“Storia di una matita” di Michele D’Ignazio

Scritto da  Domenica, 25 Gennaio 2015 

Storia per l’infanzia con i classici elementi fantastici, gli elementi di quotidianità che sembra piacciano sempre di più ai bambini di oggi e una morale che non è proprio un messaggio a lieto fine tipico. E’ un insegnamento della vita che sembra suggerirci che comunque vale la pena spendersi al meglio per quello che se ne ricava interiormente, per il sorriso che riusciamo a dare agli altri, soprattutto se sono dei bambini, anche se la realtà non è pronta a premiarci per il merito.

 E’ una trama per altro complessa per dei ragazzi ed è certamente un invito agli adulti a riflettere sull’infanzia e sulla capacità di influenzare e orientare, non correggere – che è una brutta parola, come dice il protagonista della novella – quindi anche di invadere l’infanzia. Scritto con una penna leggera o forse sarebbe meglio dire una matita in tanti capitoletti, senza titolo, ci racconta la storia di un sogno che si avvera, ma non si realizza pienamente come nelle classiche fiabe. E’ in fondo una storia di tutti i giorni come la letteratura per l’infanzia ci propone sempre di più e forse proprio per questo aspetto, un genere troppo spesso sottovalutato, sta assumendo uno spazio importante di riflessione.

Il protagonista Lapo è un maestro di disegno e un insegnate di arte, supplente, che lascia il proprio paese e l’amato mare, metafora del sogno, dell’infinito, dello spazio di avventura che però diventa una reale promessa solo se si ha il coraggio di attraversarlo e quindi, paradossalmente sotto un certo profilo, di lasciarlo. E’ questo il coraggio di Lapo, personaggio timido, coscienzioso e forse per questo un po’ timoroso di sbagliare, che si avventura in città per realizzare il sogno. L’occasione come spesso accade gli capita un po’ per caso, ma è pronto a coglierla e a mettersi in gioco, con l’emozione e la preoccupazione ad un tempo di non essere all’altezza. Ed ecco il secondo messaggio. Naturalmente i sogni non arrivano con il titolo, sta a noi riconoscerli e a Lapo capita una proposta nell’ambito di una classe di bambini, la quarta B, giudicata da molti colleghi un pasticcio, con i quali non ha mai avuto a che fare. Sono solo otto, per scelta di una preside sempre troppo indaffarata, più attenta ai programmi e alle regole che alle persone. A Lapo è capitata una vicenda strana, di trasformazione di sé, quasi kafkiana seppure più divertente, un’esperienza forte che lascia il segno. La metafora è quella dell’identificazione con il proprio desiderio che, ancora una volta, sembra dirci l’autore, si realizza ma non proprio come noi avremmo immaginato. Ai piccoli che incontrerà, ognuno con un proprio sogno, come il pallone per Paolo e la danza per Sabrina, o il diario segreto per Dario, trasmetterà tanta passione e anche il coraggio di rischiare di diventare quella passione. La consapevolezza però riuscirà a riportare indietro alla realtà i bambini che torneranno bambini, al di qua dello specchio magico.

La capacità di rischiare, a volte di annullarsi per quello in cui si crede ma, al tempo stesso, di prendere la giusta distanza mi pare sia un messaggio centrale nel libro. Infatti alcuni scopriranno che i sogni non sono autenticamente loro, sono modi per evadere dai problemi quotidiani oppure sono le proiezioni dei sogni mancati dei loro genitori. Il tema del sogno resta centrale come capacità di essere autenticamente persone e quindi anche di soffrire con la difficoltà di stabilire dei limiti tanto che Lapo si chiederà se alimentare a dismisura la fantasia dei ragazzi è buona cosa o possa creare anche per i bambini un disagio. Certamente si fronteggiano due scuole di pensiero. All’opposto quella capeggiata dalla preside ossessionata dalle regole, dall’ordine e dal formare persone che non abbiano la testa tra le nuvole. Il libro diventa una denuncia della scuola e dei suoi tagli, dei ritmi imposti dal programma ministeriale, senza alcun interesse per lo sviluppo e l’ascolto della persona, senza la capacità di gioire nell’imparare. E’ infine un grande inno all’arte e alla cultura come gioco nel senso nobile del termine, esercizio di creatività, complicità, amore: in una parola di umanità. Suggestiva la trasformazione del mondo e la lettura del mondo da parte di chi lo vede come un disegno e trasforma in immagini artistiche e colorate le parole, le emozioni e le persone. Un testo sul quale meditare, delicato, dove la tenerezza non ha la collosità del miele ma qualche volta fa i conti con l’amaro del quotidiano, sapendo che sognare e soprattutto coltivare i sogni può addolcirlo...

Storia di una matita
Michele D’Ignazio 
Rizzoli (agosto 2014)
8,90 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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