"Il “turco” a Livorno - Incontri con l’Islam nella Toscana del Seicento" di Cesare Santus

Scritto da  Lunedì, 11 Novembre 2019 

Un libro come un romanzo, perché romanzo non è, una storia, anzi il racconto di storie nella Livorno del Seicento, luogo di incontri e scontri del Mediterraneo, a metà strada tra Roma e la Francia, dove genti e religioni si mescolavano non senza difficoltà, che non stavano necessariamente nelle diversità. Storie nelle quali vittime e carnefici stanno da entrambe le parti, un modo diverso di rileggere la storia, attraverso i processi. Soprattutto la prima parte una lettura intrigante su una città che è un simbolo.

 

Il passato del Mediterraneo è più multietnico di quanto si possa immaginare, un vero melting pot, certamente più vivace di oggi, che il libro di Cesare Santus rivela fin dal titolo, perché il turco è la lingua turca che insieme all’arabo era una della lingue ufficiali di quella città straordinaria che è stata Livorno, fucina di incroci e scambi. Proprio la lingua in un mare chiuso come il mar Mediterraneo denuncia l’esistenza di legami intrecciati e in un porto chiave come quello toscano l’italiano si mescola alla lingua franca e l’aspetto più interessante che è comune anche con l’uso del sabir è che si tratta di una lingua semplificata, aperta alle contaminazioni, nata dal basso. Non solo, è una lingua che si impone anche alle persone di alto lignaggio per poter comunicare con il popolo e perfino con gli schiavi, con i prigionieri. Si tratta tragicamente di una grande prova di democrazia, come il diritto all’avvocato d’ufficio. La seconda parte del libro è focalizzata proprio sul tema dei processi con dovizia di informazione e una ricostruzione attenta della documentazione senza perdere il piacere narrativo. La prima parte, una miniera di informazioni e curiosità, è comunque una storia avvincente di una città della quale si sa troppo poco, Livorno, una sorta di Gerusalemme terrestre, come si dice fin dall’introduzione. Nella prima infatti “I viaggiatori affluivano ‘in nome di Dio’, nella seconda ‘in nome del guadagno’: in entrambi i casi, genti di diversa origine, lingua e cultura trovavano il modo e la convenienza per vivere fianco a fianco”. E’ infatti un porto come un simbolo, crocevia di popoli dove chiese, moschee e sinagoghe coesistono insieme tra lingue differente, con varie ‘nazioni’ legate alle appartenenze. Poco più che un paese all’ombra di Pisa – da qui la storica, proverbiale e faceta rivalità – in un territorio malarico, la sua fondazione, anzi rifondazione dà vita a uno snodo cruciale tra il Levante e il Nord Europa. Il favoreggiamento dell’immigrazione, insieme alla grande carestia che colpì l’Italia tra il 1590 e il 1592 fu l’occasione per trasformare la città in un centro mediterraneo d’importazione e smercio dei grani nordeuropei, con il conferimento anche di privilegi ad hoc. Il libro racconta le particolarità della città dal punto di vista dell’urbanistica, le diverse comunità che da varie parti del Mediterraneo affluivano nel porto labronico e alcune peculiarità come il “Bagno” e la sua vita singolare, una prigione del tutto particolare. Parlando di questo mondo sotterraneo, una sorta di ‘terra di mezzo’, si apre il capitolo che ci porterà nella seconda parte del libro – dedicata appunto ai processi – e concernenti la magia, quella di matrice musulmana, con una disamina molto originale e certamente poco nota.

Il “turco” a Livorno
Incontri con l’Islam nella Toscana del Seicento
di Cesare Santus
Officina libraria – Storie
19,00 euro
Data di uscita 31 ottobre 2019

Articolo di Ilaria Guidantoni

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