Un one-man show in linea con gli sberleffi e le proteste che si levano da ogni parte del mondo contro il sistema finanziario al limite del collasso, uno spettacolo che ha ancora bisogno di un supplemento di rabbia e di un testo veramente graffiante.
Teatro allo Scalo presenta Sandro Torella in FANCULO IL PIL Tutto quello che avreste voluto sapere ma non hanno mai osato dirvi una commedia scritta e diretta da Sandro Torella "Fanculo il Pil" è un pensiero ricorrente e collettivo, un desiderio, spesso (ma non tanto) inespresso, che accomuna la maggior parte degli italiani. Sandro Torella ne ha tratto lo spunto per un monologo irriverente che stuzzica il dente che duole e sottopone il pubblico allo stress di esplicitare le proprie opinioni. "Tutto quello che avreste voluto sapere ma non hanno mai osato dirvi" è il sottotitolo del monologo, o meglio del dialogo con gli spettatori che vengono a più riprese sfacciatamente e con una buona dose di coraggio coinvolti nel discorso e messi alla prova. Torella cerca ironicamente di scardinare i luoghi comuni che vorrebbero darci ad intendere di essere finiti nel vicolo cieco dell'economia, e, al contempo, che da questo vicolo cieco non c'è alcuna via d'uscita - neppure tornando indietro. Qualche volta riesce a centrare il bersaglio, e comunque l'intenzione di sottrarci al circolo vizioso in cui siamo sballotatti (da Tremonti a Monti e, speriamo, non viceversa) è meritoria e assolutamente degna di attenzione e considerazione. Questo one-man show prende dunque avvio con una provocazione rivolta ai presenti: che ci fate qui? Non lo sapete che stiamo chiudendo? Andatevene. Al terzo tentativo di sgombrare la sala, peraltro gremita, del piccolo spazio del Teatro allo Scalo, l'attore decide di salire in cattedra interrogando gli astanti e sciorinando una serie di concetti e opinioni, per la verità un po' generiche, talvolta stradette e risentite nei bar e mercatini rionali, sui bus e nelle file in banca, ma poste comunque dal performer in modo ironico e con un velo di sarcasmo: "spettacolo tendenzialmente comico, dipende dai punti di vista" recita uno spot sulla locandina. Sapete che cosa sono gli interessi bancari? Infila il dito nella piaga il giovane attore. Eccome se lo sappiamo, caro Torella. Ma detto da lui sembra quasi una novità, cosicché abbocchiamo al giochino trasformandoci in scolaretti dietro la lavagna, o costretti a giocare al monopoli\tangentopoli. Beninenteso, nell'ora circa di spettacolo Torella non dice nulla di eclatante. La lettura di qualche brano di Marx potrebbe essere più divertente. Basti pensare a come l'autore de "Il Capitale" sfotte Max Stirner nella "Ideologia tedesca" chiamandolo Santo Stirner o San Max (perché venera la santità della proprietà privata), oppure alla critica del capitalismo che genera profitto ma che finirà per strozzarsi con le sue stesse mani. Sinceramente trovo molto divertente la presa in giro di Marx della mentalità capitalista, laddove si legge che "l'ultimo capitalista che impiccheremo sarà quello che ci ha venduto la corda". Un'ironia che Torella del resto insegue fin dalla locandina in cui si legge un'altra frase spot: "Siamo criceti sulla ruota che gira. E' ora di scendere". Ma lasciando da parte Marx, - il quale comunque. oltre che come economista e filosofo, può essere considerato uno scrittore capace di una potente ironia sui vizi del capitalismo, - nulla toglie alla piccola ma graziosa impresa di Torella di gettare il cuore oltre l'ostacolo, quasi come a dire: vogliamo cominciare a discuterne? Per la verità, avendo recentemente vissuto qualche tempo a Zuccotti Park con gli indignados di Occupy Wall street, posso testimoniare che se ne sta parlando eccome: la piazza occupata è un grande teatro di sberleffi e di riflessioni sulla finanza pirata di banche, tycoon e broker di borsa. Ovunque in questa parte di New York il faccione di Che Guevara stampato in nero sulla bandiera rossa è il vessillo non solo di "quelli di sinistra", ma anche di tutti quelli di destra, perfino dei conservatori texani (ci ho parlato personalmente) che hanno perso casa e risparmi. La performance di Torella resta così a metà strada tra la lezioncina spiritosa e lo show vero e proprio: come show non risulta abbastanza graffiante e pericoloso per il "sistema" da un lato, mentre sul piano puramente informativo, insomma rispetto al genere Michael Moore per intenderci, resta sia pur scherzosamente, troppo superficiale. Torella, che assomiglia un po' ad un achorman televisivo, mi viene in mente Antonio Piroso, è sicuramente sulla buona strada, avendo intuito la materia e pure la forma dello show. Ma questa intuizione ancora non basta per "sfondare" (uso un termine mediatico) il palcoscenico. Infatti l'attore ha ancora bisogno di approfondire due elementi. Il primo è l'aspetto drammaturgico, perché deve darsi un personaggio: se Troisi è lo scansafatiche napoletano, Benigni il toscanaccio "cascamadonnaro" e, per fare un altro esempio, Proietti è il piacione e cialtrone romanaccio, a Torella manca ancora una netta definizione. Parla con cadenza di Testaccio, ma non si presenta come un testaccino, si atteggia a studente fuori corso autodefinendosi ad esempio "laureato a pieni voti in economia, dottore commercialista pentito, nei panni di un insolito professore", un po' tutto e un po' troppo, insomma, per risultare sulla scena "un carattere" ben enucleato e comprensibile. Soprattutto poi non risulta abbastanza incazzato: contro le banche e contro il sistema economico-finanziario che ci sta rovinando la vita, se ne sentono di peggio sull'autobus o al mercato dalla vecchina di turno che deve far quadrare i conti e mettere in tavola un piatto di minestra con pochi euro. La latitanza di "un carattere", cioé di un personaggio, comporta infatti anche un certa debolezza "di carattere": se l'attore non definisce con chiarezza, principalmente a se stesso, il suo personaggio, non potrà dire certe cose in un certo modo, aggiungere rabbia alla Grillo o sconforto e vigliacca autocommiserazione alla Villaggio-Fantozzi. E da questa carenza, oltre che un problema di "carattere", scaturisce pure un "difetto" di linguaggio e, conseguentemente, di testo. Troppo garbato quando deve affondare e insultare, troppo volgare o banale quando deve soprassedere nel dialogo col pubblico su questioni di cui poco ci importa in questo momento (la cacca non raccolta dei cani, il cucchiaio di Totti), troppo romanaccio quando parla a tutti e per tutti, troppo forbito e accademico quando spiega che cos'è e come si prepara la torta dell'economia. Resta della serata, che al di là delle mie personali osservazioni non va certo sprecata con questo one-man-show, una prima presa di contatto con un artista in progress, un attore che deve tirare fuori del tutto gli artigli, darsi una connotazione e soprattutto cominciare a collaborare con qualche autore in gamba (come hanno fatto Benigni e Proietti rispettivamente con Bertolucci-Cerami e con Lerici). E soprattutto deve essere molto, ma molto incazzato. Più di Beppe Grillo, il che non è certo cosa da poco. Perché come recita un sarcastico aforisma di Mao: “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”. Anche a teatro. Teatro allo Scalo – via dei Reti 36, Roma Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83602262 – 3406485291, mail
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Orario spettacoli: da giovedì al sabato ore 20.45, domenica ore 17.45 Biglietti: intero 13 euro, ridotto 10 euro (under 30, over 65, gruppi maggiori di 6), tessera associativa 2 euro Articolo di: Enrico Bernard Grazie a: Ufficio Stampa Marino Midena Sul web: www.teatroalloscalo.it |
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