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A due anni da “Kiss Of Death”, arriva il nuovo morso di “Motorizer”, leggermente il più malleabile - ma è solo illusione - della chilometrica discografia dei Motorhead. Ovviamente quando si parla e si scrive di capiscuola come in questo frangente non si può sguazzare in pindarismi o elucubrazioni descrittive.
Genere: Heavy Metal/Hard Rock Voto: 8/10 Ascolta anche: - “Siamo di nuovo qui per spaccarvi il C…O maledette femminucce di M…DA, non vi libererete facilmente di noi… FuckYou World”. Tutto cambia, si inverte, riadatta, rinnova, ma non loro, e quando si risente echeggiare l’ululato che da oltre trent’anni anticipa l’entrata in scena di questi tre “brutti, sporchi e cattivi”, questa Bad Old Company al fotofinish dei 60 anni ma eternamente ribelle anche a se stessa, un senso di deferenza stringe quella parte “dannatamente laida” che è in noi e che siamo riluttanti a confessare e ancor più ipocriti a negarla con chiunque. Lemmy, Phil e Mikkey al secolo Motorhead non hanno mai cambiato la loro formula d’attacco, e la loro Hellraiser devastante e selvaggia scorribanda venosa non conosce volutamente nè distrofìe né cedimenti, “puzza” sempre di whisky e ampere, di cuoio e lubrificanti, profuma dei miasmi del vero e sacro heavy metal che li ha incoronati “padrini ad aeternum” dell’autenticità del non compromesso. A due anni da “Kiss Of Death”, arriva il nuovo morso di “Motorizer”, leggermente il più malleabile - ma è solo illusione - della loro chilometrica discografia. Ovviamente quando si parla e si scrive di capiscuola come in questo frangente, che da una vita si fanno beffe dal cambiare d’un millimetro la loro impostazione sonica, non si può sguazzare in pindarismi o elucubrazioni descrittive, solamente si prende atto che comunque “ci sono” e che “sono ritornati” a dilaniare e offendere eccelsamente il loro sterminato parterre il quale non ne vuole sapere assolutamente di “nuovo o ravveduto”, ma vuole rabbiosamente assistere all’ortodosso e replicante rito dissacrante del loro rock; come assistere ad una commedia fortunata alla quale è una bestemmia mancare ad una delle sue trentennali repliche. Dunque il “majestic campionary” di Motorized spiega le sue ali laide sullo speed metal di “Buried Alive”, le brucia nello zolfoso fumigante dell’hard-heavy tenebroso di “Heroes” e se le lecca nel dark-blues di “One Short Life”; tutto da copione, ma - come in uno straniante sortilegio - tutto sembra fresco di zecca, un mare sempre nuovo e turbolento, che attira sempre più giovani all’irrefrenabile desiderio di stage-diving. Tutto scorre in un batter d’occhio: il catchy honey di “English Rose” - che bypassa un tenue raggio di sole tra saette e scrosci di distorsioni - ma l’agguato sonico scatta con il bluesy-rock’n’roll di “Teach You How The Blues” e azzanna i padiglioni auricolari con la prepotenza metallurgica di “Time Is Right”. Alla “veneranda” cifra anagrafica dei 60 anni e qualcosina, Lemmy & Co incutono rispetto e ammirazione non passiva, ma quella viva e vegeta, che ancora - come tanti Tyrannosaurus Rex della scena mondiale - detta legge e postille nel linguaggio, nella Holy Bible unta e impataccata del rock senza tempo; e questo album è un ulteriore chiodo infisso a furia di bestemmie e fuck your mother nel muro che fortunatamente ancora divide il grezzo, l’istintivo, il maleducato, il sacrosanto Vero dal black hole senza fondo di un mondo - musicale odierno - arido, compunto, finto e falso. Grazie Motorhead, che sebbene siate sempre “fermi” nel vostro eterno girovagare, il vostro “nulla di nuovo” suona sempre come “qualcosa di nuovo” in questo sterile nulla d’oggidì. Rock’N’Roll never die! TRACKLIST 1. Runaround Man 2. (Teach You How To) Sing The Blues 3. When The Eagle Screams 4. Rock Out 5. One Short Life 6. Buried Alive 7. English Rose 8. Back On The Chain 9. Heroes 10. Time Is Right 11. The Thousand Names Of God MOTORHEAD sono: Lemmy Kilmister: basso e voce Phil Campbell: chitarra Mikkey Dee: batteria Articolo di: Massimo Sannella Grazie a: Audioglobe Sul Web: www.imotorhead.com - www.motorhead.it - Motorhead |