“Violè”, di Angela Micieli

Scritto da  Martedì, 30 Settembre 2014 

Il primo incontro con Violè è stato in occasione della II Edizione Diritti in Scena – che si è tenuta al Teatro Italia di Roma, domenica 18 maggio 2014 – e che è risultato uno degli spettacoli vincitori. Prodotto da Khoreia 2000, Viole’ di e con Angela Micieli per la regia di Rosy Parrotta, è stato uno spettacolo fortemente caldeggiato da me che ero in giuria soprattutto per il testo. Ho letto quindi con interesse il libro confermando una piena rispondenza con la messa in scena che focalizza l’attenzione proprio sul racconto intimo nel quale i dialoghi sembrano raccontati dalla protagonista in un diario, una dolorosa anamnesi.

Violè è un nome, quello della protagonista, una parola troncata che richiama un nome, una parola spezzata che indica violenza. Violetta come i fiori preferiti della mamma, il suo profumo preferito, la violetta di Parma, che alla ragazza dà la nausea, come la signora delle camelie, come la traviata, “Violetta uccisa dall’ipocrisia del perbenismo, dai pregiudizi”. Un racconto semplice, ben strutturato, che ha un buon ritmo, commovente ma non lacrimevole perché il messaggio della protagonista non è né di rivalsa, né di denuncia, è di coraggio senza riscatto; fatto di generosità e di curiosità. E’ la riaffermazione più alta della dignità umana, la conoscenza condivisa che sarà la vocazione di Violè.

Dietro questa ambivalenza si snoda la vicenda. Una donna si racconta, mette a nudo i suoi ricordi tanto lontani quanto dolorosi, si rivela per quella che è fuori dagli schemi, mostra le sue angosce, le sue paure, ma anche il suo andare avanti nonostante tutto. La protagonista appare come una vedova della vita, eppure in qualche modo rimasta adolescente, incantata e incatenata a quella vita che le hanno rubato. E’ una storia di violenza, di trascuratezza, la più grave, quella di una madre. Tutti le dicono “attenta”, quasi fosse un presagio di sciagura, ma nessuno fa veramente qualcosa per lei e tutti sono accusati anche se Violetta nella sua memoria trova posto per la pietà, almeno verso se stessa, e si apre all’amore per quel bambino mai nato e tanto desiderato piuttosto che per la rabbia. Violetta, in fondo “è affamata di vita e di amore”, che non ama quel profumo dolciastro, le dà la nausea.

Attenta Violè”, è l’esordio del libro, il solito incubo che torna tutte le notti. E’ in una stanza tutta bianca che però la rassicura, solo una tenda rosso sgargiante rompe la monotonia e la diverte come il cubo di Rubik che deve comporre, ogni faccia un colore e lei da mesi ci prova. Si dichiara subito dove ci si trova: una comunità d’accoglienza con regole rigide che però contribuiscono, a farla sentire sicura. Quello che più le piace sono i libri. “I libri parlano in silenzio, all’anima” e non sono come la scuola dove c’è il dovere e il giudizio. I libri diventeranno la sua salvezza e la sua vita, il suo viaggio di libertà.

Il rituale della doccia e della colazione le risveglia le immagini di bambina, tremende, a cominciare dal suo nome e quindi da sua mamma, “bella come una matrigna” che dice già tutto e che la torturava. La mamma non era cattiva, era malata e quando non prendeva le sue pillole rosse diventava una furia. Anche il padre non era cattivo ma era debole, era affettuoso con Violè ma non vedeva la realtà o faceva finta di non vedere e morì presto. Anche la madre se ne andò presto in seguito ad una malattia che la protagonista legge come una punizione. Eppure Violè sceglie di rimanerle accanto fino alla fine della malattia facendole da madre. Il patrigno cercherà in seguito di abusare di lei che per tutta risposta lo caccerà sotto la minaccia di un coltello e fuggirà via senza sapere dove.

Il libro procede alternando un capitolo che racconta il presente e uno il passato. La vita in comunità sembra scorrere serena con piccole soddisfazioni e perfino qualche corteggiamento. Il passato incombe però plumbeo con il suo peso da sollevare: all’arrivo a Milano dalla zia, appena diciottenne Violè sente di non essere gradita. Anna Baldazzi si rivela tale e quale la madre, una sorta di matrigna che la tratta da serva e la costringe ad imparare ad ascoltare sempre e comunque; dopo che con la madre ha imparato a piangere in silenzio per non essere ulteriormente punita.
Ma la vita a diciotto anni è blu, l’amore è blu, come il cielo e il mare, ricorda Violè. Nell’unico spazio di “libertà”, la spesa al supermercato, incontra un uomo e naturalmente se ne innamora offrendosi involontariamente come una preda disarmata. Si capisce dal libro, subito, come in un film che lascia qualcosa di non detto, come andrà a finire, un’illusione per lei che le costerà cara e forse la segnerà per sempre.

Il libro salta nel tempo e ci conferma quest’intuizione facendo entrare nella vita di Violè un angelo, Roberto, che le dona nuova fiducia. Poi però il racconto torna indietro.
La storia di ieri e di oggi procedono in parallelo. Il passato è l’inferno, l’umiliazione, l’aberrazione alla quale può cedere una donna; il presente è il tentativo difficile di rinascita su cui pesa il dolore, la paura, il trauma non superato. Il passato è la porta sul degrado fino alla soglia della felicità e poi giù all’inferno insieme ad una vita mai nata che diventerà la sua condanna.
Il presente è la consapevolezza che il passato ci appartiene e con esso ci vanno fatti i conti. E i conti qualche volta non tornano, quando si pagano colpe altrui, si viene condannati per essere sopravvissuti, perché si uccide il mostro per legittima difesa.

Ma la vita è più forte di tutto. Non sempre però c’è un finale del tipo “vissero felici e contenti”. A volte l’amore fa paura, a volte è troppo tardi. A volte è meglio insegnarlo l’amore, testimoniarlo perché altri, ancora in tempo, possano goderne appieno. Ognuno ha il proprio modo di amare, di essere donna e di essere madre. Violè ha scelto i libri per amare.


“Violè”
Angela Micieli
Robin Edizioni
Roma, 2014

Articolo di Ilaria Guidantoni

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