“E se fossi morto?” di Muhammad Dibo

Scritto da  Sabato, 28 Novembre 2015 

Un non-romanzo, una lunga lettera aperta alla madre e a chi non conosce la Siria, un paese dove la morte sembra più naturale della vita. E ancora, una riflessione interiore e una condivisione che da una vicenda di stra-ordinaria quotidiana, invita a riflettere sulla banalità del male, sulla paura, sulla libertà e sul condizionamento degli affetti.

 

E’ un libro che sorprende con un inizio che pare quasi un noir, per proseguire con un racconto sotto forma indiretta di lettera aperta alla madre, ma anche un diario interiore, sulla propria storia di prigioniero politico, incarcerato e torturato, che diventa, per certi aspetti, un lungo servizio giornalistico sulla Siria di oggi; per altri, un saggio in forma di confessione sul tema della dittatura e del carcere come fabbrica della paura, sull’alimentazione di una società della diffidenza e sulla condizione degli intellettuali, bersaglio in quanto temuti oppositori della fabbrica del consenso sulla quale si regge la fragilità di un potere cieco e senza forza; infine, una riflessione esistenziale e filosofica sulla capacità dell’uomo di resistere alla paura, sul valore del tempo della coscienza che per varie ragioni è annullato dalla detenzione. E’ quasi con ironia che Muhammad Dibo evidenzia come in Siria da troppo tempo non nasca un filosofo, in grado di seguire il corso della storia e presentare orizzonti nuovi. Da qui nasce la crisi di un paese di dissidenti o servitori del potere. Interessante lo scandaglio psicologico dei vari profili, acuto e incisivo, che mostrano in Dibo non solo il piglio del giornalista quant’anche la sensibilità del sociologo e dell’osservatore della condizione umana secondo la pietas. Ci sono gli assassini, che non sono assassini in ogni aspetto della loro vita perché hanno dei figli che amano magari e l’autore si interroga su chi possa proteggerli affinché su di loro non si abbatta la ruota tragica delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Ci sono gli intellettuali, spesso a loro volta confusi, per la vergogna della morte altrui, forse per un senso di impotenza e di doppia responsabilità: civile verso la società, affettiva verso i propri cari. Due sponde che non trovano conciliazione nel nostro autore. A questo proposito c’è nel libro una riflessione sottile, lacerante e struggente ad un tempo, che mi ha fatto tornare alla mente il detto che “per essere veri rivoluzionari non bisogna avere affetti”. Il protagonista della vicenda è combattuto tra la coerenza con i propri valori civili di impegno e il dovere di mettere al riparo la madre dal dolore che può causargli, mentre deve fronteggiare la catena dell’amore per la donna lontana. La nostalgia, soprattutto in carcere, ci racconta Muhammad, rischia di diventare una catena ancora più pesante della detenzione.
C’è poi la serie dei personaggi ambigui che sono spesso ad un tempo vittime e carnefici, rappresentati dagli anelli intermedi del regime, da un certo punto di vista i peggiori: i secondini che, credo, al di là del contesto siriano, costituiscano un prototipo di umanità disumanizzata dal sistema istituzionale sul quale c’è molto da riflettere.

Cito solo per cenni come, con una scrittura esile, leggera eppure molto densa, il libro offra una miriade di spunti lasciati senza retorica, quasi per caso, nel flusso della coscienza: il risveglio della preghiera per chi da trent’anni non la esercita e il fastidio delle guardie che forse vivono questo momento di interiorità dei detenuti come una rivolta silenziosa e per questo più inquietante; il tema della memoria e della speranza, della prospettiva del futuro; la dimensione del tempo vissuto concentrandosi sulle piccole cose e sul riempimento del tempo forzatamente libero – in realtà vuoto – di inezie per non sentirne il peso. E ancora certamente il senso della paura, dell’umiliazione e dell’annullamento dell’altro che è proprio purtroppo di quasi ogni sistema carcerario. Infine, la riflessione sulla libertà e la solidarietà tra gli ultimi. Il tema della libertà è affrontato con una grande consapevolezza esistenziale, lontana dalle grandi dichiarazioni di principio. La libertà infatti è tale quando non ci accorge di viverla un po’ come accade per la salute.
Concludo questa mia lettura con l’inizio del libro dal quale prende avvio la vicenda: un caso di omonimia che getta nel terrore il protagonista che ha lo stesso nome e cognome di colui che è morto e che rivela il guizzo da scrittore di Muhammad Dibo ma anche lo spirito della riflessione sui paradossi della quotidianità e della vita, soprattutto in un paese dove la morte sembra la naturale compagna dei giorni e dove rischia di non fare più notizia ma il nostro giornalista e poeta, sostenitore fin dall’inizio della rivolta contro Bashar el-Asad, mette in guardia da uno stato dove il proprio popolo possa gradualmente assuefarsi al male.

MOHAMMED DIBO è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Ha partecipato fin dall’inizio, nel marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chef di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile.

FEDERICA PISTONO è laureata in Lingua e Letteratura araba presso l’Università degli Studi L’Orientale di Napoli, ha conseguito un diploma di master in Traduzione letteraria ed editoriale dall’Arabo presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Vicenza. Ha inoltre conseguito il Diploma in Lingua araba presso l’Istituto di Lingua Araba dell’Università Statale di Damasco nonché il Diploma in Lingua araba presso lo Yemen Language Center di Sana’a.

E se fossi morto?
Muhammad Dibo
Traduzione dall’arabo di Federica Pistono
Il Sirente
Collana Altriarabi
Novembre 2015
Euro 15,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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