“Scarti” di Jonathan Miles

Scritto da  Domenica, 14 Giugno 2015 

Le persone si avventuravano nel mondo barricate dietro un'armatura, ma in realtà desideravano solo che quell'armatura venisse frantumata: era per questo che si ubriacavano nei bar, che insultavano la gente su internet sotto la copertura di uno pseudonimo, forse era anche il motivo per cui si innamoravano.

Non è un libro da “colpo di fulmine” quello di Jonathan Miles, non è un romanzo che ti avvolge dalla prima pagina, che ti accompagna per mano alla scoperta dei suoi personaggi, che dipana davanti a te la trama di un racconto ricco di tappe durante le quali far riposare la mente. Scarti richiede attenzione e pazienza: attenzione per riuscire a seguire i tre filoni narrativi che l'autore sapientemente intervalla (impossibile non pensare alla modalità narrativa di Babel di Innaritu), pazienza perché l'aspettativa dell'appagante “come va a finire”, il desiderio di seguire da vicino di volta in volta un singolo personaggio, viene costantemente frustrata. Tuttavia vale la pena di avventurarsi in questo corposo percorso il cui fil rouge è rappresentato dai rifiuti: scarti di vite che hanno perso il loro senso, esistenze costruite sulla spazzatura, rifiuti della società.

Incontriamo Talmadge e Micah, materiali umani di riuso che vivono in uno squat di New York e fanno del recupero di quanto gettato dagli altri la base del loro quotidiano, Sara, vedova dell'11 settembre, risposata e con un matrimonio in crisi che sembra non essere nulla in confronto al lento sgretolarsi del suo rapporto con la figlia adolescente, Elwin, linguista di mezza età, sovrappeso e divorziato, che vive in una casa popolata da ricordi dell'ex moglie e convive costantemente con il pensiero ossessivo della progressiva demenza del padre, ricoverato in una casa di riposo. Al loro fianco si muovono altri “elementi di scarto”, figure marginalizzate da un'adolescenza complicata e da dinamiche famigliari sofferte, da scelte di vita così “alternative” da risultare malate agli occhi della comunità, protagonisti di un'esistenza che sembra giocarsi interamente in un continuo ripetersi di acquisizioni, consumi, abbandoni.

Non siamo però di fronte ad un romanzo di denuncia: Miles non propone facili soluzioni buoniste, né riduce il suo racconto ad un atto di accusa nei confronti del sistema. La vita scorre in questo modo, sembra ricordare, e ogni variazione o percorso alternativo può condurre a catarsi o catastrofi, ma non esiste via di fuga. Questo universo-discarica, che avvolge cose, animali e persone, che sembra proiettarsi verso l'eternità nel costante pensiero dei protagonisti, intenti a gestire gli eccessi (o di contro le mancanze) delle loro vite non è un mondo inquietante, non è una realtà fantascientifica: Miles propone bocconi di presente che il lettore potrebbe impiegare un po' di tempo a digerire, perché parlano la sua lingua. I protagonisti potremmo essere semplicemente noi e forse ci spaventa osservare come anche le relazioni fra i personaggi si riducano ad una dinamica di utilizzo/scarto/riuso. Grazie a una prosa coinvolgente, estremamente curata e a una narrazione che si potrebbe definire cinematografica, Miles conduce le vicende dei personaggi ad un epilogo che lascia sorpresi, ma – anche in questo caso – senza indulgere ad idealismi e facili happy end. Qualcuno, sul finale, potrebbe persino sentire i principi incrollabili della sua vita, i tanti elementi “dati per scontati” e immutabili, messi in discussione. Ma non è in fondo forse questa la missione della buona letteratura?

Scarti
di Jonathan Miles
Minimum Fax
Traduzione di Assunta Martinese
Pagine 577
Pubblicazione maggio 2015

Articolo di Caterina Bonetti

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