Nove pezzi, brevi e intensi, come piccole e splendenti perle in una collana: è "Copenhagen", l'interessante opera prima della trentaduenne cantautrice (o, come preferisce lei, "artigiana della musica") milanese Micol Martinez.
Genere: Alternative rock Voto: 7,5/10 Ascolta anche: Carmen Consoli, PJ Harvey Il suo nome farebbe piuttosto pensare a origini ispaniche, ma Micol Martinez è una milanese doc. Anche se nella sua vita ci sono almeno due grandi capitali straniere: una, Parigi, la ospitò dai due ai sei anni per motivi di lavoro del padre; l'altra, Copenhagen, è diventata il titolo del suo album d'esordio. Per dare alle stampe il suo primo album, Micol ha atteso fino ai trentadue anni. Ma la prima parte della sua carriera artistica è stata tutt'altro che scevra di esperienze. È deejay, pittrice, attrice (a teatro con il regista Paolo Trotti, al cinema da protagonista in "Tagliare le parti in grigio" di Vittorio Rifranti, miglior opera prima a Locarno nel 2007, nonché in una serie di video musicali per La Crus, Solidamor, Negrita). Soprattutto, è musicista, nel senso più autentico di questo termine: negli anni, ha vestito il ruolo di opening act per nomi del calibro di Max Gazzè e Cristina Donà; ha inoltre collaborato con Dave Muldoon, in "Little Boy Blue" e con Cesare Basile, in "Storia di Caino" e nella "Canzone dei cani", inserita nella raccolta degli Afterhours "Il paese è reale". Proprio Basile è uno dei cervelli che si sono prestati a impreziosire questo lavoro, in qualità di produttore, batterista e co-autore (ma in non più di un paio di pezzi, per il resto testi e musica sono interamente farina del sacco della giovane milanese). Poi c'è il coproduttore Luca Recchia. E ancora Enrico Gabrielli, Rodrigo D’Erasmo, Alessio Russo, Roberto Dell’Era, Fabio Rondani, Alberto Turra, Robert Herzig, Francesco Mormile e Luca Urbani. Il risultato finale non tradisce le aspettative generate da questa parata di artisti e soprattutto dal talento (quello vero, limpido) di Micol. "Copenhagen" è fatto di poche tracce, appena nove, e quasi tutte (eccetto l'ultima, lenta e intensa, "Donna di fiori") di durata inferiore ai tre minuti. Di fatto, una vera e propria collana di piccole e splendenti perle, interessanti perché ognuna diversa dall'altra e unica nel suo genere; il prodotto di un'"artigiana della musica", come preferisce essere chiamata al posto del più abusato cantautrice. L'album procede su due binari paralleli ma altrettanto rilevanti (tanto che vi ritroverete ad ascoltare più volte i pezzi, per poterne cogliere appieno tutti gli aspetti). Uno è quello della musica, dove Micol dispiega completamente il suo eclettismo: si passa dalle note stridenti e quasi harveyane della title track (e canzone d'apertura) o di "L'ultima notte", a quelle più esotiche, di sapore nordafricano, di "Mercanti di parole", fino ad approdare agli arpeggi di chitarra morbidamente e confortevolmente consoliani di "Il vino dei ciliegi". Persino quando ripiega sulle sonorità più tipiche dell'alternative all'italiana, la Martinez non abbandona la sperimentazione (questa volta a livello ritmico, come in "Stupore"), la stessa che rende estremamente difficile, per non dire inutile, inscatolare e ingabbiare quest'opera in un solo genere. Un discorso a parte, poi, merita il primo singolo, "Il cielo", con la sua sorprendente carica energico-erotica che si dissolve romanticamente nel ritornello, sottolineato dalla comparsa di un sax di jazzistica memoria. L'altro binario è quello dei testi, che colpiscono per la loro efficacia narrativa. Il tema prediletto è quello delle storie d'amore e delle loro conclusioni tormentate, affrontato in modo altrettanto appassionante con le affascinanti allegorie, richiamate anche dal titolo, de "Il vino dei ciliegi" ("sputo ciliegie/e ne ingoio il nocciolo amaro … ora che il vino dalle tue labbra non ha più sapore") o con l'invocazione più diretta di "Stupore" ("chi mi manca non sei tu/ma è lo stupore di giocare a perdersi"). Ma c'è anche spazio per temi civili, in particolare in quella "Testamento biologico" già accostata, per analogia di argomento, all'ultimo, opportunistico parto del solito Giuseppe Povia. Ma non aspettatevi una violenta invettiva: quello che ascolterete è invece un'intimistica ballad, scritta, racconta lei, in tre minuti, che racconta la sofferenza dal punto di vista del più debole. Eluana, per esempio, oppure la nonna di Micol, costretta anche lei ad una lunga agonia prima di lasciare questo mondo. "Scriverò guardando in alto/quello che non potete sentire", spiega la voce narrante. Beh, l'opera del buon Povia non abbiamo ancora avuto l'onore di sentirla, ma ci permetterete di affermare che, a Sanremo, avremmo preferito ascoltare questa canzone di Micol Martinez. Che non avrebbe affatto sfigurato. Così, sulla fiducia. TRACKLIST 1. Copenhagen 2. Mercanti di parole 3. Il vino dei ciliegi 4. Stupore 5. Il cielo 6. A guado 7. Testamento biologico 8. L'ultima notte 9. Donna di fiori Articolo di: Fabrizio Corgnati Grazie a: Manuela Longhi, Ufficio Stampa Discipline Sul web: www.myspace.com/micolmartinez |