“Vergogna tra le due sponde. La schiavitù contemporanea nel Mediterraneo” di Ezzat el-Kamhawi

Scritto da  Martedì, 08 Dicembre 2015 

Ricostruzione interessante, documentata, critica, senza pregiudizi ideologici dell’Egitto contemporaneo, dei suoi mali interni ed interiori all’origine dell’emigrazione. Una storia dietro le quinte che difficilmente si conosce e si può capire senza un interprete acuto come Ezzat el-Kamhawi, che dimostra di saper essere poeta della scrittura quanto giornalista e saggista, in grado di puntualizzare le parole e svelare quanti pregiudizi ed interpretazioni forzose esistono in merito all’espressione “Immigrazione clandestina”. Non scontata la sua attenzione alla presenza egiziana nel nostro paese e all’emigrazione di ritorno. Infine un testo che non fa sconti né al proprio paese né all’Europa.

Un saggio e una cronaca dei naufragi, una ricostruzione che non si accontenta di analizzare il fenomeno contestualizzandolo ma ampliando l’orizzonte storico dell’Egitto contemporaneo dal 1952 alle rivolte del 2011, fino ai moti del 2013 e alla vigilia dell’oggi. Un testo giornalistico che diventa anche narrazione di storie e vicende umane nonché approfondimento filosofico e sociologico sulla civiltà egiziana di oggi, quella che non conosciamo, cristallizzati come siamo nella visione di un Egitto che affonda nel mito. A tal proposito interessante il tema del valore del corpo nella civiltà rurale egiziana e del tema della terra che appare come un fil rouge di questo popolo, dal Nilo e le sue inondazioni ma anche il suo essere padre fecondatore e in qualche modo divino, maledetto quanto benedetto ad un tempo, fino alla politica agricola odierna per la quale il ministero preposto si chiama, non a caso, dell’agricoltura e dell’irrigazione. Il tema dell’agricoltura e della condizione miserabile dei contadini dall’epoca dei faraoni a oggi entra nelle pieghe e nei risvolti di un paese che, leggendo questo libro, ci accorgiamo di conoscere come un’immagine lontana nel tempo e fissata una volta per tutte. Nel 2010 succede qualcosa di sconvolgente per un paese nel quale trascurare la terra è un’offesa alla grazia di Dio se non direttamente a Dio: il 30% del terreno è lasciato incolto.

Secondo el-Kamhawi il giovane rurale sopporta dolori diversi da quello di città e non è tutelato dalla legge per il lavoro minorile ma forse nemmeno dalla famiglia che considera il corpo del figlio di proprietà collettiva. Si evidenzia una frattura ancora netta tra il mondo della campagna e della città che è tipica del sud del Mediterraneo. Valida storicamente la ricostruzione dell’evoluzione dell’agricoltura e delle sue politiche, dalla coltivazione del cotone e del mais, storici fiori all’occhiello (ma anche del riso, pomodoro e trifoglio egiziano), all’impoverimento con la vendita/svendita delle fabbriche tessili, alla “guerra degli aratri” che hanno innescato un meccanismo malsano di rincari dello stesso foraggio, quindi delle carni, a carico dei contadini; e ancora, l’analisi dell’infitah, dell’apertura all’economia di mercato di Nasser prima del crollo dell’Urss che poi fu distorto, fino alla svendita agli stranieri di un paese. Sottile e complesso il meccanismo di tessitura della politica economica egiziana ad opera di una classe dirigente corrotta e venduta e particolarmente illuminante la riflessione che el-Kamhawi fa dei messaggi politici, dalla pubblicità durante il ramađān sulla promozione della zakāt, l’elemosina rituale che è un’ammissione di colpa dell’incapacità dello stato di nutrire i propri figli, ai brogli elettorali. Leggendo il libro è impossibile non indignarsi di fronte alla grandezza di una civiltà che ad esempio in passato imponeva l’alternanza delle coltivazioni e la miseria nella quale si è ridotta. Sono tanti gli spunti del libro come ad esempio quando parla dei villaggi semplici con le capanne dal tetto di paglia e fango, una addossata all’altra per riparare il villaggio dai ladri: costruzioni semplici ma originariamente ecocompatibili e con una loro armonia estetica, e il proliferare di lunghi rettangoli lungo la strada principale di palazzi, falsa illusione di modernità, senza adeguati servizi. Ne emergono dormitori, energivori, non aggreganti socialmente, nati dai risparmi degli emigrati di ritorno che favoriscono solo un modello consumistico.

Mi pare suggestiva quanto meno l’interpretazione sul tema di emigrazione e delle migrazioni, distinguendo la situazione attuale da quella antica di viaggiatori che fuggivano epidemie e carestie, cercando un trasferimento permanente guidato da condottieri e profeti, ricchi di messaggi. Oggi spesso sono i giovani a partire per un disagio sociale e qualche volta per una situazione inadeguata nel proprio paese che porta alla “fuga dei cervelli” e quasi mai è un trasferimento permanente almeno intenzionalmente. Purtroppo quello che si verifica e che il nostro autore ci racconta con molta umiltà e, credo, con sofferenza è che il ritorno a casa è spesso amaro, ostacolato da una burocrazia respingente e da una forte corruzione che di fatto motiva gli egiziani a tornare indietro verso l’Europa. Grazie ad un dialogo che l’autore ha con gli egiziani residenti in Francia e in Italia evidenzia alcune particolarità della loro presenza che è ad esempio la concentrazione di persone provenienti da uno stesso villaggio in uno stesso luogo del Belpaese con un insediamento in specifiche attività.
Inoltre trovo condivisibile – ed è un tema sul quale più volte io stessa ho posto attenzione nei miei libri in relazione al Maġrīb – rileggere criticamente il tema della migrazione, pensando a quanto nell’Ottocento la sponda sud del Mediterraneo abbia accolto gli europei per necessità o per virtù come i poeti Ungaretti, Marinetti e Kavafis ad esempio in Egitto.
Credo che il libro valga soprattutto per questa passeggiata dolente nel dietro le quinte, più che per le testimonianze dei naufragi – del quale per altro ci restituisce un atlante con cifre ed epicentri (con un picco di vittime tra il 2007 e il 2008 e un moltiplicarsi dei punti di partenza verso l’Europa) - e per la critica, corretta per altro, alle politiche europee e statunitensi, inadeguate se non altro, al tema dell’accoglienza e della gestione dei flussi.

Vergogna tra le due sponde
La schiavitù contemporanea nel Mediterraneo
Ezzat el-Kamhawi
Edizioni Ensemble
I edizione maggio 2014
12,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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