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Per non morire di mafia - Teatro Eliseo (Roma) Stampa E-mail
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Recensioni spettacoli teatrali/eventi
Scritto da Enrico Bernard   
Mercoledì 18 Gennaio 2012 17:28
Per non morire di mafia

Dal 16 al 27 gennaio. Un intenso Sebastiano Lo Monaco interpreta alcune pagine autobiografiche dal libro del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, in cui si ripercorre la storia personale legata a quella del maxiprocesso di Palermo alla mafia. Il commovente e struggente ricordo degli amici Falcone e Borsellino  trucidati dalla mafia crea nel pubblico una vera e propria catarsi, che l'adattamento teatrale e drammaturgico del libro attutisce con un finale troppo didascalico.

 

 

Sicilia Teatro presenta

PER NON MORIRE DI MAFIA

dal libro del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso

riduzione teatrale di Nicola Fano

adattamento drammaturgico di Margherita Rubino

con Sebastiano Lo Monaco

regia di Alessio Pizzech

 

Il teatro italiano, a differenza della letteratura e del cinema, ha stranamente  riservato poca attenzione al tema cruciale della mafia. Gli esempi fino ad oggi possono contarsi sulle dita di una mano. L'originario dramma del verismo siciliano "I mafiusi di la Vicaria" di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca del 1863, in cui per la prima volta viene pronunciata la parola "mafia", ha dato modo a Sciascia prima con una riscrittura di quello stesso testo e poi con "L'onorevole" del 1965, di affrontare coraggiosamente l'argomento delle infiltrazioni mafiose dalla politica locale a quella nazionale. Eroico poi è stato l'impegno giornalistico e drammaturgico dello scrittore Giuseppe Fava trucidato per il suo impegno e la sua denuncia nel dramma "L'ultima violenza" del 1980, in cui l'autore e martire siciliano ricostruisce le dinamiche di un processo per mafia. Colgo l'occasione per ricordare lo scrittore catanese che fu assassinato davanti al teatro proprio dopo aver rilasciato questa dichiarazione a Enzo Biagi nel corso della trasmissione  "Filmstory" su RaiUno il 28 dicembre 1983:

"Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante..."

Per non morire di mafiaUn'altra opera teatrale da citare è senz'altro "La mafia non esiste" di Nicola Saponaro, andata in scena con la regia di Augusto Zucchi in una minirassegna (ma i copioni furono solo due o tre) organizzata da Mario Moretti al teatro dell'Orologio di Roma verso la fine degli anni Ottanta e pubblicata dalle edizioni Spirali. Bisogna poi aspettare qualche nuovo coraggioso performer come ad esempio Giulio Cavalli, l'autore e attore sotto scorta perché nei suoi spettacoli  attacca personalmente ridicolizzandoli alcuni boss, per citare qualche altro esempio significativo di drammaturgia anti o sulla mafia. E si potrebbe poi concludere questa rapida carrellata, che ci lascia un po' a bocca asciutta per la verità, ricordando la recente edizione teatrale, peraltro controversa, di  "Gomorra". Tutto qui, o quasi. E gradirò qualsiasi aggiornamento o integrazione al proposito.

Come mai, dunque, il teatro italiano sembra aver trascurato, se non proprio ignorato, il tema della mafia, che pure cinema, televisione e letteratura hanno ampiamente sfruttato? L'impressione è che sia sopravvenuta e sia ancora attiva una forma di autocensura da parte degli autori italiani. Autocensura che risulta evidente perfino analizzando l'opera di un illustre siciliano, Luigi Pirandello, naturalmente ottimo conoscitore delle questioni sociali legate alla sua terra. Perfino Pirandello che in letteratura (vedi il romanzo "I vecchi e i giovani") parla apertamente e senza peli sulla lingua della mafia, ebbene, in teatro sembra, come dire?, un po' restio a dire le cose come stanno. Pirandello tenta qualche vago accenno in "Liolà" (il latifondismo) ed anche ne "Il berretto a sonagli" (latifondismo piú rappresentazione della struttura mafiosa della società, ne parlerò recensendo lo spettacolo dello stesso Sebastiano Lo Monaco qui all'Eliseo), ma sostanzialmente in teatro gli risulta piuttosto estraneo, per non dire ostico, l'argomento della mafia. Eppure il pirandellismo, cioé la teoria della maschera sociale, della finzione e del "gioco delle parti" - di cui si servirà poi Sciascia come accennavo prima - avrebbe potuto dar luogo a qualche stoccata drammaturgica in piú al sistema delle cosche da parte dell'autore siciliano che fu peraltro testimone dell'operazione antimafia nella sua terra del prefetto Cesare Mori tra il 1924 e il 1929, proprio gli anni di maggior successo di Pirandello.

A risolvere l'enigma di questa strana e insolita "indifferenza" dell'autore italiano per un tema che dovrebbe altresí stargli molto a cuore, ci pensa provocatoriamente Eduardo de Filippo che ne "L'arte della Commedia" del 1965 fa dire al capocomico Campese nel corso di una discussione col funzionario De Caro:

"Eccellenza, secondo me l'autore ha paura di scrivere [...] Una paura perniciosa, costituzionale, congenita... che accompagna la gente di teatro dalla loro nascita ad oggi. I comici dell'arte, quelli che recitavano a braccia, per le loro battute sferzanti contro la borghesia, l'aristocrazia, contro i Governi, furono sempre perseguitati, costretti a fuggire da un paese all'altro... spesso messi in prigione, alla tortura e persino impiccati. In Inghilterra ci deve essere ancora una corda che mise fine alle tribolazioni di un Arlecchino. Eccellenza, se non c'è la censura, c'è l'autocensura, a cui l'autore deve spontaneamente sottostare[...] Qualche autore coraggioso non è mancato [...] Perché l'autore deve essere coraggioso? Se ci vuole coraggio per dire una verità in teatro, vuol dire che nell'aria qualche cosa che fa paura ci sta."      

Per non morire di mafiaEcco dunque come si spiegano qualche silenzio e qualche assenza di troppo della drammaturgia italiana, fatta eccezione per i casi che citavo prima, sul tema della  mafia: la paura. E lunedì sera all'Eliseo, alla prima del monologo drammatizzato del libro autobiografico del procuratore generale antimafia Pietro Grasso "Per non morire di mafia", dinanzi ad uno straordinario e coinvolgente Sebastiano Lo Monaco, io narrante pirandelliano alla presenza dello stesso Grasso, nel teatro gremito di giovani e personalità, notavo la quasi totale assenza del teatro italiano: c'erano pochi personaggi dello spettacolo come Claudio Baglioni, Michele Mirabella e Giada Desideri. Ma degli autori italiani, pur presenti a Roma in massa essendosi riuniti quel giorno stesso al Teatro Quirino per la costituzione del centro di drammaturgia nazionale, neanche l'ombra - ed anche in questo caso mi sarà molto gradita qualsiasi rettifica. Come se la questione della mafia non dovesse essere al centro dell'attenzione della produzione drammaturgica contemporanea. Come se i produttori, pubblici e privati, non avessero alcun interesse alla questione, come se gli attori che di lunedì fanno meritato riposo, non avessero voglia di sfilarsi le pantofole. Assenze ingiustificate, da zero in condotta, nonostante l'appello lanciato dal procuratore Grasso sulle pagine del Corriere della Sera:

"Finché la mafia esiste bisogna parlarne, discuterne, reagire. Il silenzio è l'ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza. I silenzi di oggi siamo destinati a pagarli duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi".

Il recital di Sebastiano Lo Monaco, stimolato anche da un teatro pieno zeppo di giovani attentissimi a dimostrazione che l'argomento interessa il pubblico, eccome!, è di una semplicità e di una efficacia straordinarie. L'attore entra talmente nel racconto autobiografico del procuratore Grasso da incarnarne sentimenti e speranze, angosce e paure umanissime di colui che fu "prescelto" da Giovanni Falcone e dal procuratore Caponnetto nel pericoloso ruolo di giudice a latere del maxiprocesso di mafia nella Palermo del 1985. In sala lo stesso procuratore Grasso si commuove rivivendo le tappe della sua vita trascorsa tra carte e fascicoli a condannare mafiosi, con un pensiero costante alla moglie e al figlio, tra minacce di morte e l'andirivieni di scorte e auto blindate. Fino al fatidico giorno dell'attentato al giudice Falcone: su quella macchina saltata in aria con un chilometro di autostrada a Punta Raisi doveva esserci anche lui.

Ma la commozione per l'amico, anzi per i numerosi amici e collaboratori ammazzati, è motivo in più per non mollare la presa: Sebastiano Lo Monaco è bravissimo nel comunicare la determinazione di quest'uomo giusto e buono, che da ragazzo voleva fare il giudice per essere utile agli altri senza sapere a cosa andava incontro, al quale dobbiamo tantissimo. Se oggi la mafia siciliana si è indebolita, pur continuando a rappresentare una minaccia, lo si deve anche e forse soprattutto a lui che ha raccolto e proseguito il grande lavoro iniziato da Falcone e Borsellino, entrambi presenti spirtualmente in sala come sottolinea Lo Monaco mostrandone le fotografie.

La scena ricrea una sala riunione di uno degli spazi del maxiprocesso: le pareti del teatro sono a nudo, molti fascicoli ammucchiati, un grande banco metallico che serve a trasportarli dall'archivio all'udienza e un'enorme lavagna sulla quale il protagonista appunta, didatticamente, le parole chiave e le date da memorizzare. Ma alla fine la lavagna si rovescia per trasformarsi in uno specchio che riflette al pubblico la sua stessa immagine. E tra il pubblico, così "fatto presente", responsabilizzato circa il proprio ruolo, ci sono i politici, ci sono i giovani, c'è lo stesso Pietro Grasso, c'è insomma la società civile (tranne gli autori contemporanei) alla quale in ultima analisi è affidato il compito di costruire un'alternativa, di darsi ideali di vita nuovi e diversi, di costruire - con queste parole termina il monologo - un'UTOPIA.

L'efficace riduzione teatrale di Nicola Fano (cui si è sommato stranamente anche un adattamento drammaturgico) ci lascia a bocca asciutta quando, proprio sul più bello, si fa didascalica: "la legalità è l'arma dei deboli". Certo, ma il pubblico meriterebbe una riflessione meno scontata e aprioristica. Ci piacerebbe ad esempio conoscere la proposta utopistica del procuratore Grasso che forse pensa ad una società in cui il denaro sia un mezzo ma non un fine, che la ricchezza (ma qui tiro ad indovinare) debba essere contenuta nei giusti limiti. Platone? Cristo? Marx? Non possiamo certo chiedere al procuratore Grasso di fare anche il filosofo. L'operazione drammaturgica sulla mafia è, partendo da Fava e Sciascia che sinceramente hanno già detto molto di più del testo di Fano e la Rubino - il cui finale è affidato ad enunciazioni conclusive troppo astratte per costituire un testo autonomo, al di là della storia personale del procuratore Grasso, per altro molto edificante per i giovani - resta ancora tutta da fare.

 

Teatro Eliseo - via Nazionale 183, 00184 Roma

Per informazioni: telefono 06/48872222 – 06/4882114

Orario di apertura del botteghino: dalle 9.30 alle 15.00 e dalle 15.30 alle 19.30, lunedì chiuso

Orario spettacoli: matinée dal 18 al 22 e dal 24 al 27 gennaio, recite serali 16 e 23 gennaio (estratti dell'incontro con il procuratore Pietro Grasso, avvenuto lunedì 16 gennaio, saranno proiettati prima della recita serale del 23 gennaio ore 20.45)

Durata: 1h e 15’

 

Articolo di: Enrico Bernard

Grazie a: Benedetta Cappon, Ufficio Stampa Teatro Eliseo

Sul web: www.teatroeliseo.it

 

 

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