“Paul Verlaine miseria nera” di Michela Landi

Scritto da  Lunedì, 17 Aprile 2017 

Per la prima volta in Italia gli ultimi taccuini del grande poeta maledetto, l’ultimo Verlaine giudicato minore. Una traduzione che entra in empatia con l’autore e ci restituisce la vivezza delle emozioni e quella lingua di rottura del grande poeta, colto, raffinato ma anche utilizzatore della lingua popolare, attento ai dialetti e alla canzone, che gioca con la rima e con registri diversi. Pagine di “miseria nera” eppure ironiche, con uno spirito bozzettistico, dedicate ai ricoveri frequenti e al viaggio in Olanda, situazioni ambivalenti perché costituiscono, rispettivamente, un confinamento e una fuga, ma anche un momento di recupero e di cura.
Il libro ha il merito di restituire Verlaine al lettore moderno che scopre scritti godibili, freschi e di grande attualità nel suo plurilinguismo e vivezza pittorica, oltre il poeta per addetti ai lavori.

 

Il libro nasce da una proposta che l’autrice – e non semplice traduttrice ammesso che la traduzione sia un lavoro semplice – ha accolto con piacere perché si è misurata con testi inediti, poco noti al di fuori della cerchia degli studiosi specialisti, ma consapevole che per la loro freschezza, autenticità e scavo psicologico meritino di essere conosciuti, ponendosi l’obiettivo e messaggio – a mio avviso perfettamente centrato – di rendere Paul Verlaine “divulgativo” e un’occasione di apprezzamento per i non addetti ai lavori che normalmente conoscono l’autore francese per le sue poesie e non per la prosa, altrettanto poetica, anzi musicale.
Due cahiers, rispettivamente, Quinze jours en Hollande – diario di viaggio - e Mes hôpitaux (1891), Diari dell’ospedalizzazione tradotto con I miei ricoveri, apparentemente molto lontani sono stati associati sotto il titolo Miseria nera, citazione dello stesso Verlaine che così definisce la propria condizione, sia in termini di salute fisica, sia anche psicologica ed economica. Il suo temperamento saturnino influenza la sua poetica e condiziona la sua stessa salute.
L’ospedalizzazione è per Verlaine sintomo di una lunga accoglienza, pace interiore, accadimento e nello stesso tempo dolore e consapevolezza della propria miseria fisica – claudicante – e di condizioni economiche che lo porta alla necessità di essere assistito e trovare un rifugio. Il risultato ne è un resoconto al contempo patetico e divertito delle sue cicliche esperienze di internamento per miseria o malattia: centrale tema dell’ironia, mai sarcasmo, sempre di grande delicatezza. Verlaine intraprende la redazione di questa opera autobiografica Mes hôpitaux che appare nel novembre del 1891, quando ha ancora cinque anni da vivere e questi saranno i più difficili. Mes hôpitaux somiglia a una cronaca, quella di un uomo malato ma lucido, come se da una situazione di confinamento forzato che assimila alla condizione della prigione, nascesse l’impulso a sognare con la fantasia.
In questo testo emerge anche il bozzettismo tipico di Verlaine che sottolinea la traduttrice e curatrice si esprime sia con schizzi e disegni, sia con una capacità metaforica di descrizione pittorica che interessa anche il testo dedicato al viaggio in Olanda. Venendo a questo secondo diario, essenziale è il connubio tra viaggio e parola: il soggiorno, una sorta di fuga ed evasione dalle miserie quotidiane, è reso possibile grazie una colletta degli amici e di un gruppo di intellettuali che accolgono e accudiscono Verlaine malato e in miseria, offrendogli una boccata di ossigeno e organizzandogli una serie di conferenze.
Come si deduca, i due testi, apparentemente lontani, convergono su molti punti: sia il viaggio sia il ricovero sono sospensioni di vita quotidiana; li accomuna quello che l’autrice chiama il bozzettismo sia in senso figurato come iconopoiesi sia per i disegni che sono presenti in entrambi i testi; dal punto di vista linguistico elementi interessanti appunto, anche se giudicati dalla critica spesso testi frutto del lavoro di un Verlaine minore. Nel diario di viaggio in particolare una sorta di prosimetro, di alternanza tra componimenti e resoconti. La traduttrice restituisce nel lavoro di traduzione dei versi la rima, per una scelta legata alla conoscenza dell’inclinazione di Verlaine per questo modo di fare poesia, anche se con una rima “debole”, assonando dove la rima non è rigorosa. A questo proposito è interessante il lavoro di restituzione della complessità della lingua di Verlaine, che custodisce la poesia difendendone la struttura rigorosa e musicale, senza però rinunciare ad un’attenzione del tutto nuova e innovatrice: l’argot (gergo), i dialetti, in particolare quello della Piccardia, la canzone popolare e le filastrocche, che mescola con sapienza ed ironia dando vita ad una lingua patoise che pose le basi del verismo. Verlaine tra l’altro rifiuta l’etichettatura rigida di “simbolista” o “decadentista” e così via, suscitando però non sovente l’ammirazione dei suoi contemporanei anche se Stéphane Mallarmé ed Emile Zola lo difesero. Emerge un ritmo musicale naturale che va raccolto e accolto nell’insieme per restituirne l’emozione al di là delle singole parole, considerando anche il multi linguismo presente nei suoi testi, con inserzioni in inglese ad esempio che ne accentuano la modernità. Sulla rima che Michela Landi ha scelto di mantenere il lavoro è stato complesso perché il francese non è naturalmente musicale come l’italiano e quindi occorre “lavorare” la lingua con uno spirito meticoloso e giullaresco ad un tempo, nello spirito del suo autore. Un altro elemento che mi sembra importante sottolineare è la capacità teatrale, con uno spirito arguto e un gusto della facezia che costringe il traduttore ad un gioco da funambolo.
Sul viaggio in Olanda mi sembra importante evidenziarne la modernità, divenendo l’occasione di una guida turistica sui generis, colta e critica. Verlaine si lascia sorprendere dalla novità dei paesaggi e si lascia sedurre dalla dimensione onirica che offre questo paese, del quale il treno sembra diventarne metafora. L’occhio è attento, pittorico, un po’ prevenuto – come ci suggerisce Michela Landi – ma poi pronto ad apprezzare soprattutto le genti, a cominciare dal servizio impeccabile del viaggio. Certo trova l’Olanda un paese dalla piacevole monotonia, provinciale, ben organizzata e talora si sorprende di trovare dei bei caffè ché a confronto con la grandeur francese questa piccola terra inondata di frequente doveva apparire misera e malinconica. Molto interessante la descrizione dell’arte pittorica dei musei e di alcuni aspetti che restano tuttora validi.
Interessante, infine, il lavoro di curatela e di introduzione del traduttore che nella prima parte introduce non solo all’arte, allo stile del Poeta, al contenuto dei testi e alla proprie scelte, ma offre anche una biografia del poeta maledetto, così autodefinito e con una grande ammirazione per il predecessore François Villon che considera in fondo il primo della stirpe dei maledetti.
Paul Verlaine, nato nel 1844 a Metz e morto ad appena cinquantadue anni, nel 1896, fu un frequentatore della bohème parigina. Esordisce a soli 22 anni con i Poèmes saturniens cui seguiranno le Fêtes galantes e La Bonne Chanson. Nel 1871 incontra Arthur Rimbaud e per lui abbandona la moglie dedicandosi a una vita errabonda tra Inghilterra e Belgio che culminerà con il ferimento dell’amico e la carcerazione con l’accusa di sodomia. Nel 1874 scrive le Romances sans paroles. Nell’ultima fase della sua vita si riavvicina al cattolicesimo, compone Sagesse, Jadis et Naguère e Parallèlement. La malattia e la miseria lo perseguiteranno fino alla morte che lo raggiungerà a soli 51 anni. Verlaine viene riconosciuto come il maestro dei giovani poeti del suo tempo e la sua influenza sarà significativa proprio per il tono di molte delle sue poesie che combinano spesso malinconia e chiaroscuro, rivelando, al di là della forma efficace di semplicità, una sensibilità profonda. La famiglia di Verlaine appartiene alla piccola borghesia: il padre, come anche quello di un altro grande futuro poeta, Arthur Rimbaud, era capitano nell'esercito. Sua madre conserverà per molto tempo sopra il camino i vasi con i feti dei suoi precedenti aborti. Verlaine si trasferisce con la famiglia a Parigi (1850) dove studia nel collegio Institution Landry (oggi Liceo Condorcet); i risultati scolastici non sono eccellenti ma il contatto con la letteratura lo affascina. Dopo il baccalaureato in lettere, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, che però ben presto dovrà abbandonare. Nel 1866 collabora al primo Parnasse contemporain, nome di una rivista i cui poeti condividono lo stesso rifiuto per la poesia sentimentale romantica. Importante in una prima fase l'influenza soprattutto di Charles Baudelaire, poeta che segue come lui i movimento decadentista. Nella sua vita il diciassettenne Arthur Rimbaud, che va a turbare gli agi borghesi nei quali il poeta si era adagiato. Chiamato da Verlaine a cui ha inviato qualche lirica, Rimbaud comincia con lui una relazione fortemente intima e una vita di vagabondaggio. Verlaine lascia allora la moglie e il figlio, Georges, per seguire il giovane poeta e compagno di vita in Inghilterra e in Belgio. Questa relazione tumultuosa termina dolorosamente: Verlaine abbandona tutto d'un tratto Rimbaud, affermando di voler tornare dalla moglie, deciso, se ella non lo riaccettasse, a spararsi. Rimbaud lo raggiunge però, convinto che Verlaine non avrebbe avuto il coraggio di mettere fine ai suoi giorni. Nel momento in cui Rimbaud lo vuole lasciare, Verlaine, ubriaco, gli spara due colpi di pistola e finisce in carcere. Segue un periodo di “ravvedimento”, di recupero della fede, profondamente affranto per un sentimento di colpa, venendo a sapere anche che la moglie ha chiesto la separazione. Si converte al cattolicesimo. Nel 1885 divorzia ufficialmente dalla moglie, e sempre più schiavo dell'alcol tenta di strangolare la madre, finendo nuovamente in carcere. A partire dal 1887, mentre s'accresce la sua fama, Verlaine cade nella miseria più nera. Le sue condizioni di salute intanto peggiorano, aggravate dall’alcolismo ormai cronico e da una malattia venerea. In questo periodo Verlaine divide il suo tempo tra il Caffè e l'ospedale. Le produzioni letterarie dei suoi ultimi anni sono puramente destinate alla mera sussistenza.

Michela Landi, senese di origine, fiorentina di adozione, lascia una città il cui spirito è quello delle contrade, dei circoli di medievale memoria e della corporazioni per scegliere una città di apertura rinascimentale, corte di accoglienza nella storia e di incontro: terreno di gioco del conflitto sì ma pur sempre reattiva al nuovo. Docente universitaria, è Professore associato al Dipartimento di Lingue, Letterature e Studi Interculturali dell’Università di Firenze e si è interessata di letteratura francese dell’Ottocento e del Primo Novecento ed in particolare di poesia, oltre a svolgere l’attività di traduttrice. Ha lavorato spesso sull’intreccio tra parola e musica. Redattrice della rivista di poesia comparata Semicerchio, ha scritto alcuni volumi e numerosi articoli sulla letteratura simbolista e su Verlaine. Ha inoltre pubblicato, per il quotidiano La Repubblica, una corposa Antologia della poesia francese (2004) in cui ha tradotto, tra gli altri, anche testi verlainiani. Ha curato, per la collana “Un secolo di poesia” del Corriere della sera, il volume: Paul Verlaine, La pioggia nel cuore (2012).

Verlaine miseria nera
di Michela Landi
Edizioni della Sera
Terzo volume della collana “I grandi inediti”
marzo 2017
14,00 euro
EAN 9788897139720
ISBN 8897139728
Pagine 190

Articolo di Ilaria Guidantoni

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