“Tina” di Alessio Torino

Scritto da  Lunedì, 19 Settembre 2016 

È difficile raccontare un dolore in estate. Tristezza, malinconia, i silenzi che si avviticchiano addosso mal si combinano con il sole, la brezza marina, i lunghi disimpegnati pomeriggi sulla spiaggia. È difficile raccontare lo smarrimento di quella strana età che è la preadolescenza. Ancor più difficile se questo smarrimento si combina con il senso di abbandono da parte di un padre e la strisciante sensazione che la colpa sia di chi è rimasto.

Alessio Torino affronta queste difficoltà attraverso un racconto che procede per fotogrammi, con uno stile leggero nel quale ogni parola acquista il suo peso e viene spesa con parsimonia. Come se il bagaglio linguistico non fosse sufficiente per portare a termine la narrazione. Tina è una storia strana. Parla di personaggi dai tratti unici ed estremamente caratterizzati - una nuotatrice francese, un cuoco fuggito da un burrascoso passato, un uomo malinconico dall'aria tormentata – osservati nell'atmosfera da acquario dell'isola sulla quale il racconto è ambientato, e allo stesso tempo di un passato, più o meno prossimo, che ci appartiene. Perché se la presenza della bella Parì, di Charles o di Andrè può suscitare curiosità nel lettore, ciò che avviene fuori e dentro Tina sembra riaffiorare più dai ricordi che dalle pagine. Procedendo nella lettura, fin dalle prime pagine, in molti avranno riconosciuto la sensazione di pigro disorientamento delle giornate estive, troppo lunghe per non lasciare spazio ai pensieri, il disagio di non riconoscersi in chi ci è vicino, di non trovare conferme nella somiglianza, la rabbia di chi non viene compreso e il nervosismo latente di chi si trova a metà strada fra un mondo di grandi e l'infanzia, senza sentire l'appartenere a nessuna terra. Non ci sono altri bambini con Tina e Bea, sua sorella. La fugace apparizione di un ragazzino in spiaggia mette ancora una volta in discussione l'identità e l'appartenenza di Tina più che offrirle un appiglio. Tina però non sembra infelice, non più di quanto possa sembrare sua sorella, intenta nel giocare a fare la grande avvolgendo i suoi vezzi nel pareo. Tina è “solo” una ragazzina a cui manca il padre e alla ricerca di una strada per crescere. Tina il maschiaccio, Tina che cerca un nome diverso per sé, Tina che va a caccia di meduse, ma già si rende conto che – in alcuni casi – è meglio fingere di dormire per riuscire a capire il mondo dei grandi. Nel clima protetto e allo stesso tempo claustrofobico dell'isola, in un tempo – le vacanze estive – e in un luogo sperati dalla vita “normale”, Tina aspetta che le si riveli qualcosa, con la consapevolezza, così diversa da quella della sorella, che le cose che progrediscono implicano anche un passato e un necessario distacco. Che significa crescere.

L'attesa dunque come filo conduttore: di una chiamata di routine che a volte tarda ad arrivare, di un aquilone che riconfermi alle due sorelle di essere parte di una famiglia, di un amico al quale fare le domande che agli altri adulti non possono essere fatte, di una ragazza per la quale si provano sentimenti non chiari, di un uomo che sembra conoscere molte cose, molte delle quali però lo hanno reso fragile, ma anche l'attesa di una risposta a un dolore non ancora elaborato, di un amore che forse non arriverà mai, di una maturità forse non troppo desiderata, dell'oblio, dell'età adulta, di una definizione di sé stessi. Alessio Torino “ci” racconta attraverso Tina, aprendo un cassetto nascosto e di frequente dimenticato: quello dell'ingrata età equidistante dai – letterariamente più frequentati - giochi da bambini e dai disagi adolescenziali. Un età che, sia stata breve o lunga, non ci ha lasciato scampo.

Tina
di Alessio Torino
Minimum Fax (collana Nichel)
2016, 139 p., brossura

Articolo di Caterina Bonetti

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