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The Zen Circus in concerto @ Palazzetto dello sport (Aversa, NA) - 29/12/2011 Stampa E-mail
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Live Reports Concerti
Scritto da Claudio de Majo   
Martedì 10 Gennaio 2012 22:28

The Zen CircusA pochi mesi dall’uscita del loro nuovo album “Nati per subire”, The Zen Circus approdano nel glaciale palazzetto dello sport di Aversa, in tempo per celebrare la venuta del nuovo anno di fronte ai sempre fedeli sostenitori campani.

 

 

 

 

Happy Color For Happy People”, ecco il nome dell’evento tenutosi il 29 Dicembre dell’ anno da poco passato, nel quale la celebre ed internazionalmente nota band The Zen Circus, presentando in esclusiva il nuovo album, “Nati per subire”. E di happy people ce ne erano eccome, non soltanto poiché finalmente gli amici del circo Zen dopo un lungo giro al nord giungevano in meridione, ma soprattutto grazie alla vera e propria impresa in cui la volenterosa e bendisposta organizzazione del concerto si è cimentata uscendone, peraltro, vincitrice: l’evento musicale “Happy color for happy people”, o meglio una delle poche tappe al sud della celebre band pisana, si è svolto in maniera completamente gratuita in un piccolo ed angusto palazzetto di paese, consentendo ai sempre fedeli se pur esigui fan degli Zen di poter respirare, finalmente, il vero sapore della musica indipendente e della cosiddetta comunione ideale ed umana, che dovrebbe intercorrere tra artista ed audience.

Poco importa, quindi, se il palazzetto di Aversa era praticamente buio pesto, per niente riscaldato e le equalizzazioni completamente sbagliate e quindi l’ascolto totalmente impossibile e confusionario, ed anche se vi scrivo solo ora, poiché il sudore della calca addizionato al freddo polare complessivo della struttura forse mi ha causato un’influenza dalla quale solo ora sto riuscendo a riprendermi. I ragazzi di Happy color for happy people sono riusciti là dove molti non ce l’hanno fatta: coinvolgere un gruppo che ormai emergente non è, ma bensì degli artisti internazionali come gli Zen in un evento low budget, il che fa davvero onore anche alla band toscana. Di happy people il 29 Dicembre dell’anno ormai vecchio, dunque, ce n’erano davvero tante, di happy colors, vista la fitta e profonda oscurità del torbido palazzetto, un po’ meno, ma questa è un’altra storia…

Il concerto comincia, dunque, in un’atmosfera rarefatta ed intorpidita, e non solo a causa del freddo. In apertura si esibiscono infatti i Sixth Minor, duo musicale sicuramente dalle molteplici interpretazioni e dalle dubbie capacità. L’indicazione di genere è infatti, electro/indie, difficile dunque, pur considerando la sempreverde e “sorprendentemente avvilente” molteplicità stilistica dei nostri giorni. L’esibizione, non è nient’altro che una conferma di tutto ciò: la band locale, poco aiutata dalle pessimo sound di un palazzetto in quel momento praticamente vuoto, si esibisce in una performance impalpabile e per me ingiudicabile. A farla da padrone sono infatti, le poco nitide atmosfere musicali create dal chitarrista in collaborazione con la costosa effettistica, la drum machine, ed il notebook Machintosh, comodamente poggiato su un treppiedi. Le parti vocali quasi inesistenti non si capisce se volontariamente o per colpa del pessimo sound del luogo, è affidata all’altro membro della band, chiamato anche ad alternare linee melodiche interessanti, ma un po’ monotone di basso, ed in inutili soli di batteria pestatissimi, tanto da rendere inascoltabile, le già monotone e del tutto sintetiche melodie della band. Un contesto iniziale, in sintesi, a parer mio abbastanza deprimente.

Seguono sul palco, per una breve e simpatica esibizione gli indie/folk/punkers Shak and Speares, colorando di ironia e divertimento puro la serata e risollevando gli animi dei crescenti spettatori, abbastanza provati dal freddo polare del non riscaldato palazzetto e dal rimbombare della band precedente. La serata sembra, tuttavia, ancora salvabile, il pubblico continua ad aumentare, anche se si capisce che, spalti a parte, anche quasi metà della platea inferiore è destinata a non essere mai riempita. Quel che è fatto è fatto, del resto, e problemi tecnici ed animi intirizziti a parte, soundcheck degli Zen volge al termine.

Palco allestito, Zen pronti ad entrare: comincia la festa.

L’esibizione dura un’ora, o poco più, gli Zen sembrano, almeno inizialmente carichi e motivati come sempre: sulle note introduttive di “Nel paese che sembra una scarpa”, traccia forse che meglio incarna lo stile irriverente e le tematiche satiriche ancora una volta messe in evidenza dalla band, gli Zen fanno il loro ingresso sul palco. Lo show comincia immediatamente riscaldando gli animi: la band toscana si esibisce in quasi tutte le canzoni dell’ultimo cd “Nati Per Subire”, alternandole con pezzi storici del repertorio più recente, e cioè quello in italiano, come “Andate tutti affanculo”, “Gente di merda”, “Ragazza eroina”, “Canzone di Natale”, “Aprirò un bar”, “Figlio di puttana” e chi più ne ha più ne metta.

Gli Zen suonano con la solita energia ed accortezza: la batteria di Karim è praticamente perfetta e la sua solidità ed impeccabile essenzialità ritmica, quasi ipnotica a vedersi, consente agli altri due di potersi esibire con più libertà ed estro. Ufo, benché messo quasi del tutto fuori causa dalla pessima equalizzazione, è preciso e comunicativo come al solito e le sue linee di basso armoniose e sempre sorprendentemente riarrangiate. Andrea è indiscutibilmente l’anima del gruppo: pantaloni strettissi a vita bassa come al solito, movimenti sensuali e faccia distante e disinteressata, ma allo stesso tempo tesa e semisofferente, è lui il vero folk-punk-rocker, nonché anima musicale e stilistica, della band, capace di alienarsi completamente dal contesto generale del concerto a tratti, e di risollevare energicamente la portata dell’esibizione in altri momenti.

Gli Zen suonano, dunque, come sempre da Zen, dando tutto, mettendoci l’anima, umilmente. Non li ferma il pessimo sound del luogo, né tantomeno, la ridicolaggine di alcuni scalmanati e scellerati spettatori, più sostenitori dell’alcool e dello sballo facile, gratuito e fittizio che non del gruppo in sé. L’anima del gruppo toscano è grande, così come la loro voglia ed il loro divertimento nel suonare. Problemi di soundcheck a parte, gli Zen hanno comunque la scrupolosità e la lungimiranza di elogiare gli organizzatori dell’evento per il loro coraggio nell’organizzare un evento completamente gratuito e, per giunta, vicino natale. Per niente cattive, né maliziose appaiono, dunque alcune simpatiche scenette di Ufo sul rimbombo ed i problemi di eco nel palazzetto: “Tornate anche l’anno prossimo (dopodomani), sentirete ancora riecheggiare il concerto degli Zen”, o qualcosa del genere.

L’irriverenza e lo spirito, dunque, sono sempre i soliti.

Poco o niente mi sovviene da aggiungere, dunque, riguardo la scaletta proposta dai toscani durante la loro esibizione, poiché tra ressa continua e pessimo sound, poco o niente è effettivamente pervenuto alle orecchie degli spettatori recatisi al palazzetto non per abusare di sostanze stupefacenti, ma per ascoltare musica dal vivo. Impressa resta sicuramente l’immagine degli Zen sul palco e l’attitudine contraddittoria, sarcastica, satirica, rabbiosa ed un po’ adolescenziale, ma sempre estremamente accorta e professionale, della band, dal 1998 ad oggi quasi invariata o quantomeno intatta nei suoi contenuti più rappresentativi.

Sindrome di Peter Pan e delirio infantile post-adolescenziale, oppure sincerità, schiettezza e passione atavica?

Tutte, forse nessuna, o magari The Zen Circus.

 

 

THE ZEN CIRCUS sono:

Andrea Appino: voce, chitarra

Karim Qqru: batteria

Ufo: basso

 

Articolo di: Claudio de Majo

Grazie a: Ufficio Stampa Lunatik

Sul web: http://thezencircus.com/ - http://www.facebook.com/thezencircus

 

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