Dal 5 al 15 gennaio. A vent’anni di distanza dall’ultima rappresentazione torna in Italia “Il processo” di Franz Kafka: la riproposizione dei motivi classici della pagina kafkiana, con tutta l’assurdità della vita che si scaglia sugli inermi, uomini della porta accanto. Lo spettacolo, che si fregia di una ricerca sonora di grande pregio e suggestione, è anche una metafora attualizzata della giustizia: l’indagine è già una sentenza, decisa dal processo e soprattutto dai processanti più che dall’eventuale reato. Il vero rischio è essere innocenti.
Tauma srl presenta IL PROCESSO di Franz Kafka adattamento e regia di Andrea Battistini scene Carmelo Giammello costumi Stela Verebeceanu maschere Iurie Matei con Raffaella Azim, Alessandro Buggiani, Giovanni Costantino, Filippo Gili, Pietro Mossa, Totò Onnis, Pierluigi Pasino, Davide Pedrini Una scenografia composta e tetra, nel suo grigio medio che disegna una scatola di porte, che durante lo spettacolo diventa ora un esterno (il pianerottolo, la sala d’attesa), ora un interno, fino ad essere una scatola, una gabbia, quando davanti allo spettatore scorrono le sbarre della cella nella quale è rinchiuso il protagonista.
La scena si apre nel giorno del compleanno di Josef K.- Kafka accusato e dichiarato in arresto - pur non avendo commesso il fatto, scopriremo (a dire il vero, senza una certezza assoluta). “Qualcuno doveva aver calunniato Josef Kafka poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato…”. Il povero malcapitato è a dir poco attonito, sconcertato, e si difende in modo relativamente garbato, lui procuratore di un’importante banca. Loschi figuri mediocri cercano probabilmente di corromperlo, trattandolo come un malvivente qualsiasi. Già dall’arrivo dell’ispettore si percepisce il tono del racconto: gli si chiede di essere più arrendevole; cercando di difendersi non farà altro che complicare le cose. Si intuisce che vive in una pensione con personaggi più o meno disperati e la stessa proprietaria, all’inizio comprensiva, mira solo al proprio tornaconto. Lo spettatore per due ore seguirà, a perdifiato, senza che mai il ritmo scenda nell’azione e nel travaglio psicologico, i tentativi più o meno goffi di uno zio e di un avvocato compiacente di aiutare il protagonista, sempre più smarrito. Sconvolgente per Josef è accorgersi che tutti sanno che è accusato dal direttore della banca, finanche persone mai conosciute prima. Gradualmente la vicinanza alla nostra attualità diviene sempre più marcata, quando si intende che i processi sono manovrati da altre ragioni rispetto alla giustizia; e si apprende che una delle soluzioni può essere nella connivenza con giudici e soprattutto con gli amici dei giudici, possibili amanti, in prima linea. Insomma per farsi assolvere, paradossalmente, occorre diventare complici con l’accusa. Tra l’altro l’avvocato e il segretario capo del tribunale ci vengono presentati come semi-infermi e storpi, quasi a costituire una metafora di una giustizia inerme e malata, come le figure manichino che si aggirano al momento del processo, una sorta di coro della tragedia greca – di io collettivo – che raccontano l’alternativa dell’assoluzione piena o apparente, nella quale c’è un su e giù del processato in un dibattimento senza fine. Entrare nel corridoio della giustizia significa non uscirne più, almeno sani e salvi. La regia offre un’interpretazione possente che tuttavia non offusca il testo ed è amplificata da porte che si aprono e chiudono, mentre i rumori fuori scena, angoscianti ed inquietanti, scandiscono l’incalzare dell’azione come in una resa cinematografica.
Le capacità espressive degli attori assurgono ad un parossismo vertiginoso invadendo e modificando lo spazio scenico in una miriade di personaggi e situazioni. Così come Raffaella Azim interpretando tutti i personaggi femminili rappresenta il femmineo kafkiano, Totò Onnis delinea ed esprime l’autorità nelle sue variegate forme, dal padre all’ispettore di polizia. Il senso di incomprensione finisce per riempire l’oppressione dell’animo di senso di colpa, perché si è quello che gli altri decidono che siamo, soprattutto se autoritari anche senza autorevolezza, poco importa. Dal rintocco della campana iniziale, frastornante e opprimente, fino allo scorrere delle sbarre che chiudono alla speranza, sono stridori, pugni su porte chiuse, usci che sbattono sordi, voci immaginate e sgradevoli. Processo, incomprensione, senso di colpa, angoscia, solitudine, oppressione, morte. Il protagonista è processato, e poi condannato, per una colpa non commessa, ignota, attribuita a se stesso. Alla fine Josef viene condannato e giustiziato come un cane – è lui stesso a dirlo – dopo un colloquio quanto meno ambiguo con il sacerdote, che evidenzia l’amara realtà senza in fondo preoccuparsi di salvare l’anima del condannato né di ristabilire la verità, se non dello spirito, almeno della legge. Il prete dichiara che la sentenza è il processo, dipende cioè essenzialmente dai meccanismi decisionali e non dalla capacità di provare la verità; inoltre coloro che rappresentano la legge non possono essere giudicati – perché la legge non è giusta, è solo uno strumento del potere (ndr), perfino in un cosiddetto stato di diritto dal quale all’inizio l’ingenuo Josef crede di essere difeso - e in fondo gli stessi ministri di culto appartengono alla legge. Tornano alla mente troppi processi sommari ma soprattutto mediatici con l’opinione pubblica che decide fuori dai tribunali firmando una condanna alla quale perfino i giudici finiscono per aderire. C’è un momento nel quale speriamo che la rotta si inverta: all’inizio del processo l’imputato viene chiamato e definito imbianchino. Forse è un caso di omonimia? Non lo sapremo mai perché in fondo non importa. I giudici poi sono impegnati nei loro festini, d’accordo con gli avvocati, con le stesse segreterie-segretarie che talora si innamorano dei condannati, per darli in pasto però ai giustizieri. In ogni caso, se non hai colpe, confessa quello che non hai commesso. Sarai più credibile e ben accetto nel dichiararti innocente. Da vedere e meditare. Teatro Vascello - Via Giacinto Carini 78, Roma (Monteverde Vecchio) Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5881021 – 06/5898031 – 340/5319449, mail
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Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18 Biglietti: intero 20,00 – ridotto 15,00 euro Articolo di: Ilaria Guidantoni Grazie a: Viola Sbragia (Ufficio stampa compagnia), Cristina D’Aquanno (Ufficio stampa e promozione Teatro Vascello) Sul web: www.teatrovascello.it |
Commenti
le inesattezze nella recensione sono state corrette.
Un saluto e...al prossimo spettacolo!
vorrei far notare che nella lista degli attori da voi indicata mancano due nominativi: Alessandro Buggiani (personaggi: una guardia-Block) e il sottoscritto, Pietro Mossa (personaggi: il sergente Max-il Segretario Generale del Tribunale).
Scusate la puntualizzazion e, ma il cast di questo spettacolo è un po' bersagliato da questi errori... Da altre parti io non sono nominato proprio o sono chiamato "Petro", il collega Buggiani "Baggiani", il collega Pedrini "Rampini"... Colgo anche l'occasione per fare notare che il personaggio del prete non è recitato dal collega Onnis, che lo recitava nella versione del 2006, bensì da Davide Pedrini.
Perdonate la lunghezza, ma è solo per amore di precisione.
Pietro Mossa
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