È andato in scena al Teatro Franco Parenti, nell'ambito della rassegna "Riscoprire certezze", "Vaudeville! Atti Unici da Eugène Labiche": rivisitazione e miscellanea di alcune pièce di Labiche in chiave contemporanea, per la regia di Roberto Rustioni. Due ore di puro divertimento, con qualche piccola indulgenza ad alcuni momenti di riflessione delicatamente amara.

Dopo oltre 450 giorni di chiusura, il Teatro dei Filodrammatici di Milano ha scelto di riaprire i battenti - e dischiudere il suo particolare sipario tagliafuoco a palpebra - con un’iniziativa che può considerarsi di bandiera: fin dal 2012, infatti, il teatro ospita il festival nato col titolo Illecite visioni, rinominato nel 2017, con un supplemento di autoironia, Lecite visioni.

Furore - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da Mercoledì, 26 Maggio 2021

Dal 18 al 30 maggio. Il Teatro Argentina torna ad accogliere gli spettatori romani con il monologo di Massimo Popolizio tratto dall'omonimo romanzo di John Steinbeck, "Furore"

Sulla sella che divide la città moderna allo sperone ove è situata lapartepiù antica di Castrovillari, ove toponimi come “via Giudeca” testimoniano la presenza originaria di un ghetto ebraico, poggia il tetragono Castello Aragonese, costruito alla fine del XV secolo e funzionante come reclusorio fino a11995.Il suo possente mastio, detto “La Torre infame”, esteriormente ingentilito da un collare di archetti tardogotici, è il simbolo della città, malgrado su di essa circolino i racconti più orrorosi, legati alle terribili atrocità che si dice si praticassero sui condannati. Da qualche tempo, quasi a riscatto di tale nomea, vi si tengono spettacoli teatrali, e quest’anno nel cortile del castello è stato approntato un vero e proprio teatro coperto.

Risalendo verso settentrione Corso Garibaldi, che si estende da nord a sudcome un cardo romano, ci si imbatte in una sorta di biforcazione che lascia posto a un giardinetto con panchine: qui sorge il monumento ai caduti. Un vistoso gruppo bronzeo esibisce una vittoria alata a seno nudo che sorregge pietosamente un soldato caduto, stracciato, con in testa un elmetto della Grande guerra. Oltre alla venustà della figura femminile, colpisce il fatto che, sulla targa marmorea aggiunta a ricordo dei caduti della Seconda guerra mondiale, accanto a nomi presentati come “soldato”, “caporale”, “tenente”, se ne trovino anche due qualificati come “camicia nera”. Forse è giusto che sia così: parce sepultis. Purché siano chiare le sostanziali differenze storiche, politiche ed etiche. Ha ancora senso, e con quali modalità, la rivisitazione dei classici? Tentando di riprodurne filologicamente la forma originale? Riportando all’oggi, alla storia contemporanea, o addirittura alla cronaca, i loro topoi? Utilizzarne gli archetipi come pretesto per una creazione ex novo? Senza azzardare una risposta, mi limito a cercare diillustrare i tre spettacoli che, con modalità ed esitodiverso, si sono ispirati ai classici.

Corso Garibaldi, declinando verso sud si ferma di fronte alla facciata settecentesca del palazzo dei baroni Cappelli. Aggirandolo, prima del Ponte della Catena che unisce il declivio allo sperone calcareo dove si abbarbica l’insediamento originario di Castrovillari, ci si imbatte nelle fontane di San Giuseppe. L’acqua usciva un tempo dalla bocca di cinque mascheroni in pietra di fattura artigianale, probabilmente settecentesca. Ormai ne funzionano solo due, e l’acqua che buttano è quella dell’acquedotto comunale, la medesima che esce dai rubinetti; ma gli anziani vi si recano per riempirne bottiglie con tappo a leva, e se la portano a casa.

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