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John De Leo (ex Quintorigo) sale sul palco in compagnia dal fido chitarrista Fabrizio Tarroni. C’è spazio per le canzoni del suo ultimo lavoro, “Vago svanendo”, ma la cosa davvero interessante è lo spazio che i due lasciano all’improvvisazione: costruiscono, smembrano, dilatano e ricompongono armonie in completa e totale anarchia.
Io amavo i Quintorigo, ma soprattutto amavo la voce di John De Leo (carismatico e istrionico “suonatore della voce”), così quando John ha realizzato “Vago svanendo”, suo ultimo lavoro, più che perdere tempo su teorie post-Quintorigo ho preferito affidarmi a un attento ascolto dell’album, rimanendone sorpreso in diversi momenti. Una settimana fa vengo a sapere, per puro caso, del suo concerto al Teatro Paisiello di Lecce, uno dei più piccoli al mondo, almeno questo recita una dubbia leggenda metropolitana. Sul palco lo ritrovo in compagnia dal fido chitarrista Fabrizio Tarroni, con sensazioni viscerali e sottopelle che facilmente potrebbero spezzarci se non ci si dedica anima e corpo alla ricerca posta sul palco. C’è spazio per le canzoni del suo ultimo lavoro, ma la cosa davvero interessante è lo spazio che i due lasciano all’improvvisazione: costruiscono, smembrano, dilatano e ricompongono armonie in completa e totale anarchia; John si diverte a usare la loop station e qualche volta un simpatico giocattolino, Fabrizio suona la chitarra come la suonerebbe un uomo posseduto da qualche dea della musica, il risultato è sensazionale. Il concerto è sicuramente free jazz in molti momenti, ma diventa elettronica ambientale, sperimentazione totale, rock viscerale, ma soprattutto c’è sempre spazio per l’attimo fuggente, per la scintilla di una sperimentazione momentanea che insegue la goccia che casualmente casca sul palco. Non tutta la gente apprezza, chiaramente, qualcuno alla fine del concerto mugugna, ma va bene così perché sono convinto che certe cose siano figlie di un “aut aut”: sconvolgere o lasciare indifferenti; sarebbe troppo facile restare nella zona d’ombra del “carino” e di facile ascolto. Molte atmosfere e sensazioni mi rimandano a quel capolavoro di “Recitarcantando”: all’epoca sul palco erano sempre in due, da un lato Lucio Fabbri (musicista straordinario) e Demetrio Stratos, sublime angelo venuto dal cielo a raccontare come la voce potesse liberarsi da decenni di schiavitù vocale; stasera sul palco sono sempre in due ma molti brividi sottopelle testimoniano quanto John sia capace di andare oltre, così come Demetrio. Dare fiato alla voce dell’avanguardia in Italia è sempre stata una cosa difficile, se non imbarazzante, Demetrio aveva tracciato il sentiero, John è stato capace di seguirlo e plasmarlo sulla sua persona e sul suo modo di sentire la voce. Ci saluta con un bis proponendo una versione, del tutto originale e personale, di “Amore che vieni, amore che vai” di Faber. Il pubblico applaude sonoramente. Missione compiuta! John De Leo: voce, loop statione e giocattolo Fabrizio Torroni: chitarra Articolo di: Giuseppe Gioia Grazie a: Manuela Mastria - Ufficio Stampa Astràgali Teatro Sul web: www.johndeleo.net - www.myspace.com/johndeleo - www.astragali.org |