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A volte può succedere che riescano bene dei lavori in ambito discografico, ma, nell’ambito della facilità, può accadere che la pubblicità non sia altrettanto conveniente poiché potrebbe oscurare i veri capolavori precedenti di una band: gli Editors con la loro tappa al Tendastrisce di Roma.
A volte può succedere che riescano bene dei lavori in ambito discografico, ma, nell’ambito della facilità, può accadere che la pubblicità non sia altrettanto conveniente poiché potrebbe oscurare i veri capolavori precedenti di una band: gli Editors con la loro tappa al Tendastrisce di Roma il 3 Dicembre. Negli ultimi due anni sono stati siglati dei grandi “ritorni” nel mondo della musica: varie band, dalle più lontane dal grande pubblico a quelle più vicine, hanno deciso di scegliere una determinata sezione della loro carriera per creare lavori di conferma o di cambio stile. Difficile poi, in tutta questa confusione, è stato definire quali fossero stati i capolavori che ne derivavano e quali, invece, degli inutili scarti che era meglio non sentire e scommettere che, se ci si fosse lavorato su, si sarebbe potuto creare qualcosa di meglio (gli antipodi di questa tesi sono stati creati da una band metal e da una del synth pop). Molti sono stati i fallimenti di questi ritorni in grande stile che hanno mostrato al pubblico (a seconda della band in questione) che nulla era cambiato (arie di crisi, incomprensioni musicali, ecc.), ma che dal tutto poteva derivare una buona posizione di mercato o un cambio direzione che si snoda in qualcosa di lontano dai precedenti lavori fino ad arrivare a risultare innovazione oppure mediocrità. Ricercare il mercato musicale è facile, ma cambiare le direttive di una band, per un produttore, è sempre un rischio poiché non si può mai sapere come reagirà il pubblico; per fortuna agli Editors, esibitisi il 3 Dicembre al Tendastrisce di Roma, è andata bene poiché hanno presentato il loro ultimo lavoro: “In This Light And On This Evening”. L’ultimo lavoro della band di Birmingham si configura come una taglio netto alla loro precedente sonorità, molto più intima e simbolica, per andare verso il mondo dell’elettronica in cui l’emisfero musicale oscilla verso una direzione che non si sa ancora gestire a piene mani. Ma questo pensiero può essere formulato soltanto con l’ascolto in studio di registrazione, mentre invece, dal vivo, il tutto subisce l’influsso di una magia incredibile che mostra degli Editors più maturi e in grado di muoversi liberamente in qualsiasi cosa vogliono. Il Tendastrisce è un edificio molto capiente che offre un ampio parterre e un’ottima visibilità del palco da ogni punto lo si guardi, mentre per l’acustica, invece, è impossibile dire che sia la migliore mai sentita poiché dipende sempre dalla band che viene ospitata e da quanto risulti potente il loro suono e, propriamente nel caso degli Editors, l’equipaggiamento si è dimostrato insufficiente a sostenere il suono elettronico di “In This Light And On This Evening”. Molta gente era accorsa per ammirare la band inglese: c’è stata, rispetto a due anni fa, molta più richiesta di biglietti, ma la maggior parte delle persone non sono arrivate propriamente puntuali poiché sapevano che prima delle “grandi star” della serata ci sarebbero state due band introduttive;l’unica cosa che non si poteva prevedere era la durata delle loro esibizioni. I primi ad andare sul palco, intorno alle 21, sono stati i Wintersleep che hanno proposto sei canzoni che si dimostravano forti e meravigliose per il semplice fatto che non puntavano sui testi, ma semplicemente sul puro ausilio della musica new-wave. L’unica nota di demerito era la presenza di un elemento di troppo nella loro band che sembrava confuso e soprattutto senza un ruolo predefinito, ma il tutto venne sistemato dal fatto che i musicisti, ad ogni canzone, cambiavano posto. A seguire, intorno alle 21:30, giungono i Maccabees: altra band new-wave, decisamente più giovane, che si è mostrata all’altezza di reggere il confronto con i loro predecessori fino a restare nelle menti dei fans degli Editors per essere stati la band-spalla con più tempo a disposizione. Quest’ultima affermazione scaturisce soltanto dal fatto che il vero concerto è iniziato due ore e mezza dopo l’orario prestabilito, ma anche perché, indubbiamente, il tempo che è stato dato a quest’ultima band rispetto alla precedente, per la loro esibizione, è stato decisamente superiore. Comunque hanno avuto la possibilità di fare spettacolo attraverso canzoni orecchiabili e molto “veloci”. Molto più tardi, tra le grida del pubblico, fanno il loro ingresso gli Editors. Nell’ambito di un mistico silenzio, l’elettronica pervade l’aria mettendo il pubblico di fronte all’evidenza che li concerto verterà , principalmente, sull’ultimo lavoro; non a caso, la scaletta inizia con “In This Light And On This Evening”, un brano melodico che avanza con un crescendo non male fino a esplodere per lasciare spazio alla seconda traccia del precedente album: “An End Has A Start”. Il palco vedeva posizionato il cantante Tom Smith, in ottima forma, sulla sinistra con un pianoforte e la sua affezionatissima chitarra “incollata” alle sue braccia; ancora più a sinistra il chitarrista Chris Urbanowicz che si occupava anche delle tastiere; a destra, invece, il bassista Russell Leetch (il quale ha riscosso non poco successo tra il pubblico romano) alle prese con il sintetizzatore e, al centro, l’immancabile Edward Lay con la sua batteria, il quale è stato più presente sul palco rispetto al concerto al Piper di Roma di due anni fa. Sullo sfondo, invece, un grande schermo in orizzontale che emetteva luci stroboscopiche. Si continua toccando il primo album della loro carriera: “The Back Room” con il brano “All Sparks”. Fin qui nulla di strano poiché ci si aspetta uno spettacolo ben distribuito e che mostri delle esecuzioni molto vicine ai brani originali, ma è proprio qui che, invece, il terzo album prende il sopravvento mostrando preferenze per canzoni come “Bricks And Mortars” o “You Don’t Know Love” rispetto a “Blood” o “Camera”. Ma questo non è niente, poiché, in mezzo alle novità, sembra esserci, come un fantasma che non vuole andarsene, il secondo album da cui vengono estratte innumerevoli canzoni: “Escare The Nest”, “When Anger Show” (stranamente preferita all’incantevole “Push Your Hands Towards The Air”) fino ad arrivare a “Smokers Outside The Hospital Doors” che, stranamente, ha assunto nel concerto una posizione mediana; quest’ultimo fatto, però, pare abbia peggiorato la scaletta poiché è impensabile mettere il brano che ha reso famosa la band inglese in una sezione così lontana dal finale quasi a voler intendere che non gli si voleva dare più importanza di quanta ne avesse già (tolte anche l’introduzione col piano). Niente da dire, invece, per l’esecuzione di “The Racong Rats”: perfetta senza neanche un errore; probabilmente gli Editors hanno tolto molto la brano precedentemente indicato poiché questo sembra avere avuto molto più successo in radio. Quasi inesistente, invece, il primo album di cui sono state prese in considerazione soltanto “Munich”, “Bullets” e “Fingers In The Factories” (per il finale). Un vero e proprio delirio per il penultimo brano in cui, in parallelo a due anni fa al Piper, gli Editors hanno eseguito il loro nuovo singolo: “Papillon”, un brano visionario, romantico e aggressivo allo stesso tempo. Il concerto degli Editors è stato molto più di quello che ci si aspettava: un’immersione totale nell’elettronica attraverso una band che è migliorata col tempo, ma che, invece, avrebbe dovuto rivedere meglio la distribuzione delle canzoni. Qualcosa di più equo nei confronti dei vari lavori e più “giusto” non sarebbe andato male. Articolo di: Simone Vairo Sul web: www.editorsofficial.com |