Sulla sella che divide la città moderna allo sperone ove è situata lapartepiù antica di Castrovillari, ove toponimi come “via Giudeca” testimoniano la presenza originaria di un ghetto ebraico, poggia il tetragono Castello Aragonese, costruito alla fine del XV secolo e funzionante come reclusorio fino a11995.Il suo possente mastio, detto “La Torre infame”, esteriormente ingentilito da un collare di archetti tardogotici, è il simbolo della città, malgrado su di essa circolino i racconti più orrorosi, legati alle terribili atrocità che si dice si praticassero sui condannati. Da qualche tempo, quasi a riscatto di tale nomea, vi si tengono spettacoli teatrali, e quest’anno nel cortile del castello è stato approntato un vero e proprio teatro coperto.

Risalendo verso settentrione Corso Garibaldi, che si estende da nord a sudcome un cardo romano, ci si imbatte in una sorta di biforcazione che lascia posto a un giardinetto con panchine: qui sorge il monumento ai caduti. Un vistoso gruppo bronzeo esibisce una vittoria alata a seno nudo che sorregge pietosamente un soldato caduto, stracciato, con in testa un elmetto della Grande guerra. Oltre alla venustà della figura femminile, colpisce il fatto che, sulla targa marmorea aggiunta a ricordo dei caduti della Seconda guerra mondiale, accanto a nomi presentati come “soldato”, “caporale”, “tenente”, se ne trovino anche due qualificati come “camicia nera”. Forse è giusto che sia così: parce sepultis. Purché siano chiare le sostanziali differenze storiche, politiche ed etiche. Ha ancora senso, e con quali modalità, la rivisitazione dei classici? Tentando di riprodurne filologicamente la forma originale? Riportando all’oggi, alla storia contemporanea, o addirittura alla cronaca, i loro topoi? Utilizzarne gli archetipi come pretesto per una creazione ex novo? Senza azzardare una risposta, mi limito a cercare diillustrare i tre spettacoli che, con modalità ed esitodiverso, si sono ispirati ai classici.

Corso Garibaldi, declinando verso sud si ferma di fronte alla facciata settecentesca del palazzo dei baroni Cappelli. Aggirandolo, prima del Ponte della Catena che unisce il declivio allo sperone calcareo dove si abbarbica l’insediamento originario di Castrovillari, ci si imbatte nelle fontane di San Giuseppe. L’acqua usciva un tempo dalla bocca di cinque mascheroni in pietra di fattura artigianale, probabilmente settecentesca. Ormai ne funzionano solo due, e l’acqua che buttano è quella dell’acquedotto comunale, la medesima che esce dai rubinetti; ma gli anziani vi si recano per riempirne bottiglie con tappo a leva, e se la portano a casa.

Fino a un paio di anni fa, su un tratto non selciato dei marciapiede di Corso Garibaldi, era visibile un ampio graffito, come lasciato abusivamente da un vagabondo artista di strada. A osservarlo con attenzione vi si indovinava una scena mitologica, tracciata con mano sicura. Era, in effetti, un’opera d’autore, Luigi Le Voci, un artista singolare che a Castrovillari chiamavano “il Maestro”: uno stile personale, che faceva pensare a Chagall, e forse ai fauve. Se n’è andato qualche anno fa, e il dono di quell’opera che ingentiliva una gettata di cemento senz’anima non gli è sopravvissuto. Più o meno nello stesso tratto del corso, dal lato opposto, al limitare della Piazza Marchesi Gallo, si scopre un’inattesa, sopravvissuta testimonianza d’antan: due lampioni di ferro battuto, dal raffinato disegno tardo liberty. Due minuscole targhe in ottone ne rivelano la data e l’autore: 1937 – Francesco Paonessa; un apprezzato maestro del ferro battuto, lucano d’origine, cui la città ha intitolato anche una strada secondaria.
Il tema dell’impegno civile o politico qualifica da sempre, nelle sue diverse, possibili declinazioni, l’appuntamento di Primavera dei teatri.

Il teatro in tempo di pandemia cambia la stagione e le stagioni - ed è già una fortuna - ed è così che il festival “Primavera dei Teatri” di Castrovillari arriva in autunno. La rassegna con una ventina di spettacoli in calendario si riconferma oltre che una vetrina per il teatro un luogo di confronto e aggregazione culturale come dimostra in particolare il progetto “Alla luce dei fatti. Fatti di luce” di Giancarlo Cauteruccio.

Per l'inaugurazione della stagione 2020-2021 il teatro Lo Spazio di Roma sceglie la prima assoluta di "Venere in pelliccia", con Patrizia Bellucci e Gianni De Feo

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