“Troppo lontano per andarci e tornare” Stefano Di Lauro

Scritto da  Lunedì, 06 Gennaio 2020 

Singolare il titolo che annuncia l'ultima parte del libro, un viaggio di sola andata, senza voltarsi indietro, com'è d'altronde la natura della vita circense. Un romanzo che racconta la grande ascesa del mondo del circo, dal circo equestre, lo spettacolo del dressage da cui ha avuto origine e i suoi cambiamenti che costringono la comunità nomade a cambiare luogo.

 

Lo scenario è quello della Francia e della Parigi ai tempi dell’architetto Haussman e dei grandi cambiamenti nel segno della Grandeur che hanno però spazzato via tanta umanità e in particolare i teatri pochi dei quali sono stati ricostruiti altrove mentre sopravvisse solo il Dejazet, l’unico teatro a trovarsi sul lato ovest del boulevard, escluso dal nuovo piano regolatore. È una prospettiva particolare quella del romanzo che guarda il mondo da una casa in movimento dove le radici sono dentro ciascuno di noi. La forza è nelle proprie capacità, nell'arte e il vero legame è quello con una grande famiglia, i circensi, che condividono anche un gergo particolare.
Storie che scintillano per lo spettatore, malinconiche per chi le vive come l'ultimo viaggio verso l'America Latina – è il 31 dicembre del 1899 quando il piroscafo lascia il porto di Le Havre ed è così che inizia la storia - quando d'improvviso lo spettacolo in Europa cambia e il pubblico diminuisce mettendo in crisi il piccolo circo Au Diable Vauvert, quel luogo che in fondo non è da nessuna parte. Il nome deriva infatti da un modo di dire della lingua francese, per indicare luoghi vaghi e lontani, inaccessibili, posti dimenticati, dall’altra parte del mondo, alla fine del mondo o in fondo alla luna. Ogni paese ha la sua ‘utopia’, nel senso etimologico del termine. Il circo in fondo ne è una metafora. Un anno di carestia che porta la brigata circense verso il nuovo mondo dove stava sorgendo una nuova danza, il tango.
Nel romanzo si intreccia una fotografia viva della società, un affresco sociale e nello stesso tempo una dimensione quasi onirica come il circo, il Diable non è che un microcosmo di esseri unici, dediti al culto della meraviglia e quel senso della magia e dell’incantesimo che anima uomini ‘diversi’ come la ragazza senza braccia o la gigantessa di Bou Saâda. Persone che fanno delle loro caratteristiche penalizzanti in un mondo ordinario la loro forza, al servizio della voglia di evasione dei cosiddetti ‘normali’. Anche la scrittura di Stefano Di Lauro, barese classe 1960, autore, regista teatrale, compositore, sembra seguire questo doppio binario.
Le sue messinscene, al pari delle scritture, spesso privilegiano la rivisitazione di miti e di classici. Il femminile è un altro tema portante della sua poetica. In cartaceo ha pubblicato il romanzo OperÈ (Besa, 2006), una riscrittura post-moderna del mito di Orfeo ed Euridice e il saggio La mosca nel bicchiere (Icaro, 2007) sulla poetica di Carmelo Bene. Un tempo lettore vorace, ha progressivamente limitato i propri interessi all'antropologia, alle ultime frontiere della scienza e ai pochi esemplari in circolazione di letteratura dalla forte impronta visionaria ma non fantasy.
“Anche un’opera d’arte ispirata dalla disperazione nutre di vita l’animo di un uomo” si legge nel libro, una frase folgorante che in qualche modo racchiude il segreto dello spettacolo circense a mio avviso.
Nounours, capelli biondini piuttosto sottili, iridi blu oltremare, cute glabra e chiara, un panama calcato sulla testa per proteggersi dal sole, vaga senza meta tra i boulevard di Arles rimuginando su arte e vita, su reale e immaginario, chiedendosi “cosa fare domani”: un incontro fortuito lo porterà al piccolo circo che diventerà il suo porto sicuro, la sua famiglia, dove il tempo e lo spazio si annullano come nell’epica cavalleresca, a detta dello stesso personaggio. Un binario colto, raffinato con i fantasmi di grandi personaggi che aleggiano nel libro mentre sullo sfondo si disegna quella Parigi di fine secolo che dietro il volto scintillante è spesso sordida, fatta di vicoli, di malaffare e di molta seduzione. Il volume consente anche un approfondimento insolito per il gusto dello spettacolo, l’ingresso del bandoneon che poi ha avuto molta fortuna accanto a pianoforti e violini o l’affermarsi dello spettacolo delle pantomime a Parigi nei circhi stabili, e ancora lo stile del grande Circo Barnum che fece la propria apparizione a Vienna in occasione dell’Esposizione Universale del 1873, il più grande spettacolo del mondo, il re del circo e delle frottole.

Troppo lontano per andarci e tornare
di Stefano Di Lauro
Edizioni Εxòrma
Collana Quisiscrivemale
2019
16,50 euro
Pagine 344 p., Brossura
EAN: 9788898848690


Grazie all’ufficio stampa Anna Maria Riva

Articolo di Ilaria Guidantoni

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