Dall’11 al 29 gennaio. Una rappresentazione perfetta e apparentemente "classica" del testo di Shakespeare che si attualizza proponendo un modello culturale e drammaturgico fondato sulla parola scritta e la tradizione letteraria.
Società per Attori presenta ROMEO E GIULIETTA di William Shakespeare traduzione Massimiliano Palmese con (in ordine alfabetico) Fabio Bussotti (frate Lorenzo), Mauro Conte (Mercuzio), Riccardo Francia (Benvolio, Baldassarre), Fabio Fusco (Principe della Scala, Pietro), Serena Mattace Raso (Balia), Fiorenza Pieri (Giulietta), Simone Pieroni (Capuleti), Nicolò Scarparo (Montecchi, frate Giovanni), Francesco Wolf (Tebaldo, Paride), Lucas Waldem Zanforlini (Romeo) musiche originali Marco Podda scenografia Alessandro Chiti costumi Mariano Tufano ideazione luci Vincenzo Lazzaro maestro d'armi Francesco Manetti regia Giuseppe Marini Galeotto fu il libro e chi l'ha scritto: Giuseppe Marini deve essersi ispirato, per la sua convincente cavalcata scespiriana, al famoso episodio dantesco di Paolo e Francesca, altre due storie giovani per le quali nei secoli si sono piante lacrime amare. Infatti questo "Romeo e Giulietta" curato da Marini si apre col libro, il copione, ovvero quel gran libro del mondo, come lo definiva Goldoni, dal quale scaturisce la rappresentazione della realtà come specchio di essa. E quel libro polveroso resta in scena aperto per tutta la durata dello spettacolo, tre ore che passano lievemente grazie ai bravissimi interpreti, quasi a testimonianza diretta della matrice letteraria e poetica, ancorché drammatica, dell'arcinota vicenda dei due giovani veronesi. Il tomo verrà poi richiuso al calar della tela, un finale che però riserva una sorpresa: per tutta la recita avevamo pensato al rigore filologico e al taglio "classico" seguito da Marini e dall'eccellente traduzione in versi, ma proprio sul filo di lana il regista cala il suo poker d'assi e propone la novità drammaturgica. Perché la chiusa non è quella scespiriana delle ultime parole del Principe che rimanda ai posteri la tragedia di Romeo e Giulietta: la conclusione viene bensì affidata ad una "voce off" che spegne lentamente l'illusoria realtà, scaturita dal libro aperto "a bella posta" sul proscenio, citandolo direttamente:
"il libro - sono le ultime parole registrate della voce di Giulietta rediviva come in un flash back - ti ha insegnato a baciare". Buio e applausi. Ebbene, i versi che ci accompagnano lungo il sentiero del ritorno al reale dal sogno d'amore infranto, sono quelli della famosa scena sul cantar dell'allodola, in cui i due giovani consumano il matrimonio, versi che pensavamo soppressi per l'economia dello spettacolo, e che vengono invece posposti come se la storia uscita dal libro e dal mito ad essi sia tornata: dal testo rappresentato alla rappresentazione della matrice letteraria (il libro di cui parlavo) del testo stesso. Si tratta di una soluzione obbligata dall'inizio volutamente "libresco" (uso il termine in senso colto, e non negativo, poiché lo spettacolo racchiude una potente valenza teatrale) proposto da Marini che punta provocatoriamente, nell'era del digitale, alla matrice cartacea e letteraria dell'illusione poetica. Chi ricorda l'uso dei monitor e delle immagini virtuali del film tratto da Shakespeare e ambientato in una moderna New York, mi riferisco ad "Hamlet 2000" di Michael Almereyda, si metta l'anima in pace: qui, a parte le luci elettriche che creano efficaci effetti cinematografici di incroci e dissolvenze, la "fiction" è affidata all'elemento poetico, al verso e alla recitazione. E ad una cosiddetta "opera a stampa" intorno alla quale ruotano scene e battute. Insomma un'inversione di tendenza e una critica del mondo virtuale che una spettatrice al mio fianco si ostina a tenere semiaperto sulle gambe: il classico ipad con cui nell'intervallo si può finalmente "navigare" (in internet) fa da contraltare, in sala, alla provocazione cartacea proposta sul palcoscenico. Se non ci fosse dunque quel libro antico sulla scena, sfuggirebbe a molti il senso dell'operazione registica e drammaturgica di Marini, che invece assume una valenza di forte attualità proprio nella riproposizione di un modello culturale e letterario (il libro, la parola, il verso) che sembrerebbero perduti e smarriti nella nostra società multimediale. Sentiremmo forse il bisogno di un’altra edizione del dramma del celebre film di Zeffirelli, di cui per altro in certi punti la versione di Marini segue il modello (la costruzione del personaggio di Mercuzio ad esempio)? La sorpresa sta invece proprio in questa attualizzazione della vicenda drammatica, forte perché pone un problema principalmente culturale: non solo l'educazione sentimentale, ma anche quella alla Parola delle nuove generazioni sempre più linguisticamente impoverite. La funzione del teatro, del teatro di parola, è oggi sempre più imprescindibile: il che, suggerito da un regista come Giuseppe Marini che non si nega certo ad esperienze ed esigenze sperimentali e metateatrali, è un segnale della necessità storica - oggi più che mai - della drammaturgia "scritta".
E torna utile ricordare l'italianità, appunto letteraria, di "Romeo e Giulietta" che Giuseppe Marini sottolinea con la sua idea scenica del libro aperto che tramanda la storia da un autore all'altro: dalla novella di Masuccio Salernitano del XV secolo al più vicino a Shakespeare Matteo Bandello, versione che giunse in Inghilterra alla fine del Cinquecento e fornì la base letteraria per una serie di testi teatrali poi confluiti nell'opera di Shakespeare. A questo proposito ricordo l'ipotesi secondo la quale sotto il nome inglese si celi l'italianissimo Giovanni Florio, ipotesi riproposta anche dal film "Anonymus". Gli attori seguono il taglio poetico e "classico" imposto da Marini (la bella scenografia classicheggiante con colonne doriche e portali apre lo spazio non immenso del Belli ad una fuga prospettica da Teatro del Palladio consentendo una serie di cambi di luogo semplici e funzionali) con una recitazione sentita, a tratti commovente e abile a destreggiarsi nei versi dando ritmo e fluidità alle rime talvolta ardite e aguzze come punte di spada. Lo spettacolo, completo e complesso, arricchito da musiche giuste per intensità e drammaticità è addirittura meticolosamente perfetto. Il che è un gran pregio ma anche un piccolo difetto, giacché Giuseppe Marini, una delle menti più fresche del nostro teatro, oltre al mestiere e al valore che bisogna tributargli per questo suo lavoro, possiede originalità ed inventiva da vendere e dovrà necessariamente ampliare, com'è nelle sue corde e nella sua storia artistica, la ricerca drammaturgica oltre il repertorio classico. Una curiosità in conclusione. Sembrerà strano, ma perfino Shakespeare ha subito un tentativo di affossamento da parte della “critica”. Autore di un vero e proprio libello antiscespiriano è quel Christian Dietrich Grabbe, poeta e drammaturgo romantico tedesco, che pensò di passare alla storia non con il suo indiscusso capolavoro, il "Don Giovanni e Faust", bensì con un attacco frontale nientepopodimenoche contro il maggior drammaturgo dell'era moderna. Titolo significativo del saggio di Grabbe è "Sulla shakespearomania" del 1814: delle opere di Shakespeare, secondo Grabbe, non se ne salverebbe drammaticamente una, tantomeno "Amleto" e "Giulietta e Romeo"! Per la serie: di tutto e di tutti si può discutere, anche di Shakespeare. Teatro Belli – piazza di Sant'Apollonia 11, 00153 Roma Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5894875 Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30 Biglietti: intero € 18,00 - ridotto € 13,00 Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Ufficio Stampa Margherita Fusi Sul web: www.teatrobelli.it |