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Gino Vannelli live @ The Place (Roma) - 06/03/2010 Stampa E-mail
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Live Reports Concerti
Scritto da Fabrizio Allegrini   
Domenica 07 Marzo 2010 16:56

Gino VannelliGino Vannelli torna a Roma dopo molti anni per regalarci un appuntamento live tra i più attesi della stagione. Il popolare artista canadese, vera icona pop rock internazionale a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, sceglie l’ottima venue del “The Place” per una delle due date italiane inserite nel suo tour mondiale.

 

 

Gino Vannelli torna a Roma dopo molti anni per regalarci un appuntamento live tra i più attesi della stagione. Il popolare artista canadese di origine italiana (e più precisamente molisana), vera icona pop rock internazionale a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, sceglie l’ottima venue del “The Place” per una delle due date italiane inserite nel suo tour mondiale.

Ad accompagnare la sua ancora inconfondibile e straordinaria voce, per nulla scalfita dal tempo, troviamo un ensemble tutto nostrano composto dal quartetto d’archi Alchimia, il contrabbassista Riccardo Fioravanti e il pianista Mario Rosini, vera colonna portante della serata.

Nel locale capitolino si respira sempre l’aria da grande occasione e quella di oggi sembra essere proprio una di quelle. Il posto è molto accogliente. Il pubblico attende paziente, sa già che sarà una di quelle notti che lasciano il segno, che spingono magari molti a rovistare nei ricordi, in quelle melodie lontane a cui si aggrappa ancora la giovinezza.

Gino Vannelli ha vissuto un’epoca d’oro, all’incirca più di vent’anni fa, fatta di successi e riconoscimenti commerciali. Molto conosciuto nel mondo, è stato sempre vissuto in Italia come un prodotto di nicchia, a cui purtroppo non è mai stata data la dovuta risonanza. Insieme al fratello Joe ha creato un genere che va oltre qualsiasi definizione, dove la migliore espressione del pop si integra alla perfezione con armonie jazz e ritmiche rock. Come non citare autentici capolavori come “Brother to Brother” (il suo successo più grande, con alcuni singoli considerati ormai evergreen), “A Pauper in Paradise” o “Storm At Sunup”, dischi che hanno fatto della fusion un vero e proprio fenomeno commerciale.

Ad aprire la serata ci pensano gli Alchimia: il quartetto sfodera subito abili doti strumentali introducendo la scaletta con un’ouverture dagli slanci vigorosi, solidi colpi d’arco che battono il petto. Segue immediatamente l’ingresso del pianista Mario Rosini: la sua è una presentazione in punta di piedi, stralci di improvvisazioni jazz vestite da sapori marcatamente debussiani, ma è solo il prologo di un impeto che diventerà sempre più pressante durante l’intera esibizione. E, infine, fa il suo ingresso sul palco il musicista canadese: la folla acclama e la sua voce comincia a sciogliere il ghiaccio di un’attesa ormai divenuta insostenibile.

I primi brani vengono ripresi dai più recenti lavori come “These are the Days” e “A Good Thing”, atmosfere che vanno dal jazz al funk, tanto per dare l’idea che ogni brano proposto verrà completamente stravolto: Gino e Rosini mantengono da soli la scena, incantando il pubblico che schiocca già le dita a ogni battuta. È il momento degli archi, che fanno da ripieno a una commovente “I Die A Little More Each Day”, a cui segue la famosissima “Wild Horses”, completamente riadattata in forma walking blues.

Gli arrangiamenti si muovono con disinvoltura tra afflati jazz e misture di musica contemporanea: molte dissonanze e movimenti armonici arditi, ma mai una nota di troppo o la sensazione di un’orchestrazione sopra le righe.

Piccola pausa per presentare il libro di racconti autobiografici intitolato “Stardust in the Sand”: Rosini legge dell’incontro tra Stevie Wonder e il cantante nei lontani anni settanta, c’è quasi commozione negli occhi di Vannelli, che ricorda come quella esperienza gli diede nuovo slancio dopo la cocente delusione commerciale del primo disco.

L’uditorio sembra apprezzare mentre il live riprende sulle note di “Brother to Brother”: piano e voce, martellanti, un corpo unico fatto di virtuosismi vocali e vigorose svisate pianistiche. Ci si perde come in un sogno: i quasi sette minuti della versione originale vengono condensati in impulsi ritmici di straordinaria veemenza mentre la voce affonda e poi si rialza in quel falsetto inconfondibile che fa stringere gli occhi.

Arriva il momento del brano forse più famoso: “I Just Wanna Stop”. Il musicista canadese sembra divertito perché il pubblico già canta ancora prima che lui inizi: poche note intonate ed è il locale intero ad accompagnare. Archi e piano si fondono sinuosamente regalando un arrangiamento dal forte impatto emotivo, di una profondità e raffinatezza estrema. Così come quello di “People Gotta Move”, brano proposto nell’encore della serata, baldanzoso e sfrontato quasi, con le corde che picchiettano e la tastiera che sembra una percussione, insieme a schiocchi di dita e un’insolita veste teatrale di Vannelli che chiude il concerto con l’eleganza del miglior musical.

L’ensemble si scioglie, la serata è finita. Gino si allontana salutando il pubblico, dandogli appuntamento a fra chi sa quanti anni, un periodo di attesa in cui noi tutti proveremo a riscoprire ancora una volta la ricchezza musicale prodotta e mai dimenticata di questo splendido artista.

 

 

Articolo di: Fabrizio Allegrini

Sul Web: Sito Ufficiale, Italian Fan Site

 

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