“Vittoria”, di Annalisa Terranova

Scritto da  Mercoledì, 27 Agosto 2014 

Tra favole e bombe, una storia degli anni Settanta
Un romanzo di iniziazione, in gran parte autobiografico per ammissione della stessa autrice, tutto al femminile. La storia della vita di una ragazza della Roma popolare a casa e nei luoghi di aggregazione, dalla scuola, al quartiere, alla sezione di partito: sogni e amarezza, dove i fatti sono sempre luoghi del cuore, non cronaca o racconto saggistico, quanto stralci di vita vissuta. Una storia semplice, di quotidianità autentica, che cerca di rovesciare quell’idea precostituita di destra tutta al maschile, che punta solo all’azione e disinteressata alla cultura.

 

La Roma popolare degli Anni Settanta attraverso gli occhi di Vittoria, un nome, un programma, alias Annalisa Terranova, giornalista de' Il Secolo, attivista e pronta ad un’autocritica, ma soprattutto curiosa e desiderosa di scoprire l’altra metà del cielo che oggi donna matura non sente più così estranea quanto complementare e per certi aspetti addirittura affine. Il libro nasce dalla scommessa di raccontare il mondo della destra giovanile del popolo, alternativa a quella snob dei Parioli con i quali lei non sente di avere nulla a che fare. Senza paura e senza pudore racconta la propria esperienza, per nulla moderata, come ammette, sebbene mai violenta. Non c’è ostentazione nel suo racconto, neppure rimpianto né nostalgia; solo la consapevolezza di aver vissuto fino in fondo gli ideali nei quali ha creduto. La prospettiva è originale: al femminile e attraverso la storia personale di una ragazza prima che di una militante. Giorni narrati in uno stile semplice e diretto, quasi tutto dialogo che serra il ritmo di anni nei quali la vita sembra scapparci di mano.

Vittoria non è sola, è una famiglia compatta, unita dall’affetto, dalle piccole cose di un mondo tradizionale e di impegno politico e sociale corale, al contrario di molte famiglie dove i militanti di sinistra hanno creato una frattura, contro la stessa idea di famiglia. Sarà perché le famiglie di destra erano così poche che tutti si serravano intorno alle proprie convinzioni. E’ la storia di una famiglia qualunque, sebbene in prima linea, senza eccezionalità e drammi e forse proprio per questo ha il valore di una testimonianza credibile. È anche un modo per viaggiare in una Roma che non c’è più, quella tra Roma sud e Colle Oppio che non hanno più sapore e dove c’è stato un episodio tragico oggi c’è un supermercato; dove una sezione importante e di scontro, il cinema Alice, ora è un giardino dove la stessa Annalisa ama sedersi. C’è un velo di malinconia quarant’anni dopo, trenta per Vittoria, che ci separano da anni di errori e anche di sogni nei quali la famiglia ha perso il ruolo di baricentro e di riferimento e anche i libri che, a dispetto di ogni snobismo intellettuale, allora contavano per tutti, perché nella scuola ci si credeva ancora. Il libro è anche un percorso di dolore e il punto di non ritorno della violenza: quello di Vittoria è il 7 gennaio del 1978: tre ragazzi fascisti vengono uccisi. Hanno diciotto, diciannove e vent’anni. E’ un libro da leggere per ascoltare la voce di chi è stato ignorato in questi lunghi anni che ci separano dalla lotta giovanile, poi dalla violenza, fino alla deriva e alla palude dei nostri giorni. Forse non riesco a guardarli con il cinismo della dialettica hegeliana, l’antitesi, la vittima, funzionale alla sintesi, anche perché la sintesi non c’è stata, ma credo che quel periodo sia stato altamente formativo per chi l’ha attraversato con il cuore, con l’impegno e ne è uscito con onore e dignità, malgrado gli errori. Più prezioso ancora il coraggio oggi di ricordarlo, come un punto di partenza.

“Vittoria”
di Annalisa Terranova
Tra favole e bombe, Una storia degli anni Settanta
Giubilei Regnani Editori

Articolo di Ilaria Guidantoni

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