Una trilogia palestinese, di Mahmud Darwish. Prefazione e cura di Elisabetta Bartuli

Scritto da  Martedì, 23 Settembre 2014 

Una trilogia palestinese, di Mahmud Darwish. Prefazione e cura di Elisabetta Bartuli

Il testo raccoglie tre scritti in prosa, piuttosto voluminosi, sostanzialmente autobiografici che disegnano un affresco storico e culturale della Palestina e del rapporto con il Libano rispetto all’’affronto’ israeliano. La Trilogia si rivela anche una testimonianza esistenziale, umana e poetica di un grande intellettuale engagé senza vizi intellettualistici né mondanità; la lingua di uno dei più grandi poeti arabi, segnatamente del Novecento che lo scrittore portoghese Josè Saramago non esita a definire ‘il più grande poeta al mondo’.

 

Una trilogia palestinese è un testo impegnativo sia sotto il profilo emotivo, sia della lingua e della densità culturale, con una corposità forte dal punto di vista teoretico, sebbene il suo incedere sia soave e molto scorrevole. E’ anche un grande affresco storico-sociale, quello di un popolo e del profilo del profugo. Il volume merita più letture e un’analisi dettagliata da specialisti che presupporrebbe una conoscenza dell’arte poetica oltre che dei fatti politici del Medioriente. Credo che valga la pena leggerlo per avere qualche pennellata che illumini i fatti recenti e mai testo potrebbe essere più attuale in questo drammatico frangente nel quale la Striscia di Gaza è tornata ad occupare spesso i nostri telegiornali, con alcune date cruciali quali il 1948, la strage di Qasim del 1956, il 1967 o quella di Damur del 1976 l’invasione del Libano da pare di Israele nel 1982.

Un’altra delle ragioni per leggerlo è la profondità dell’analisi sulla condizione umana in situazioni drammatiche, al limite, nelle quali l’uomo si trova in contesti di sradicamento come il profugo, o di violenza permanente come il carcere, di disumanità come la tortura e la perseveranza nel coltivare la propria umanità, nel segno della dignità e del rispetto. Infine, le pagine di Darwish sono una grande riflessione sul valore della scrittura e in particolare della poesia; su come la parola dia voce e consistenza al pensiero rendendo la realtà quella che è. In tal senso Dio è il più grande poeta in quanto creatore e l’intellettuale, come anche l’uomo comune nel suo essere poeta del quotidiano, dà i nomi alle cose e nominandole le fa essere, in una dialettica circolare di rimandi. Quello che colpisce in Darwish è che il suo pensiero ben si adatta a chiunque e anche all’uomo più semplice perché in fondo le ‘cose’, la vita, sono per tutti uguali solo che cambia il modo e la consapevolezza di guardarle. In tal senso la missione del poeta si rende sociale e ‘utile’ nel senso più stretto al nostro vivere, capace di raccontare attraverso una tazzina di caffè uno stile di vita. Quanto alla lingua del poeta palestinese, le sue liriche sono diari intimi dove il confine con la prosa sfuma, versi di grande modernità, senza ornamento nel senso classico, anche se utilizza spesso il refrain come nella lirica che chiude la Trilogia “Il giocatore d’azzardo”: ‘Chi sono io per dirvi quel che vi dico?’. In questa domanda e nella sequenza di negazioni che fanno seguito c’è tutta l’umiltà del poeta di fronte alla vita che in fondo anche nello stato più penoso è un dono. Questo vale di per sé ed è sufficiente nel senso che l’esistenza non ci deve altro. In fondo l’azzardo è il caso che gioca con noi. Esistiamo per un caso, perché Dio ci ha fatti essere mentre avrebbe potuto non farlo o non sceglierci, perché siamo scampati ad un incidente. Quello che vorrei sottolineare della lirica di Darwish è che non si tratta di fatalismo, nessuna rinuncia, ma una profonda autentica fede che porta all’umile accettazione della realtà che non toglie responsabilità all’uomo, anzi lo stimola a lottare sebbene spesso si combatta per la libertà e il risultato sia una condanna. Nei suoi versi non si può non scorgere la traccia lasciata dalla storia, quella precarietà e fragilità che attraversa un popolo che ha nome Palestinese.

L’edizione curata da Elisabetta Bartuli riunisce per la prima volta tre testi che rappresentano tre momenti diversi della vita di Mahmud, mettendo l’accento su tematiche differenti, ma certamente compongono un tutt’uno restituendoci la complessità e l’unitarietà della sua figura e della sua opera. Nato a Birwa, nell’Alta Galilea, nel 1942 e morto a Houston nel 2008, ha avuto una vita travagliata ma anche ricca di riconoscimenti, affonda le sue radici profonde nella propria terra ma diventa un cantore universale del diritto dell’uomo ad abitare la propria patria liberamente. Concordo con la curatrice nel definire i suoi testi corali – la Bartuli parla di polifonia – ‘gravidi in intertestualità, che ci raccontano un arco temporale che va dagli Ani Quaranta del Novecento fino al 2006. Stilisticamente Darwish rapisce con la sua prosa poetica e la sua poesia in prosa in un fluire continuo dall’una all’altra, salendo vette semantiche e scendendo a raccontare le cose spicciole della vita, accedendo d’improvviso al linguaggio accademico per poi chiacchierare con il linguaggio della strada, in una frammentarietà e discontinuità che ben racconta la disarmonia ricca della vita.

Il primo testo che incontriamo è Diario di un’ordinaria tristezza: Darwish ha trent’anni e dopo aver già pubblicato cinque raccolte di poesie, trascorso un periodo di studi a Mosca (l’Urss del tempo ospitava molti dissidenti. Sono gli anni dell’amicizia sovietica per molti paesi arabi come l’Algeria ad esempio) e un soggiorno al Cairo, prende casa a Beirut. Prima aveva sempre vissuto in Palestina dove aveva provato la condizione di profugo e poi incarcerato più volte. Con quest’opera nella quale racconta tutto il suo travaglio chiude secondo molti critici la fase più patriottica del suo impegno iniziato nel 1964 con al struggente lirica Carta d’identità forse i suoi versi più noti e il lavoro ‘ritornello’, ‘Scrivi! Sono un arabo…’ gravido di futuro e preludio di quello che sta succedendo in quei luoghi. Un episodio importante è certamente la bruciante sconfitta ad opera di Israele del 1967 che ha determinato una cesura nella storia del Medioriente.

Nel 1987 è la volta di Memoria per l’oblio. Darwish ha lasciato Beirut e, dopo una breve sosta a Tunisi, quindi al Cairo, si trasferisce a Parigi. E’ ormai consacrato come uno dei più grandi poetici arabi. Si sente il travaglio dell’elaborazione della sua poetica di pari passo con il suo cammino esistenziale che diventa una riflessione articolata e meditata, non più ‘a caldo’.

Infine In presenza d’assenza troviamo una grande riflessione e un testamento poetico sull’arte e le possibilità della parola. Ad esso è affidato anche il canto d’amore per una poetessa israeliana secondo il suo grande amico, lo scrittore Elias Khoury che in accordo con quanto voluto da Darwish non ne rivela il nome. Lei diventa il simbolo dell’amore che è libertà e vita, che spesso è struggente dolore.

Lungo, impegnativo ripercorrere i tanti passaggi nodali del libro che merita più livelli di lettura. Il primo piano è certamente quello storico che parte nel 1948 quando la nascita dello Stato di Israele pone la questione palestinese dove emerge la dignità. Scrive Darwish “...per carattere e per dignità, pur di conservare sempre e ovunque il proprio diritto, tutti i palestinesi in Israele hanno preferito vivere in una prolungata situazione asfissiante, anziché trovare un po’ di sollievo rinunciando a un pezzo di terra…Quella dei padri era un’attesa negativa, per loro la terra significava cose concrete…Per i figli, ossia per la mia generazione, in aggiunta a questo, terra significava futuro e campo di lotta, Se la nostalgia è un potenziale umano passivo, un’arma negativa, la lotta no”.

Però nell’ultima parte del libro parlando della nostalgia la descrive come un dolore “Però non è un dolore grave perché ci ricorda che siamo malati di speranza”. Lo trovo un passaggio magnifico, un grande inno alla vita.

Sul tema della terra e della patria ci sono pagine molto dense dove ad una riflessione più politica si unisce sempre il lato del vissuto e l’amore per il mare, quel mar Mediterraneo unico che ci unisce anche se a volta ci separa.

Di tutt’altro respiro l’elogio del caffè che per chi lo ama è ‘la chiave del giorno’, scrive Mahmud, e dal suo gusto si risale alla personalità e alle inclinazioni di chi lo prepara, con una nota di ironia che mescola insieme quotidianità e simbologia rituale, in un cocktail inusuale. Il tema del caffè è lo spunto per raccontare la pena per la privazione della bevanda in carcere, il senso di colpa per non aver voluto dividerlo con un compagno e la giusta punizione avvertita quando un carceriere rovescia il thermos che sua madre gli porta in visita. Darwish è così, riesce a parlare del cielo citando il sottosuolo e viceversa.

Sulla stessa vena racconta del calcio, una follia che però riesce a far sedere insieme i nemici e perfino a sospendere la guerra e sono righe di un’attualità estrema.

Nelle pagine di Darwish, infine, c’è anche una grande spiritualità che affiora naturalmente anche se bene si intuisce la sua conoscenza documentata dei testi sacri, l’averla metabolizzata con licenza poetica e c’è tanto Cristianesimo accanto all’islam che mi ricorda le parole di un amico tunisino sposato ad una donna palestinese: ‘pensiamo la Palestina come un mondo arabo ma è una terra di cristiani’.

Una trilogia palestinese
di Mahmud Darwish

Prefazione e cura di Elisabetta Bartuli
Comete Feltrinelli

25,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

TOP