Un bambino cresciuto ci fa riandare all'infanzia perduta sulle note di uno show musicale e poetico, al quale non sono del tutto estranei Palazzeschi e il caffé Voltaire del movimento Dada.
Leo San Felice presenta SAN FELICE A SANTA CHIARA Dal Jazz caldo anni 20 alle sue canzonacce piccanti e sgangherate di e con Leo San Felice Il mito del “fanciullino” rappresenta, da Pascoli e Corazzini a Palazzeschi, uno degli elementi base della poesia italiana della prima metá del '900. Anche il teatro, col Carmelo Bene-Pinocchio, il cinema con Benigni, tanto per fare pochi tra i moltissimi esempi che si potrebbero citare, e la stessa musica leggera con la Pavone-Giamburrasca, hanno attinto al repertorio dell'infantilismo, che sta per purezza, sinceritá e ingenuitá. E ben noti sono i capolavori letterari di tutti i tempi che trovano nel mito del “fanciullo” un fondamento etico e morale, fino alla teorizzazione filosofica dell'ingenuitá del movimento romantico tedesco. Leo San Felice esce in carne ed ossa dallo stargate del tempo portandosi dietro un universo di bambole e cuscini, bandierine, trombettine e fischietti che attorniano un monumentale pianoforte a coda, la cui tastiera sembrerebbe irraggiungibile per le braccine corte del musicista che a stento riesce a sfiorare il pavimento quando sgambetta comicamente agitando un paio di vistosi pedalini rossi per battere il ritmo. Quel bambino cresciuto solo in largo, come schiacciato da un peso gravitazionale, parla della sua infanzia come un pischelletto che sta vivendo in contemporanea il suo stesso racconto. Vorrebbe farci credere di essere diventato grande, nel frattempo, invece é come se per lui il tempo non fosse una costante einsteiniana, ma una variabile che si puó invertire, cosí da andare in avanti se la scala sulla tastiera é in crescendo o, viceversa, indietro. In effetti la freccia del tempo é segnata dall'aria (musicale) sventolata dalle sue dita minuscole come quelle di un pianista prodigio che potrebbe avere indifferentemente sei o sessant'anni. Lo spettacolo di Leo San Felice sta tutto nelle sue canzoni surreali, astratte come manifesti futuristici, cantilene per bambini che si svegliano grandi e vorrebbero far cessare l'incubo della perduta ingenuitá. Da "Uh-uh-uh Perú" ai versi che cito come mi sono entrati in testa, forse con qualche modifica (per la quale chiedo venia) "mia sorella-si sente tanto bella-vuole fare la modella-e cade dalla passerella", le canzoni che hanno reso noto Leo San Felice sono proprio quelle che ci sorprendiamo spesso a cantare, a lallerellare tra noi e noi quando perdiamo il "buon senso" e conquistiamo una in-coscienza tutt'altro che banale, quanto piuttosto onirica. Ogni tanto Leo, suonando arie e ritmi a raffica, ci parla dei suoi nemici storici, i direttori d'albergo che hanno sempre mal sopportato le sue esibizioni musicali e canore; e poi Omero e Manzoni rei di aver creato argomenti seri, tosti, troppo impegnativi per lo svolazzare infantile della mente che salta abilmente, intelligentemente di palo in frasca e di frasca in palo. Per fortuna peró l'Aga Kahn, Padre Pio, Renzo Arbore e la regista della Rai seduta in prima fila hanno salvato il prodigio del bambino che fa diventare grandi i piccoli e piccoli i grandi. Lo spettacolo é tutto in questi giochi di prestigio musicali e lessicali, varianti e variazioni che si combinano e scombinano in armonie e cacofonie, dissonanze e controsensi come in una performance dadaista da club Voltaire. Palazzo Santa Chiara - piazza di Santa Chiara, 14 Per informazioni: telefono 06/6875579, mail
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Orario spettacoli: 23, 25, 26, 30, 31 dicembre 2011 - 1,6,7, 8 gennaio 2012 dal venerdì al sabato ore 21, domenica ore 18 Biglietti: da € 22 a € 15 Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Ufficio Stampa Silvia Signorelli Sul web: www.palazzosantachiara.it |
Commenti
Il suo raccontino(altr o che "servizio" giornalistico,l a sua critics teatrale è degna di essere pubblicata,la cavia sono io e vabbè,grazie,do ttor enrico bernard
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