Nello scenario di un Auditorium in stile nord Europa una compagnia en travesti reinterpreta un grande classico, “Il Lago dei Cigni” di Čajkovskij, e alcuni balletti simbolo della danza con ironia, punte di grottesco, grande capacità tecnica e accenti di virtuosismo, ardito quanto leggero. Due ore molto godibili in una suite di brevi pezzi, un modo di far rivivere il balletto attualizzandolo. I momenti di pura danza ad elevata prestazione fanno dimenticare l’aspetto farsesco per poi evidenziare lo scivolamento ironico successivo. Un gioco d’eccezione.
Spettacolo presentato in collaborazione con ATER Associazione Teatrale dell'Emilia Romagna BALLERINI e ARTISTI Robert Carter - Olga Supphozova e Yuri Smirnov Boysie Dikobe - Sonia Leftova e Andrei Leftov Roberto Forleo - Marina Plezegetovstageskaya e Vladimir Legupski Claude Gamba - Colette Adae e Dimitri Legupski Paul Ghiselin - Ida Nevasayneva e Velour Pilleaux Brock Hayhoe - Vanya Verikosa e Andrei Verikose Chase Johnsey - Yakatarina Verbosovich e Roland Deaulin Roberto Lara - Vera Tchumpakova e Tino Xirau Lopez Davide Marongiu - Giuseppina Zambellini e Ivan Legupski Fernando Medina - Gallego Sveltlana Lofatkina e S.M. (“Il Principe”) Myshkin Christopher Montoya - Doris Vidanya e Ilya Bobovnikov Raffaele Morra - Lariska Dumbchenko e Pepe Dufka Alberto Pretto - Nina Immobilashvili e Stanislas Kokitch Giovanni Ravelo - Irina Kolesterolikova e Marat Legupski Britton Spitler - Katya Lukinatmeya e Jacques d’Aniels Joshua Thake - Ephrosinya Drononova e Araf Legupski Lo spettacolo inizia con un annuncio a sipario chiuso, ironico, cogliendo già di sorpresa. All’inizio si dice infatti che ci sono stati alcuni imprevisti che hanno causato delle sostituzioni, d’altronde un fatto abituale nel balletto russo e poi via di seguito; fin quando i nomi maccheronici di danzatori russi improbabili accendono la lampadina e scoppia il riso. E ancora richiesta cortese e di tutto punto di spengere cellulari e di non far foto soprattutto con il flash: le luci potrebbero creare disturbo ai danzatori più fragili ricordando le fucilate bolsceviche. Prima dell’inizio dello spettacolo una rassicurazione: “questa sera le ballerine sono tutte di ottimo umore”.
Lago dei Cigni Atto II musica Pëtr Il'ič Čajkovskij adattamento della coreografia originale Truitti Gasparinetti coreografia originale Lev Ivanovich Ivanov costumi Mike Gonzales luci Kip Marsh Il primo brano è uno dei grandi classici, danzati in infinite variazioni nei giorni di Natale, il Lago dei Cigni, del quale è rappresentato il II Atto con uno dei temi musicali più noti della danza classica. Attingendo dal magico regno dei cigni (e degli uccelli), questa fantasmagoria elegiaca di variazioni e di insiemi di linee e di musica è il lavoro “griffe” de Les Ballets Trockadero de’ Monte Carlo. La storia di Odette, la bellissima principessa trasformata in cigno dallo stregone malvagio e salvata dall’amore del Principe Sigfrido, era un tema particolarmente caro alla sensibilità russa quando Čajkovskij scrisse il balletto per la prima volta nel 1877. La metamorfosi di mortali in uccelli e viceversa è infatti un tema frequente del folklore russo. Il Lago dei Cigni originale, che debuttò al Teatro Bol’shoj di Mosca, non ebbe successo; fu solamente un anno dopo la morte di Čajkovskij – avvenuta nel 1893 - che il Balletto del Teatro Mariinskij produsse la versione a noi pervenuta. Grande ironia nei gesti e sberleffi, un che di grottesco, che conduce perfino al sorriso, nascondendo e rivelando ad un tempo una grande preparazione per non rendere il gesto scomposto e l’errore voluto goffo o impacciato ma espressione elevata a potenza. Gli stessi costumi giocano, a mio parere, il doppio ruolo di grande eleganza con trucco e accorgimenti minuziosi, inserendo qua e là elementi ‘disturbanti’, quali un costume troppo scollato che scopre il petto villoso di una ballerina o una parrucca arruffata o biondo paglia. Patterns in Space
musiche registrate Franck Andrew musica dal vivo John Cage coreografia originale Merce Cunningham costumi Ken Busbin luci Tricia Toliver La danza contemporanea secondo i Trocks, una parodia da gustare che prende in giro quell’intellettualismo contorto e spesso ai limiti dell’assurdo che fa domandare allo spettatore: “E’ molto complesso e troppo difficile per me o è semplicemente un bluff, forse uno scherno?” Céline già se lo chiedeva leggendo “L’Ulisse” di Joyce. Formidabile la musica dal vivo, suoni metropolitani prodotti con insoliti oggetti, da un ventaglio a una caffettiera e via di seguito; mentre tre danzatori in tute aderenti in velluto lucido, blu, rosso e ocra, si aggirano sul palcoscenico compresi nella sua interpretazione. Intermezzo di Tarantella Gustoso fuori programma con coppia en travesti, dove chi recita la parte femminile rispecchia il gusto della farsa dello spettacolo, mentre il ragazzo di colore si esibisce con il cembalo in un numero quasi acrobatico e di grande spensieratezza. Lo stesso interprete diventa poi in un ‘capitolo’ successivo dello spettacolo un’inappuntabile e credibile ballerina mettendo in luce l’abilità del trasformismo e non solo travestitismo del teatro. Grand Pas de Quatre coreografia Anton Dolin da Jules Perrot musica Cesare Pugni costumi Mike Gonzales scene e luci Kip Marsh Fu di Benjamin Lumley, amministratore del Teatro di Sua Maestà, l’idea di allestire un Gran Divertissement mettendo insieme le quattro più grandi ballerine dell’Età Romantica. Grazie ad una sottilissima diplomazia, riuscì a chiamare le dive a Londra non senza però, alcuni “malintesi artistici”. Uno di questi era su chi far cadere la scelta per l’ultima variazione perché con questa ognuna di loro voleva affermare la propria supremazia. Col dovuto tatto, Lumley la offrì alla maggiore d’età. Si dice che la Taglioni fosse ancora in piedi quando le ragazze più giovani stavano umilmente muovendo i passi per uscire di scena. Finalmente il Gala Divertissement ebbe luogo: era il 26 giugno 1845. La coreografia fu forgiata da Jules Perrot che cercò di sfruttare le qualità di ciascuna ballerina: della Grahn la vivacità, della Grisi l’espressività, della Cerrito la civetteria e della Taglioni il mistero etereo. Un burlone inglese paragonò il compito del coreografo a quello di un domatore di leoni e di tigri che doveva insegnare loro a ballare il walzer in una gabbia. Il Pas de Quatre originale venne danzato solamente quattro volte (la Regina Vittoria e il Principe Alberto assistettero alla terza replica), ma servì da modello per quelle celebrazioni rituali di danza accademica che oggi definiamo “balletto astratto”. Sopravvive oggi come una delle evocazioni più affascinanti (e sprovvedute) del balletto romantico del 1840. Il gioco si ripete per le quattro prime ‘donne’ dei Trocks che cercano di rubare la scena, una all’altra. Le quattro protagoniste si esibiscono in un tutù a corolla rosa confetto con tutto l’ardimento e il volto del tipico balletto romantico e quel tanto di isteria che contraddistingue le danzatrici di una volta. Ottima interpretazione recitativa. Paquita
musiche Ludwig Minkus adattamento della coreografia di Petipa di Elena Kunikova costumi Mike Gonzales luci Kip Marsh “Paquita” è un esempio superbo dello stile francese esportato a San Pietroburgo alla fine del XIX secolo; era un balletto-pantomima in due atti, con la coreografia di Joseph Mazillier e la musica di Ernest Deldevez. Interpretata da Carlotta Grisi, la storia narrava di una fanciulla che salvava un giovane ufficiale da morte certa. Dopo il debutto all’Opera di Parigi nel 1846, Marius Petipa decise di produrne una nuova versione da rappresentare in Russia. Commissionò a Ludwig Minkus, il compositore dei suoi successi più recenti (“Don Chisciotte” e “La Bayadere”), la realizzazione di altre parti musicali in modo da poter aggiungere un brillante “divertissement” alla Paquita francese. Creò nel suo stile personalissimo il “Pas de Trois” e il “Grand Pas de Deux” che sono oggi le sole parti conservate di questo titolo. I ballerini si confrontano con una coreografia che è una trama di fuochi d’artificio che sfrutta tutte le possibilità virtuosistiche della danza classica accademica arricchita da un’inaspettata combinazione di passi. Adatto al gran finale con un qualcosa di ironicamente trionfale. C’è nella composizione e nei costumi un ricordo della rivista, dell’avanspettacolo, che non sminuisce in nulla la capacità tecniche, arricchendo l’atmosfera della serata con un diversivo, evidenziando le possibilità della danza classica come un linguaggio di base versatile. Teatro degli Arcimboldi - viale dell’Innovazione 20, 20126 Milano Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/641142212/214 Articolo di: Ilaria Guidantoni Grazie a: Carla Torriani, Ufficio Stampa Teatro degli Arcimboldi Sul web: www.teatroarcimboldi.it |