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A cosa porta la guerra se non ad una perdita totale di giudizio, di dignità e di valori? Quando si è costretti a combattere per qualcosa di indefinito, quando ciò che conta è solo la sopravvivenza, quando la propria volontà viene sopraffatta da ordini e comandi che ti vengono dati senza che tu ne comprenda realmente il senso, ecco che tutte le guerre diventano uguali e tutte portano ad azioni disumane e atroci. “Zagreb” è un bellissimo libro che racconta proprio questo, con una cruda semplicità scioccante.
Zagreb Arturo Robertazzi pagine 124 - € 14,00 A cosa porta la guerra se non ad una perdita totale di giudizio, di dignità e di valori? Quando si è costretti a combattere per qualcosa di indefinito, quando ciò che conta è solo la sopravvivenza, quando la propria volontà viene sopraffatta da ordini e comandi che ti vengono dati senza che tu ne comprenda realmente il senso, ecco che tutte le guerre diventano uguali e tutte portano ad azioni disumane e atroci. “Zagreb” è un bellissimo libro che racconta proprio questo, con una cruda semplicità scioccante, in grado di trasportare il lettore in un clima surreale, senza punti di riferimento, dove c'è solo un' imbarazzante e semplicistica dicotomia noi/loro, bene/male. La contestualizzazione di questo racconto risulta quasi superflua, arginata da un'analisi introspettiva dei pensieri di un ragazzo, il protagonista, che si trova proiettato in una realtà che lui per primo non capisce ma che lo rende succube, immerso in un odio tra popoli che sino a pochi mesi prima coabitavano serenamente insieme. Il tentativo di riacquisire un briciolo di umanità si fa sempre più labile, via via che gli eventi diventano sempre più cruenti e le azioni sempre più incontrollate... Amici, fidanzate, bambini, tutti diventano parte di un intero: “gli altri” da sconfiggere e abbattere, senza distinzione alcuna. Ci sono diversi modi per raccontare l'orrore della guerra, per mostrarne i suoi aspetti più atroci... in questo caso la narrazione, che predilige il soffermarsi sull'aspetto riflessivo del protagonista piuttosto che sugli eventi in quanto tali, permette di essere un tutt'uno con il senso di vuoto e smarrimento che viene man mano delineandosi. Il finale mi ha lasciata attonita, dandomi per l'ennesima volta conferma di quanto atteggiamenti razzisti e patriottici, se portati all'estremo, rendono l'essere umano non più in grado di avere un coscienza propria, ma succube del condizionamento delle masse e per questo sottomesso ad ideali che si distorcono in un pensiero malato. C'è una frase che mi ha colpito e che mi suscita una tenerezza infinita. La pronuncia Emir, un bambino soldato, parlando con il protagonista “ma se in Italia non c'è la guerra, i bambini cosa fanno?” Ringrazio l'autore per questa frase che, nella sua semplicità, lascia emergere come troppo spesso ci dimentichiamo quali sono le vere vittime della guerra... Spero che, molto presto, Emir e tutti quelli come lui, non debbano porsi mai più domande simili Mi è piaciuto perché: riesce a raccontare come, durante la guerra, tutto perda di senso, anche le cose più semplici Articolo di: Simona Iocca Grazie a: Gennaro Paraggio Sul web: www.arturorobertazzi.it |