cenni di estremismo verbale, purché le parole “grosse” (terrorismo, rivolta, rivoluzione, insurrezione) che costellano l'opera filosofica e letteraria di Camus non si trasformino in sassi per la rivolta in strada che minaccia di mandare in frantumi i bicchieri di cristallo del servizio buono. Senonché l'ingresso guidato del pubblico in sala mi avverte che qualcosa sta andando non come avevo previsto e temuto. Tanto per cominciare, Berdini smaschera e abolisce subito la funzione e la finzione del teatro: la sala è semibuia e il sipario è chiuso, non c'è nessuno "spettacolo" tradizionale cui assistere. Quindi gli spettatori non si aspettino, scusate il gioco di parole, di essere intrattenuti, piuttosto ci sarà da soffrire insieme. Veniamo così fatti accomodare sul palcoscenico, al di là del sipario scuro che resta chiuso come una cortina di lutto e di tragedia. Dobbiamo arrampicarci sui palchi di uno studio televisivo allestito per una trasmissione in cui si discute di fatti di cronaca nera. In una sorta di dantesco avvertimento, siamo alle porte di Dite, le porte dell'inferno, il messaggio è chiaro: lasciate ogni speranza o voi che entrate. La voce microfonata dello stesso Berdini avverte il pubblico che quanto sta per accadere coinvolge tutti: non si tratta di fatti di violenza teorici, letterari, resi innocui dalla finzione, astratti, insomma manipolati alla "Telefono Giallo" (ricordate la trasmissione di Corrado Augias?) cioè storie tragiche edulcorate in modo da soddisfare la morbosa curiosità dei telespettatori, senza sconvolgerli troppo nelle poltrone di casa. Qui invece, in questo teatro televisivo, la realtà del delitto è ben presente, non mediata e riportata con buone maniere dalla cosiddetta baby sitter elettronica: turpi episodi di omicidi e suicidi, incidenti e morti violente proiettati dai monitor accatastati ai lati, ci avvertono che siamo alle prese non con gli episodi fittizi di X-files o CrimeScene, ma con sangue vero che ci schizzerà addosso come da una carotide recisa. Così, con questa atmosfera, direi con questa suggestione e autosuggestione di esserci già sporcati le mani di sangue, comincia "Il malinteso" di Camus nella versione di Fallai e Berdini. Come De Sade scandaglia la psiche umana, una caverna da cui estrarre il contenuto più recondito, violento e morboso, così Camus sottopone allo stesso processo di analisi e scandaglio la zona d'ombra rappresentata dalla violenza insita nei rapporti borghesi. Ne "Il malinteso", dramma del 1944 che segnò l'esordio dello scrittore francese in teatro, due donne, madre e figlia, che gestiscono in condizioni di miseria un ricovero alberghiero in un paese economicamente e ideologicamente depresso, uccidono gli avventori per impossessarsi dei loro averi. Un bel giorno si presenta il figlio e fratello delle due assassine, ma non svela subito la sua identità perché vuole riservarsi il piacere della sorpresa di rivelare ad entrambe di essere tornato ricco e con l'intenzione di farle felici. Mal gliene incoglie perché subirà la stessa tragica sorte toccata agli altri clienti. Resesi troppo tardi conto del misfatto, dovuto appunto al “malinteso” con cui viene immolato il capro espiatorio sbagliato, le avide omicide devono fare i conti con le Furie e i demoni interiori, suicidandosi alla fine. Soluzione che rappresenta l'atto di violenza morale (sia pur rivolto in questo caso contro se stessi) contro la morale della violenza borghese.
L'elemento scatenante gli omicidi è, infatti, l'avidità per il denaro, visto come unico strumento di liberazione disponibile per ricostruire l'idillio - l'armonia dell'uomo con la natura - su una spiaggia lontana, al sole, come in un miraggio borghese. E' infatti evidente che stiamo parlando di “violenza” borghese e dei suoi effetti collaterali: ci ammazzeremo tra di noi per i soldi, questo il messaggio abbastanza semplice ma efficace di Camus. Altro che "teologia" tirata in ballo da Pietro Carriglio nelle note di un recente allestimento de "Il malinteso", laddove il regista sostiene: "È possibile, allora, fare di Camus, come a me succede in cinquanta anni di letture, uno stupefacente autore di teologia negativa? Dio non è; per essere non può che non essere. Tutta la nostra vita è segnata da un Malinteso. È il dramma della modernità, l'assenza di Dio. Camus, da qui il mio interesse per il testo, si è caricato sulle spalle il dolore dell'uomo moderno che ha perso Dio". Non scomodiamo Dio, per carità! Non mistifichiamo in chiave metafisica il pensiero politico che attraversa l'opera teatrale e filosofica di Camus, volta a smascherare i mali dell'ideologia borghese e a sbatterle in faccia tutta la sua efferatezza – e di contrappasso la dignità morale di chi ad essa si ribella con la violenza. Ma dal momento che il nuovo santuario dell'ideologia borghese è la televisione, tutto deve avvenire nell'ambito di una fiction non più teatrale, bensì televisiva. Allora lo studio di una trasmissione dedicata al "Crimine" allestito da Berdini, in cui una giornalista spigliata ed arrivista vorrebbe rievocare l'episodio cruento sollecitando i più bassi istinti dei telespettatori per motivi di audience (quindi di denaro, infatti la diretta si interrompe per dare i cosiddetti "consigli per gli acquisti"), è devastato da un'esplosione di terrificante realtà. L'ingresso sofferente della madre assassina, che viene letteralmente a suicidarsi sotto i riflettori, sembra essere in grado con la sua sola presenza, col suo dramma vissuto, come nei "Sei personaggi" di Pirandello, di scardinare l'inganno della finzione che si vorrebbe propinare al pubblico tra stacchi di pubblicità e messe a fuoco della telecamera. Paola Rinaldi, nel ruolo della madre, è una maschera tragica che stringe un nodo alla gola: Medea dei nostri tempi, madre assassina, sia pur involontaria, si rende conto dell'assoluta “nullità” per la quale si è lasciata con indifferenza alle spalle ben dodici vittime: il denaro, il miraggio di una vita su una spiaggia assolata, il paradiso borghese agognato. Più che il rimorso per le vittime, più addirittura dello stesso rimorso per aver ammazzato il figlio, è il vuoto del pensiero borghese ad aprirsi in lei: costruirsi il paradiso borghese con la violenza sugli altri - come predicato da Stirner - è un atto immorale per Camus, la vera e sola violenza immorale che si possa commettere, dal momento che il suo scopo non è umano, in quanto non produce effetti “per tutti” ma “contro tutti”. Dove però “tutti” sono, anzi siamo noi “tutti”, potenzialmente vittime e carnefici allo stesso tempo. Così la finzione, in cui la catena di omicidi sembrava diventare puro intrattenimento a fini commerciali, crolla in mille pezzi: la giornalista si rivela essere figlia e complice della madre assassina, passando a sua volta, dal ruolo di spettatrice e cronista del dramma, a sanguinaria omicida e protagonista negativa. La presa d'atto di questa verità etica e politica trascina lo studio televisivo in cui Berdini ambienta il testo di Camus in un vortice in cui siamo appunto tutti corresponsabili, correi: pronti a qualsiasi tipo di misfatto e nefandezza, forse anche ad uccidere, per il nostro tornaconto. A nostra volta potenziali assassini del nostro vicino di casa per un metro di giardino, di nostro fratello per quattro spiccioli di eredità, del nostro migliore amico per una sigaretta negata. L'impresa tentata da Berdini e da Fallai è convincente. Qualche perplessità suscita forse il passaggio poco chiaro dallo studio televisivo "realistico" alla conflagrazione nel dramma interiore delle protagoniste. Poco ci importa più, nel finale, della trasmissione e della diretta: anche qui un malinteso, perché la giornalista che si scopre (un po' macchinosamente a dir la verità) figlia e complice dell'assassina intervistata, crede che si potrà tagliare prima della messa in onda la parte compromettente delle sue ammissioni. Forse dopo aver annullato la finzione teatrale, bisognava annullare anche la finzione televisiva, smontare lo studio per tornare a Camus - e lasciare le due donne sole nel vuoto delle loro anime (borghesi). Insomma tornare dalla televisione al teatro, come del resto sembra suggerire l'apertura del sipario al momento del suicidio finale delle due assassine. Teatro Vascello - via Giacinto Carini 78, 00152 Roma (Monteverde Vecchio) Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5881021 – 06/5898031, mail
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Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18 Biglietti: intero € 20, ridotto € 15 Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Cristina D’Aquanno, Ufficio stampa e promozione Teatro Vascello Sul web: www.teatrovascello.it |