“L’autunno, qui, è magico e immenso” di Golan Haji

Scritto da  Martedì, 22 Dicembre 2015 

Una raccolta di poesie che è un viaggio nella vita che vibra sotto le ceneri, che non si arrende. Una scrittura poetica che unisce l’arcaicità della poesia classica e la modernità del verso spezzato, della prosa, come la contraddizione della vita. Un poeta di rara sensibilità e raffinatezza, che impegna in una lettura complessa e ardita, estremamente virtuosa, mai retorica e accademica per descrivere la precarietà di una vita strattonata dalla guerra, dove l’esilio è struggente, il sangue troppo vivido e scuro ma l’amore resta un appiglio irrinunciabile. Una poesia di impegno non militante e per questo arte pura.

La Siria di oggi è violenta e nessun intellettuale autentico può esimersi dal raccontarne il dolore, lo strazio, la tortura una vera ossessione, solo che Golan Haji – Joulān Hāī – poeta curdo, medico patologo, di madre lingua curda che scrive in arabo e si auto-traduce in inglese, lo fa in un modo garbato, dando sfogo alle vibrazioni interiori, senza intenti programmatici. L’attualità scaturisce dal riflesso che procura nel vissuto intimo e in un’assonanza tra il corpo del poeta, dell’io narrante e la terra. La metafora dell’autunno è centrale perché nella sua bellezza struggente, non è custodia del calore e dell’energia dell’estate, non prepara né protegge dal rigido inverno, non è un invito all’intimità ma è lacerazione, come nella poesia che dà il nome alla raccolta. Perfino l’azzurro del cielo si accompagna alle ombre di un dormitorio. E lo stesso meriggio è quel vagare nell’ombra in un passaggio dal caldo accecante all’oscuro. E’ come se non ci fosse nessuna tregua: la sua è una poesia delle ombre intese come tenebre, fragilità dell’essere umano ridotto ad ombra di se stesso, piegato come ci racconta il poeta dalla tortura, anche solo psicologica; ma anche come riflesso del tutto, della bellezza divina, ineffabile e imprendibile per il poeta. Ricorda certamente in questo aspetto sia la tensione “mistica” della poesia classica e la missione del poetare come epifania sia quella moderna dell’indicibilità e dell’impotenza umana. Come non ricordare Eugenio Montale e noi che non abbiamo il verso? Ecco che il tema non diventa solo il racconto della vita dolorosa della Siria al tempo di oggi, anche se non c’è mai una puntualizzazione del luogo e del tempo, quasi fosse una condizione esistenziale universale, quanto un meta discorso sul linguaggio, sul dovere e la tensione all’infinito che però non si realizzerà mai completamente.

Lo stile di questo poeta risente dello sforzo che la moderna poesia “araba” – termine generico e certamente impreciso che ci avvicina a un universo complesso – sta facendo per unire le esigenze della modernità sia nello stile come nel contenuto e il recupero della tradizione antica che proprio dopo le cosiddette rivolte si è risvegliato. Un bisogno probabilmente molto profondo di mettere insieme tradizione e modernità, in modo radicale e che la poesia, più di altri generi, diventa laboratorio dell’io, del canto che si fa preghiera, invocazione, urlo. C’è infatti insieme una grande arditezza e una complessità molto raffinata di metafore insolite che da un verso all’altro si rovesciano in versi scabri, di prosa, costringendo il lettore ad un sussultare continuo, anche nella versione araba che in modo singolare tratteggia una connessione tra ili linguaggio classico e alcuni termini mediorientali. Difficile parlare dei suoi versi che si possono solo leggere e rileggere per provare a starci dentro. Seguendo il filo si viene come risucchiati sia nella sonorità che nella visualizzazione delle immagini in una spirale nella quale è arduo mantenere l’equilibrio come se fossimo in un’improbabile costruzione di Escher sebbene non vi sia nulla di barocco e ridondante.

L’autunno, qui, è magico e immenso
di Golan Haji
Il Sirente, Altri Arabi
10,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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